Roma, 22 gen – Terra dell’alloro, terra dell’ulivo. Ma non solo: oltre le innumerevoli specie di alberi e piante presenti da millenni lungo tutto lo stivale, da qualche mese abbiamo una novità. Se nel XVI secolo dalla Sicilia – regione famosa per la vite e gli agrumi – un intruglio in uso tra gli schiavi ottomani, tanto scuro quanto rinvigorente, si diffuse verso Napoli, in queste settimane ha preso infatti il via un progetto sperimentale che darà vita ad un caffè nativo siciliano di qualità arabica. Il felice rapporto tra il belpaese e la rosseggiante bacca abissina si sviluppa anche grazie a Venezia la quale – in virtù dei ben noti rapporti commerciali con il vicino oriente – già nel 1645 può contare sulle prime caffetterie.

La bevanda del diavolo

Inizialmente considerata come bevanda del diavolo, due secoli più tardi la capillare diffusione nel Vecchio Continente è merito – manco a dirlo – del genio italico. Angelo Moriondo, gestore di un locale torinese, produce nel 1884 il primo “apparecchio a vapore per la confezione economica ed istantanea del caffè in bevanda”. Figlio d’arte – il padre insieme ad altri parenti fonda la Moriondo e Gariglio, confetteria e fabbrica di cioccolato – studia in Francia: al ritorno in patria si butta a capofitto nel settore alberghiero e in quello della ristorazione. L’invenzione farà conoscere al mondo l’espresso italiano, nuovo simbolo di una nazione moderna ed energica.

“Dieci, venti, cento tazze di caffè in pochi minuti”

La macchina, in rame e bronzo, viene presentata nello stesso anno all’Esposizione generale di Torino riscuotendo pareri più che positivi da parte dei cronisti presenti in quanto il meccanismo è davvero all’avanguardia. Ciononostante Moriondo non sfrutta il brevetto ottenuto per una produzione su vasta scala, bensì utilizzando la sua creazione solamente negli esercizi commerciali di proprietà.

Naturalmente nel corso degli anni vengono apportate migliorie: in un sistema circolare che coinvolge produttori di macchine, esercenti e torrefattori, di particolare importanza è però l’esclusiva depositata nel 1936 – pochi mesi prima della morte – da Antonio Cremonese. Tale privativa viene rilevata da Achille Gaggia, barista milanese il quale a sua volta continua il perfezionamento, dando il via a una vera e propria produzione industriale che raggiungerà un giro d’affari importante nel secondo dopoguerra. La modifica datata settembre 1938 consente inoltre di estrarre il caffè a una temperatura inferiore ai 100°C, esaltando così gli oli aromatici.

Infusione mentale

Proprio nei caffè più celebri dello stivale – in particolare nel secolo scorso – si sono intrecciate cultura, arte e politica. Cantata da D’Annunzio (“infusione mentale, tintura frontale, mosto cervicale”) e paragonata al futurismo – caffeina d’Europa – la miscela nervina da semplice decotto di semi abbrustoliti, macinati e bolliti è diventata un rito, appuntamento quotidiano anche sociale che scandisce il ritmo delle nostre giornate. Oggi tra le merci più commercializzate al mondo, altro non era che un arbusto per il pascolo delle capre. Il Regno di Sicilia, Venezia e il nostrano spirito imprenditoriale: proviene da oriente ma su ogni chicco tostato c’è idealmente impresso il marchio italiano.

Marco Battistini

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3 Commenti

  1. il caffe’ fa malissimo ,causa aritmie e attacchi di panico , evitatelo e non avrete piu’ nemmeno bruciori di stomaco, attenti ai ristoranti che riciclano pure la merda e ve la servono nel piatto con un giro di olio extravergine di oliva

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