Roma, 27 apr – Con l’interruzione delle forniture a Polonia e Bulgaria è ufficialmente iniziata la guerra del gas? Per il momento ci sembra di poter dire che è semmai iniziata la guerra del rublo: il blocco dei rifornimenti sembra doversi attribuire al fatto che Varsavia e Sofia non vorrebbero adeguarsi alla nuova procedura di pagamento secondo le condizioni dettate da Mosca. Le quali, per inciso, non prevedono – come si sente dire – di “pagare in rubli”, bensì di effettuare i bonifici presso una filiale russa (e non più europea) di Gazprombank, l’istituto presso il quale si regolano le posizioni. Uno schema che, almeno in apparenza, sarebbe stato tacitamente accettato anche dal nostro governo. Assicurando quindi la garanzia delle consegne. Se guerra dev’essere, però, la terra in cui si viaggia è del tutto incognita. Lecito dunque domandarsi cosa accadrebbe se, da un momento all’altro, venisse a mancare all’Italia il gas russo.

Quanto gas russo arriva in Italia?

Metro cubo più, metro cubo meno, sono all’incirca 30 i miliardi di m3 che ogni anno giungono in Italia dal punto di ingresso di Tarvisio. Quasi il 40% del nostro fabbisogno. Un ammontare che non può essere sostituito nell’arco di qualche giorno. Nemmeno bastano mesi. Serviranno anni: una tempistica del tutto incompatibile con quella di una guerra che per definizione è fatta anche di sorprese, attacchi mirati, incursioni dell’ultimo minuto. Non vedremo i soldati di Mosca sul confine, intendiamoci, ma nel momento in cui dalla Russia dovessero decidere di interrompere – anche solo temporaneamente – i flussi di oro blu, finiremo alla canna del gas. E’ proprio il caso di dirlo.

Ecco come (non) sostituiremo il metano di Mosca: mancano all’appello 10 miliardi di m3

Nonostante gli sforzi profusi da Palazzo Chigi e dal ministero degli Esteri, per quanto indubbiamente coronati dal successo diplomatico, gli accordi strappati potranno coprire solo una frazione del gas russo che giunge oggi in Italia. Da qui a fine anno, ad essere generosi, potremmo arrivare a sostituirne forse un terzo: 6 miliardi di m3 con il gnl (tutti da vedere, perché dei due rigassificatori galleggianti di cui avremmo bisogno ancora non si vede nemmeno l’ombra: fino a pochi giorni fa la prima nave sarebbe stata pronta nel… 2023), 1,5 tramite il gasdotto Tap e ulteriori 3 nell’ambito dell’accordo con l’Algeria. C’è chi pensa che andiamo verso l’estate e quindi possiamo tirare il fiato. Neanche per idea. Nei mesi caldi cala sì l’utilizzo, non il fabbisogno: bruciamo meno gas, ma abbiamo bisogno di mantenere le importazioni sugli stessi livelli per riempire gli stoccaggi dai quali attingiamo nel periodo invernale.

Certo ci sono poi l’Egitto (3 miliardi), i 6 miliardi per raggiungere i 9 complessivi concordati con Algeri e una manciata di miliardi in più sempre sotto forma di gnl (americano, ma non solo). Il tutto, nella migliore delle ipotesi, a regime nel 2024. Cioè tra un anno e mezzo, ammesso e non concesso che le intese reggano da qui ad allora. Se la matematica non è un’opinione, mancano all’appello grossomodo 10 miliardi di metri cubi. Nessuno ha ancora spiegato come sostituirli. L’unica certezza è che questo gas ci costerà caro: i prezzi non sono noti (tranne, stando ad alcune stime, quello del gnl: dal 15 al 20% in più rispetto agli attuali), ma saranno sicuramente più salati dei contratti di lungo termine attualmente in essere con la Russia. D’altronde, quando hai urgenza di comprare e sei senza alternative, il prezzo non lo fa il mercato ma il venditore.

Filippo Burla

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