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Roma, 10 giu – «Mussolini ha un momento di perplessità, gli abiti sono molti. Molte anche le cariche: Duce del fascismo, capo del governo, primo maresciallo dell’Impero, ministro degli Interni, ministro della Guerra […]. A ciascuna di queste cariche corrisponde più o meno una divisa. Non è una scelta facile. Oggi, 10 giugno 1940, dovrà apparire al balcone di Palazzo Venezia e dire agli italiani che il grande momento è venuto […]. Sceglie l’uniforme di caporale d’onore della Milizia […], la stessa che indossava la sera fatale della proclamazione dell’Impero, in una Roma fiabesca e fiammeggiante. Allora gli portò fortuna». Così Silvio Bertoldi, nel suo “Il giorno delle baionette”, descrive i preparativi di Mussolini per il discorso con cui annunciò la decisione italiana di scendere in guerra a fianco dell’alleato tedesco contro la Francia e la Gran Bretagna. Quel discorso, pronunciato dal balcone di Palazzo Venezia, fu veramente, per usare le parole del Duce, «un’ora segnata dal destino» ma non, purtroppo, nel senso che Mussolini aveva voluto attribuirgli. L’ingresso nel conflitto segnò, piuttosto, l’inizio della fine del regime fascista, che sarebbe crollato nel luglio 1943 sotto il peso dei rovesci militari per poi sopravvivere, nel “moncone” della Repubblica sociale e attraverso la tempesta sanguinosa della guerra civile, fino alla primavera del 1945.

Mussolini “guerrafondaio” o “pacificatore”?

Sulle ragioni che spinsero Mussolini a fare quella improvvida (e a posteriori erronea) scelta gli storici hanno versato fiumi d’inchiostro, formulando una ridda di ipotesi più o meno fondate: logica conseguenza di anni di propaganda bellicista connaturata alla presunta essenza guerrafondaia del fascismo; inevitabile effetto del Patto d’acciaio, che aveva legato il Paese al carro del nazionalsocialismo tedesco e alla politica avventurista di Hitler; convincimento che la guerra sarebbe stata breve e che l’Italia, con poco sforzo, avrebbe soddisfatto le proprie ambizioni egemoniche nel Mediterraneo, in Africa e nella regione balcanica; consapevolezza che per l’Italia sarebbe stato impossibile tenersi fuori dalla guerra senza rischiare un attacco da parte dei tedeschi o, nella migliore delle ipotesi, l’adattamento a un ruolo subordinato in un’Europa dominata dal Terzo Reich.

Indagine sulle cause a parte, resta il fatto che Mussolini quella decisione la prese, nonostante il parere contrario di buona parte delle gerarchie fasciste, dei vertici delle forze armate e della Corte e a dispetto di un’opinione pubblica ondivaga e, in certi settori, alquanto tiepida di fronte alla prospettiva che la parola passasse alle armi. Tutto questo, in effetti, è ben noto. Quello che è meno noto, invece, è ciò che Mussolini fece per salvare la pace nonostante l’alleanza con la Germania lo vincolasse a intervenire, in caso di guerra, a fianco dei tedeschi.

Andrebbe ricordato insomma, per ragioni di pura e semplice obiettività storiografica, che accanto al Mussolini “guerrafondaio” vi fu anche un Mussolini “pacificatore” il quale, nel 1939, volle rinnovare il ruolo di mediazione già ricoperto nella crisi dei Sudeti dell’anno precedente, inseguendo l’obiettivo, poi rivelatosi illusorio, di una “nuova Monaco” che evitasse all’Italia e all’Europa le devastazioni di un conflitto. L’accoglienza ricevuta al ritorno dalla conferenza monacense, che nel settembre 1938 aveva evitato la guerra concedendo a Hitler, in virtù di un “patto a quattro” tra Germania, Italia, Gran Bretagna e Francia, di annettere al Reich il “cuneo” dei Sudeti germanofoni a spese della Cecoslovacchia, aveva infatti suscitato nel Duce una profonda impressione, dandogli al contempo il polso degli umori popolari. Come riferisce Daniele Veneruso, tornando in Italia «Mussolini fu costretto ad assistere a un fatto straordinario. Dal confine del Brennero fino a Roma una serie ininterrotta di milioni di italiani, per lo più in ginocchio, gli si affollò intorno per testimoniare la sua riconoscenza per avere ottenuto la pace».

Shirer: la possibilità di una nuova Monaco

Quasi un anno dopo Monaco, nell’estate del 1939, lo scenario era però cambiato. Sebbene condizionato dalle clausole del Patto d’acciaio siglato nel maggio, che impegnava i contraenti a combattere nel caso in cui l’alleato si trovasse coinvolto, a qualsiasi titolo, in un conflitto, Mussolini compì più di un tentativo per sottrarsi agli obblighi dell’accordo, sia quando divenne lampante l’intenzione della Germania di attaccare la Polonia con il pretesto della rivendicazione del “corridoio” di Danzica, sia quando, a invasione del territorio polacco avvenuta, si attendeva, quale reazione, la dichiarazione di guerra al Reich da parte della coalizione franco-britannica.

Di questa seconda, e meno fortunata, versione di Mussolini in veste di paciere fornisce un interessante resoconto lo storico statunitense William Shirer, nella sua ben documentata “Storia del Terzo Reich”. Il 25 agosto 1939, nota Shirer, Mussolini scrisse a Hitler una lettera (che «colpì il Führer come un fulmine») precisando che, in caso di attacco della Germania alla Polonia (e di conseguente reazione di Francia e Gran Bretagna), l’Italia non avrebbe intrapreso iniziative militari a fianco del Reich. La missiva, che adduceva come motivazione lo stato negativo della preparazione bellica italiana, dette un contributo (sebbene effimero) alla causa della pace, se è vero che essa, insieme alla notizia della firma di un’alleanza anglo-polacca, indusse Hitler a rinviare la data dell’attacco alla Polonia. La successiva “lista della spesa” italiana (ovvero l’elenco dell’imponente quantità di materiali che l’Italia richiese ai tedeschi per partecipare allo sforzo bellico), concepita in modo tale che la richiesta non potesse essere soddisfatta, fu, a giudizio di Shirer, «un chiaro indizio dell’intenzione del dittatore fascista di sciogliersi dai suoi impegni verso il Terzo Reich». Ma non era finita qui. Mussolini infatti, «ancora convinto che si dovesse prendere in considerazione la possibilità di una nuova Monaco», non cessò di battersi per la pace e di suggerire a Hitler l’opportunità di addivenire a una soluzione politica della crisi. In quello che fu l’ultimo giorno prima della guerra (31 agosto), il Duce prese contatto con Londra e Berlino nel tentativo di arrivare a una soluzione in extremis della questione di Danzica e, quando ormai l’esercito tedesco stava per passare la frontiera polacca, propose ai governi francese e britannico di invitare la Germania «a una conferenza da tenersi il 5 settembre al fine di “esaminare le clausole del trattato di Versailles che sono la causa delle attuali agitazioni”». Il giorno successivo all’invasione della Polonia (2 settembre), l’ennesimo tentativo di mediazione italiano dovette rivelare la propria fragilità di fronte all’ostinazione germanica e delle democrazie occidentali e, il 3 settembre, la dichiarazione di guerra di francesi e britannici al Reich trasformò quello che era un conflitto tedesco-polacco in una grande guerra europea e, in prospettiva, mondiale.

De Felice: il “naufragio” della mediazione italiana

La ricostruzione proposta da Shirer si ritrova, con ancora più abbondante citazione di materiale documentario, in Renzo De Felice, nel terzo volume della sua monumentale biografia di Mussolini. Nella narrazione dello storico reatino il Duce, che in quell’estate del 1939, a parere di Dino Grandi (allora ministro della Giustizia), «stava combattendo la più grande battaglia interiore della sua vita», decise per la neutralità (o meglio per la “non belligeranza”) nella notte tra il 13 e il 14 agosto e, successivamente, si affannò a «preparare il terreno per rimanere fuori dal conflitto, senza però rompere con la Germania e sperando ancora di porsi come mediatore». Segue, nel volume, una puntuale ricostruzione dell’intricata rete di scambi epistolari e di incontri diplomatici già ricomposta da Shirer: la lettera del 25 agosto, l’esagerata lista di richieste di materiale bellico alla Germania, la proposta di una conferenza di pace portata avanti con insistenza fino a quando, scrive metaforicamente De Felice, «nelle prime ore della notte tra il 2 e il 3 settembre, sulle secche dell’intransigenza inglese forse più che su quelle dell’intransigenza tedesca […] naufragò la navicella della mediazione italiana».

Ciano: la testimonianza del “Diario”

Il conte Galeazzo Ciano, ministro degli Esteri italiano, fu con Mussolini l’indiscusso protagonista di questa convulsa vicenda ed è giusto dedicare a lui, e alle testimonianze che ha lasciato nel suo “Diario”, la parte conclusiva di questo articolo. Il “Diario” copre, con annotazioni pressoché quotidiane, il periodo compreso tra il gennaio 1939 e il febbraio 1943 (quando Ciano, destituito dal suo dicastero, venne inviato come ambasciatore presso la Santa Sede) ed è fondamentale per conoscere a fondo gli aspetti della storia che qui ci siamo sforzati di ricostruire (non a caso il documento è tra le fonti primarie più “saccheggiate” sia da Shirer che da De Felice).

Aneddoti a parte («è tale da uccidere un toro, se la potesse leggere» commenta per esempio il ministro in data 26 agosto 1939, a proposito dell’elenco di forniture da richiedere alla Germania), Ciano, oltre a registrare i quasi quotidiani dubbi di Mussolini a proposito dell’alleanza con il Reich e dell’opportunità di scendere in guerra al suo fianco (il “tormento interiore” a cui alludeva Grandi), evidenzia il proprio ruolo sia nel tentare lo sganciamento dai tedeschi alla vigilia della guerra (lui che era stato firmatario del Patto d’acciaio), sia nel rafforzare in Mussolini l’intenzione di proporsi come mediatore tra la Germania e le democrazie occidentali e fautore di una “seconda Monaco”. Un’antologia di annotazioni per l’anno 1939 è a questo proposito eloquente: «[Il Duce] è d’avviso che una coalizione di tutte le altre Potenze, noi compresi, potrebbe frenare l’espansione germanica» (16 marzo 1939, all’indomani dell’occupazione tedesca di Boemia e Moravia); «Il Duce […] sottolinea la necessità di una politica di pace» (4 maggio); «[…] si potrebbe parlare col Führer di lanciare una proposta di conferenza internazionale» (19 luglio, in previsione di un incontro tra Mussolini e Hitler calendarizzato per il mese di agosto); «Il Duce tiene molto a che io provi ai tedeschi […] che lo scatenare una guerra adesso sarebbe una follia […]. Mussolini ha sempre in mente l’idea di una conferenza internazionale» (9 agosto); «Il Duce […] raccomanda ancora ch’io faccia presente ai tedeschi che bisogna evitare il conflitto con la Polonia […] Mai come ora il Duce ha parlato con calore e senza riserve della necessità della pace» (10 agosto); «Vedo nuovamente il Duce. Tentativo estremo: proporre a Francia e Inghilterra una conferenza per il 5 settembre» (31 agosto); «[…] facciamo cenno a Berlino della possibilità di una conferenza» (2 settembre, alla vigilia della dichiarazione di guerra franco-britannica al Reich). Fu, come sappiamo, tutto inutile e a Ciano non restò che annotare melanconicamente nel “Diario”, sempre in data 2 settembre: «L’ultima luce di speranza si è spenta».

Corrado Soldato

1 commento

  1. Ho letto con interesse questo articolo, per conoscenza di una parte di storia, che purtroppo è rimasta per troppo tempo nascosta, forse per una ferita ancora aperta, o forse perchè per una sinistra ipocrita e antifascista, faceva comodo che fosse così, nella storia bisogna raccontare i fatti, non i punti di vista.

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