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“Giorgio Pisanò. Soldato, giornalista, politico”: un nuovo libro per ricordare chi diede voce alla generazione che non si è arresa

by Michele Iozzino
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pisanò, eclettica

Roma, 21 giu – Per chiunque voglia anche solo tentare di comprendere i tormentati anni di quella che fu la Guerra civile italiana (1943-1945) e gettare lo sguardo oltre i soliti steccati ideologici, Giorgio Pisanò è di certo un autore imprescindibile. Egli non fu anche più di questo. Un nuovo libro a firma di Luca Bonanno, dal titolo Giorgio Pisanò. Soldato, giornalista, politico e da poco uscito per i tipi di Eclettica, ci restituisce pienamente la sua importanza a tutto campo e l’intensità della sua vita.

“Un giornalista «di razza»”

Nella sua prefazione a Giorgio Pisanò. Soldato, giornalista, politico Guido Giraudo descrive così il grande autore di Storia della guerra civile in Italia: “Un giornalista «di razza» si direbbe oggi, con il fiuto del detective, il coraggio dell’ardito, la faccia tosta del cronista, la curiosità attenta e pignola di un notaio. Da giornalista e non da storico (e neppure da «reduce») affronta anche la sfida più difficile, ricostruire tutti gli orrori della Guerra civile italiana 1943-45 e, in particolare, di quella lunga scia di delitti, vendette e autentiche stragi perpetrate dai partigiani comunisti dopo il 25 aprile. Sarebbe stata impresa ardua, rischiosa e temibile per chiunque. Non per Pisanò, che fu capace di avvicinare e di parlare tanto con i parenti delle vittime, quanto con i carnefici, mettendo in luce testimonianze ignorate, ritrovando documenti occultati e ridando così voce alla Verità”. Un temperamento e una obbiettività che gli riconobbero anche gli avversari di sempre, come fu il caso di Marco Nozza, inviato del Giorno e capofila per molti anni dei giornalisti antifascisti milanesi, il quale lo definì “uno dei più bravi giornalisti italiani” e “un ostinato cacciatore di notizie”.

Giorgio Pisanò. Soldato, giornalista, politico

Pisanò ha il merito indiscutibile di aver strappato il velo a una certa vulgata resistenziale e fatto emergere verità a lungo nascoste. Limitarsi a ciò, sarebbe però fargli un grave errore. Così Bonanno ci ricorda con la sua corposa biografia – corredata da più di cento fotografie – tutte le sfaccettature e le battaglie di Pisanò. A partire dall’esperienza nella Seconda guerra mondiale, quando si arruola volontario tra le file della Rsi con l’entusiasmo e il coraggio dei vent’anni, di chi ha “tutta una vita da conquistare” e scegli la strada più difficile. Sul finire del conflitto rischierà di pagare il prezzo più alto e venire giustiziato dopo essere rimasto prigioniero degli Alleati. Poi sono gli anni del giornalista d’inchiesta, prima con il Meridiano d’Italia, successivamente sulle pagine di Oggi e di Gente con Edilio Rusconi, fino al Secolo XX che fonda nel 1963, e soprattutto con il Candido di Guareschi che contribuisce a far rinascere nel 1968. Numerosissimi i temi scottanti e le notizie fatte venire a galla, dalla difesa di Raoul Ghiani nel caso Fenaroli con annesso scandalo Italcasse (1958) allo scandalo Lockheed (1980); dallo scandalo Anas (1970: la clamorosa denuncia di tangentopoli, rivelata in nuce vent’anni prima di mani pulite) allo scandalo dei petroli (1980); dalla prima inchiesta sull’assassinio di Enrico Mattei (1963) a quella sulla morte dal banchiere Roberto Calvi (1982), per citarne alcune, venendo perfino arrestato (e assolto). Senza dimenticare l’impegno politico nel Msi, partito al quale si iscrive già nel 1947. Dopo la parentesi della Giovane Italia, associazione studentesca costituita nel 1950, viene eletto senatore per il Msi nel 1972. Carica che ricoprirà per ben quattro volte. La sua attività parlamentare è spesso caratterizzata dalla lotta alla corruzione e alla mafia. Nel 1991 la rottura con Fini che lo porterà ad abbandonare il Msi e dare vita al Movimento Fascismo e Libertà, per poi partecipare nel 1995 insieme a Pino Rauti alla fondazione del Movimento sociale Fiamma Tricolore. Pisanò fu il perfetto esempio di quella “generazione che non si è arresa” che dà il titolo ad uno dei suoi scritti più famosi e a cui diede finalmente voce.

Michele Iozzino

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