Il Primato Nazionale mensile in edicola

Roma, 21 giu – L’Italia letteraria non ha ancora avuto il tempo di ricordare una delle penne più illustri che abbia avuto. Lo scrittore Guelfo Civinini (Livorno, 1 agosto 1873 – Roma, 10 aprile 1954) fu un autore prolifico di volumi di versi, di racconti, e di libri di viaggio.

La sua professione di giornalista gli permise d’andare in molte parti del mondo dove la guerra imperava e di rendere importanti scritti che sono testimonianze di molti momenti storici. Per questo scrisse della guerra di Libia e della Grande Guerra, che gli fecero guadagnare alcune medaglie al valore, non solo come scrittore ma anche come soldato.

Lo scrittore Panzini diceva che non aveva ancora capito cosa lo avesse portato ad amare il mondo dei libri e la scintilla che gli aveva acceso la passione. Nel caso di Guelfo Civinini le cose andarono diversamente, a scuola veniva premiato per la sua grande dote: quella di scrivere. I suo temi erano amati anche dal suo preside, Giuseppe Chiarini, critico letterario,  il quale un giorno richiamandolo in modo forte e tenace per una bugia che aveva detto gli disse: “Sai come finirai tu? Giornalista! Ecco giornalista”. Il critico aveva letto bene nel cuore del giovane, aveva previsto la strada che avrebbe intrapreso.

La grandezza di uno scrittore passa attraverso le letture che ha fatto. Un tempo non c’erano molti volumi, i libri erano un tesoro prezioso. In molte famiglie italiane l’unico libro che possedevano era la Bibbia, testo sacro che non poteva mancare. Nei paesi solo il parroco aveva una biblioteca. Guelfo a scuola era uno studente molto attento e bravo e una volta venne premiato con dei libri. Questo premio gradito gli cambiò la vita: passò un’estate immerso nei volumi che gli avevano donato. Si trattava  di opere come I miserabili di Victor Hugo, l’Orlando Furiosol’Assedio di Firenze e l’Odissea. Più si legge, più si impara a scrivere. Qualcuno scrisse: “Più libri leggi e meno pugni prendi dalla vita”.

Guelfo Civinini il “dannunziano”

Guelfo Civinini, grazie allo scrittore Ugo Ojetti, fu presentato al direttore del Corriere della Sera, Luigi Albertini, nel 1907. Rimarrà in redazione fino al 1920 e vi uscirà poi per alcune questioni legate ad una collaborazione che aveva avuto anche con un altro giornale. Tutto si snodò nel periodo in cui Gabriele D’Annunzio visse la sua stagione di Fiume. L’avventura lo aveva coinvolto talmente tanto che non aveva onorato con precisione gli impegni che aveva assunto con il Corriere della Sera, e il suo direttore si era infuriato. Guelfo Civinini divenne amico di D’Annunzio, partecipò all’impresa di Cattaro e visse i preparativi per il volo su Vienna. La sua vita fu avventurosa, come l’aver conosciuto Gabriele d’Annunzio, e aver visto tanti avvenimenti storici in prima persona.

La scrittrice Gianna Preda scrisse “Tanti anni fa, quando Guelfo Civinini “era re”, cioè quando percorreva in carovana l’altopiano etiopico e piantava la tenda all’ombra dei sicomori, egli fu colpito, durante una delle  sue soste in Italia, da una sventura atroce. La sua figliola unica, Giuliana, sedicenne, ch’era stata compagna sua nei lunghi viaggi africani, presa da uno di quegli scoramenti irresistibili che talvolta colgono gli adolescenti, si uccise con un colpo di moschetto, nella torre che allora Civinini possedeva in Maremma. Il dolore del padre fu quello che può essere immaginato da chi conosce l’uomo, che ha capacità di sentimenti profondi e impetuosi. Poi, la piena della disperazione si calmò, e gli restò l’acerbo rimpianto di quella sua bambina perduta. Non sapendo che fare di meglio per onorare almeno il nome, egli decise di fondare un premio letterario; ché proprio allora cominciava la stagione dei premi. E raggranellate centomila lire di allora, fece gli atti necessari per una vera e propria Fondazione Giuliana Civinini. Il premio era dedicato a un’ opera letteraria o storica attinente all’Africa, e alla Colonizzazione e al lavoro degli italiani laggiù”.

Accademico d’Italia e fascista

Guelfo Civinini era uno scrittore amato anche da Indro Montanelli che lo considerava un suo maestro e non lo dimenticò mai. Nel 1939 fu nominato Accademico d’Italia. La sua fama divenne importante già nel 1933 per aver vinto il Premio Mussolini per la letteratura conferitogli dall’Accademia stessa. Basterebbe il conferimento del Premio Viareggio nel 1937 con il libro La trattoria di paese per consacrarlo tra i grandi scrittori e farlo riemergere dall’ingiusto oblio.

Fu vicino alle camicie nere firmando il Manifesto degli intellettuali fascisti, nel 1925. Le sue posizioni nazionaliste erano chiare e traspaiono nei suoi scritti. Amico di Italo Balbo, ebbe un grande aiuto nel momento in cui cercò di organizzare una spedizione in Africa alla ricerca dei resti dell’esploratore Vittorio Bottego, che era morto nel 1897. Ebbe come compagno il principe Marescotti Ruspoli. Tale esplorazione non portò ad un esito positivo. Gli indicarono un grosso albero secolare dove si pensava fosse sepolto Bottego, ma dopo gli scavi non fu recuperato nulla. Allora incisero su una roccia il nome dello sfortunato esploratore e una croce, il simbolo della fede, come ad indicare che solo Dio conosceva il posto dove quell’uomo  era sepolto.

Come giornalista riprese nel 1930 la collaborazione con il Corriere della Sera e scrisse pure  sul mensile del giornale, La lettura. Salvator Gotta lo conobbe molto bene e ne tracciò un profilo sul suo Almanacco: “Il caro Guelfo! Come giornalista… soldato, come poeta, come narratore… scapigliato . Lo conobbi a Parella, anche  lui,  nei primi anni del secolo, quando Luigi Albertini  aveva  appena inaugurato la sua villa. Lo rividi in guerra; era uno dei pochi giornalisti che seguisse le azioni di guerra da vicino, per cui si guadagnò parecchie medaglie al valore. Dopo la prima guerra mondiale, irrequieto, andò in Africa Settentrionale, e vi rimase parecchi anni. Tornato, lo ritrovai a Roma, a Firenze, sempre in divisa militare, abbronzato come se la pelle gli si fosse ridotta  cuoio. Eppure, così pressato sempre da inquietudini di giramondo, aveva un animo mite, una vena chiara, squisita di poeta e di raccontatore. Ed era un sì prezioso amico!”

Dopo un primo matrimonio, rimasto vedovo si risposò  nel 1942 e nel 1944 nacque la figlia Annalena. Terminata la guerra fu accusato di profitti illeciti. Il 10 febbraio 1947 scrisse degli esposti per difendersi: “Data la mia condizione di vero e proprio nullatenente, l’addebito di una somma (le famose 400.000 lire) che è per me favolosa potrebbe anche lasciarmi indifferente e forse anche procurarmi, in mezzo alle difficoltà in cui mi dibatto, un momento di malinconico buonumore, se in tale addebito  non fosse implicata una imputazione di carattere morale, qual è quella di aver tratto dalla mia attività di scrittore e di cittadino un illecito lucro che profondamente mi ferisce e mi offende”. Questa sua confessione fa capire l’animo dello scrittore e la sua onestà. Cadono a pennello le parole di Walter Scott: “Se perdiamo tutto il nostro avere, preserviamo almeno immacolato l’onore”.  La vicenda comunque si concluse in modo positivo per lo scrittore.

La straordinarietà della sua penna e la sua capacità di sviscerare con profondità ogni tematica la ritroviamo in un suo articolo comparso sul Corriere della Sera l’8 giugno 1934: “Il castagno è l’albero della serenità e del sorriso. E’ anche quello della Provvidenza. E’ “l’albero del pane” nostrano. Quanta gente nostra montanina si nutre principalmente  di castagne! Le statistiche dell’immediato dopo guerra davano una produzione annua intorno ai seimilioni di quintali. Oggi con le cure date dalla Forestale alla restaurazione dei nostri boschi, immagino che sia cresciuta. Ma può crescere ancora. Duce, dopo quella del grano c’è un’altra bella battaglia da combattere: questa”. Nel 1953, un anno prima della sua morte, vinse il Premio Speciale Marzotto per la narrativa con Lungo la mia strada.

Emilio Del Bel Belluz

Commenta