Poche cose raccontano meglio l’identità più autentica della nostra nazione quanto il noto aneddoto secondo cui, negli ultimi anni dell’occupazione austriaca del Lombardo-Veneto, i patrioti italiani usassero scrivere sui muri di Milano e Venezia «Viva Verdi», intendendo il nome del compositore come un acronimo della rivendicazione risorgimentale su «Vittorio Emanuele Re d’Italia» per sfuggire all’occhiuta sorveglianza straniera.

In effetti c’è tutto. La famosa «arte di arrangiarsi», intanto, una certa furbizia pratica e non priva di ironia, di sberleffo, ma posta al servizio di una causa nobile, ideale, di un rischio, non, al contrario, di un arricchimento individuale, di un sottrarsi al pericolo, di un tornaconto personale, come quasi sempre accade. C’è, inoltre, l’arte: ovvero il riscatto che passa attraverso la bellezza e lo stile, l’utilizzo di una espressione artistica per affermare il proprio essere se stessi, la propria personalità storica. Quasi ovunque l’arte è stata veicolo di aspirazioni nazionali e rivendicazioni identitarie, ma solo qui la bellezza è stata concepita come un tratto portante del romanzo nazionale, un elemento distintivo della propria specificità culturale. Gli italiani, il popolo del bello e del canto. Un’immagine spesso banalizzata, quasi che il nostro sia il Paese di un inebetito principio di piacere sganciato da qualsiasi idea di responsabilità, efficienza, dovere, l’italianità come vacanza del mondo e dal mondo. Per i nostri patrioti, invece, l’arte fu mezzo di insurrezione, di auto riconoscimento, di rivolta, tanto da fare del nome del principale artista nazionale dell’epoca un grido di battaglia.

Giuseppe Verdi, l’artista che seppe esprimere l’anima del popolo italiano

La presentazione del 15esimo quaderno della collana «I Grandi Italiani» è stata pubblicata sul Primato Nazionale di dicembre 2022

Va detto che lo stesso compositore parmense ha saputo incarnare, con la sua opera e con la sua vita, l’idea del Vate. L’idea, cioè, dell’artista che sa esprimere l’anima di un popolo attraverso il pensiero e l’azione, l’arte e l’esempio. Pensiamo solo alle riflessioni, riportate nel libretto che state per leggere, che fecero seguito alla richiesta, da parte di Giuseppe Mazzini, di musicare l’inno di battaglia scritto da Goffredo Mameli, Suona la tromba: «Non deporrem la spada, / non deporrem la spada, / finché sia schiavo un angolo / dell’itala contrada. / Non deporrem la spada, / non deporrem la spada, / finché non sia l’Italia / una dall’Alpi al mar». Verdi accettò, ma commentò: «Sì, sì, ancora pochi anni, forse pochi mesi e l’Italia sarà libera, una, repubblicana. Cosa dovrebbe essere? Tu mi parli di musica! Cosa ti passa in corpo?… Tu credi che io voglia ora occuparmi di note, di suoni?… Non c’è né ci deve essere che una musica grata alle orecchie degli Italiani nel 1848. La musica del cannone!… Io non scriverei una nota per tutto l’oro del mondo: ne avrei un rimorso immenso consumare della carta da musica, che è sì buona per far cartucce».

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Certo, a rileggere oggi queste cronache, viene da pensare con struggimento a un’epoca in cui aspirazioni popolari e tensione artistica potevano fondersi così perfettamente. Cosa manca, oggi, un Vate o un popolo disposto a seguirlo? Forse entrambi, forse il genio sorge dalle masse quando c’è una passione forte che va messa in forma, che va sublimata in linguaggio artistico.

Oggi c’è molto rancore, disaffezione, insofferenza, scontento. Tutte passioni tristi, ma per fondare una lotta nazionale serve una passione gioiosa. Forse non manca né il Vate, né il popolo. Ci manca il sorriso, lo stesso dei patrioti che scrivevano «Viva Verdi» sui muri della patria prigioniera.

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