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Roma, 14 nov – E’ stato ripubblicato di recente, a cura dell’Associazione Mazziniana di Sicilia, Da Mazzini al Fascismo?, scritto sulla presunta discendenza del movimento fascista dal pensatore genovese. L’autore è Giuseppe Beretta, allievo del marxista Ugo Saitta, lo scritto è probabilmente del 1968 anche non c’è certezza sulla data.

Pur contestando la dottrina del fascismo da posizioni di sinistra, Beretta finisce per affermare che la dottrina fascista ebbe i suoi incunaboli nella sacralizzazione della patria di radice mazziniana. Il vero padre filosofico-religioso del Duce, ancora più di Sorel, sarebbe Mazzini. Del resto Mussolini si vantò alla fine della vita di esser stato uno dei rari italiani ad aver letto l’Opera omnia mazziniana e l’unico statista italiano che tentò di realizzarla e storicizzarla. Sull’argomento si sono soffermati studiosi e allievi di Renzo De Felice. Tentiamo di ripercorrere brevemente le loro tesi principali.

Marx-Lenin e Mazzini-Mussolini?

Il Beretta paragona Mussolini a Lenin come uno dei massimi protagonisti della storia del Novecento. Gramsci scrisse che Lenin, nell’ottobre rosso, realizzò una rivoluzione contro il Capitale di Marx. L’autore del Capitale aveva infatti teorizzato che la “rivoluzione proletaria” sarebbe scaturita dalla massima intensificazione del capitalismo maturo e avanzato, dunque avrebbe riguardato i paesi industrialmente più evoluti, Germania in primis. La Russia del 1917 non era tra questi ma Lenin, pur consapevole della assolutezza del dogma marxista, dette fuoco alle polveri. Pur compiendo una rottura di paradigma rispetto alla teoria marxista ortodossa, Lenin concretizzò come nessun altro il verbo marxista nella storia. Allo stesso modo Mussolini, che secondo storici come Giuseppe Parlato e Giovanni Belardelli dal 1915 in avanti sotto una stella di segno repubblicano mazziniano trasbordò l’interventismo e il sindacalismo rivoluzionario nel protofascismo, non esitò a compiere una alleanza tattica con la monarchia sabauda per avviare una civilizzazione italiana di tipo democratico-plebiscitario, antiliberale e antimarxista, decisamente mazziniana.

Scrive Belardelli che in nessun’altra epoca della storia italiana come nel fascismo ci si richiamò tanto a Mazzini come all’autentico Padre della Patria, il fondatore della Giovine Italia divenne oggetto di innumerevoli citazioni in libri, discorsi, articoli al punto da essere considerato il vero precursore del regime di Mussolini. Vi fu in tutta l’epoca fascista, dal 1922 al 1943 e ancor più durante la Repubblica Sociale, un autentico culto devoto di Mazzini. A Mazzini non si richiamavano solo quei fascisti che provenivano dal sindacalismo rivoluzionario, i quali ritenevano di trovarvi una forma di conciliazione tra patriottismo imperiale basato sulla Terza Roma e solidarismo sociale organicistico e anticlassista analoga alla loro, ma anche personaggi di spicco del regime come Bottai, Grandi, Balbo, Pavolini, Rocco e Gentile. Nel 1920 e nel 1921, prima di prendere il potere, Mussolini cita decine di volte il genovese e lo definisce l’apostolo che indica la via della conquista dello Stato. Nella Dottrina del fascismo, il motivo “religioso” e lo Stato-civiltà mazziniani sono forse i più significativi, tra i vari filoni storico politici considerati come precorritori e prefascisti. Mussolini vi afferma ad esempio che “non mai come in questo momento i popoli hanno avuto sete di autorità, di direttive, di ordine”. Parole che riecheggiano intenzionalmente la famosa sentenza mazziniana: “Il mondo ha sete in oggi, checché per altri si dica, d’autorità”.

Lo Stato sociale del regime e la pedagogia mazziniana

Taluni studi fanno risalire la pratica dello Stato etico e sociale fascista al liberalismo hegeliano. In realtà, andrebbe ben più approfondita la sua filiazione mazziniana. La visione sociale e storica del genovese basata sul concetto di Stato come creatore di civiltà e di un mito storicista fu infatti lontanissima dal giusnaturalismo e dall’illuminismo da un lato e dallo statalismo liberale hegeliano dall’altro. Cavour, Napoleone III e Giolitti – più di Bismarck, assai apprezzato da Mazzini – saranno effettivi statisti hegeliani, ma non Mussolini.

Ciò che animava la visione mazziniana dello Stato, come quella mussoliniana, era infatti la “fede religiosa” e la vita politica mobilitata diveniva una pedagogia sociale comunitaria basata sulla missione del dovere prima che sull’individualismo. Apostolato come fede, dice Mazzini, affermazione d’un valore sacrale, divino, nella storia immanentista, che non vuol dire solo pensiero ma pensiero e azione storicistica. Lo Stato sociale mussoliniano e lo stesso corporativismo, esaltato come originale soluzione ai problemi sociali del mondo contemporaneo, pareva ai fascisti che si collegassero alla visione solidaristica e associazionistica di Mazzini il quale, contro Marx e contro la Comune di Parigi, aveva difeso la collaborazione e l’unificazione tra capitale e lavoro.

Antimaterialismo mazziniano

Va d’altra parte sottolineato, come riconosce giustamente Beretta, che da parte fascista si espunsero aspetti importanti del pensiero mazziniano, come un certo umanitarismo, che il genovese tentava comunque di conciliare con la missione imperiale e sovra-nazionale dell’Italia Terza Roma.

Mazzini ebbe per primo nemico, all’interno dello stesso movimento nazionale, il laicismo materialista e ateo e non può essere dimenticata, al riguardo, la sua lettera a Pio IX del settembre 1847 con cui sollecitò il pontefice a farsi capo del “partito nazionale italiano”. Pio IX lasciò passare il treno, non ebbe il coraggio storico di porsi a capo del partito della Terza Roma e la Chiesa cattolica ne avrebbe pagato un caro prezzo, sarebbe gradualmente uscita dalla storia come oggi vediamo. A differenza d’un certo estremismo garibaldino, Mazzini condannò senza mezzi termini il radicalismo anticlericale di radice massonica-giacobina, la sua visione storica è totalmente incentrata sul motivo metafisico e religioso ma immanente e non dogmatico. Egli notò con preoccupazione e preveggenza che la religione del mondo moderno sarebbe divenuta la “scienza ateista positivista” e apprezzò l’antiliberalismo del “Sillabo” di Pio IX (1864). Assolutamente mazziniano è questo punto centrale espresso da Benito Mussolini nella Dottrina del fascismo: “Nello Stato fascista la religione viene considerata come una delle manifestazioni più profonde dello spirito; non viene, quindi, soltanto rispettata, ma difesa e protetta. Lo Stato fascista non crea un suo Dio così come volle fare a un certo momento, nei delirii estremi della Convenzione, Robespierre; non cerca vanamente di cancellarlo dagli animi come fa il bolscevismo; il fascismo rispetta il Dio degli asceti, dei santi, degli eroi e anche il Dio cosi come visto e pregato dal cuore ingenuo e primitivo del popolo”. Va anche ricordato che varie correnti culturali del regime, in continuità con la critica mazziniana allo sviluppo del processo di unità nazionale (“Risorgimento tradito”), affermarono la centralità storica del pensiero mazziniano come autentica “ideologia italiana”.

Mikhail Rakosi

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4 Commenti

  1. Onore al Grande Genovese apostolo del Risorgimento e Maestro di vita, pensiero e azione.
    Bellissimo scritto, che eleva lo spirito alla fede e all’azione.
    Complimenti sinceri all’autore, spero di leggere ancora studi e riflessioni sul mazzinianesimo dopo Mazzini.
    Saluti,
    Francesco Errante

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