Roma, 27 apr – Il 2022 verrà forse ricordato come l’anno di Giacomo Boni. Negli ultimi mesi, infatti, è stata pubblicata una biografia – ponderosa e, insieme, poderosa – del «vate del Palatino», a firma di Sandro Consolato, ed è stata inaugurata una mostra a lui dedicata al Parco del Colosseo.

Riscoprire Giacomo Boni

Poco nota al grande pubblico e quasi sempre relegata a ristrette cerchie di specialisti, quella di Giacomo Boni è però figura luminosa e numinosa al tempo stesso. Non a caso, è stato definito anche il «Nume indigete del Palatino». Un po’ archeologo un po’ sciamano, fu infatti lui a far luce sulle origini della Roma primigenia. In un’epoca, quella ottocentesca, imbevuta di positivismo, si sentenziò che i primordi della Città eterna erano nient’altro che fabula, racconto leggendario senza alcun legame concreto con la realtà storica. Basti pensare al grande storico Ettore Pais, che nel biennio 1898-1899 pubblicò i due volumi della sua Storia di Roma, la quale si presentava programmaticamente come una «critica della tradizione».  

Eppure, proprio nel 1899, Giacomo Boni rinveniva nell’area dei comizi il lapis niger, al cui interno era il celebre cippo del Foro: testimonianza assai arcaica, riportava la parola RECEI, antica forma del dativo regi, e cioè «re». Conferma che l’epoca regia di Roma non era fantasia di poeti e letterati.

Nostalgia dell’avvenire

Ma l’opera di Boni non interessa solo la storia dell’archeologia. Era infatti ferma convinzione dello studioso veneziano che la riscoperta delle nostre origini fosse al contempo slancio verso l’avvenire. Riportando alla luce il sito del Lacus Curtius, ad esempio, il vate del Palatino scriveva: «Per me è qualcosa di più che una scoperta archeologica, poiché il Lacus Curtius era simbolo dell’amor di patria». E così, testimonia sempre Boni, «vivendo nel Foro, sentii nascere in me l’intimità colle pietre che a prima vista paiono mute e indifferenti».

In effetti, l’attività di Giacomo Boni non era politicamente neutra. E qui non c’entra tanto la sua convinta adesione al fascismo, che riguarda comunque il contingente. La prospettiva è ben più ampia: facendo luce sulle origini del nostro popolo, il vate del Palatino ci indicava in realtà le vie dell’avvenire. Perché essere depositari di un’antica grandezza ci impone anche di esserne degni. È questo il messaggio che si percepisce chiaramente visitando la sua mostra al Parco del Colosseo, passeggiando per la Via Sacra e toccando con viva mano le mute pietre a cui Boni ha restituito una voce. Se si smettono i panni del turista, infatti, ascendere al Palatino – dove il grande archeologo è tuttora sepolto – non è più pratica profana, ma ascesi catartica. Un’ascesi che ci sospinge verso un destino di lotta e vittoria.

Valerio Benedetti

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