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Roma, 6 set – Si è concluso ieri il Festival della tv e dei nuovi media. L’evento ha avuto luogo dal 3 al 5 settembre a Dogliani, un piccolo comune della provincia di Cuneo. Nella ricca lista degli ospiti figuravano – come di consueto – quasi tutti autori di sinistra: da Lilli Gruber a Giovanni Floris, da Selvaggia Lucarelli a Luca Bottura, da Marco Damilano (direttore dell’Espresso) a Maurizio Molinari (direttore di Repubblica), per arrivare fino a Roberto Saviano e a Massimo Galli. Senza contare, tra l’altro, due noti editori politicamente schierati come Urbano Cairo e Carlo De Benedetti. È la solita sinistra che se la canta e se la suona come le pare, dirà qualcuno. Sì, vero. Peccato solo che a finanziare il festival sia stato… il centrodestra!



Festival di sinistra pagato dal centrodestra

In effetti, tra gli sponsor del festival, c’è in prima fila la Regione Piemonte, che dal 2019 può contare su una giunta di centrodestra. Per carità, la discussione politica è giusto farla con gli avversari, visto che parlarsi addosso non aiuta molto il dibattito. Ma rimane il fatto che una regione di centrodestra ha aperto i cordoni della borsa per finanziare un festival dove la propria parte era praticamente assente. Tradotto: un evento organizzato dalla solita sinistra, che ripete sempre i soliti luoghi comuni globalisti, è stato sostenuto economicamente da una giunta di centrodestra. Che, a quanto pare, non vedeva l’ora di sorbirsi l’ennesimo sermone di Roberto Saviano, che non perde occasione per accusare la destra di essere razzista, ignorante, sessista e xenofoba. Un vero capolavoro.

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Mancanza di coraggio e complesso d’inferiorità

Insomma, hai voglia a dire che la kermesse è stata un’occasione di dibattito. Perché qui l’impressione è che il centrodestra e la sua giunta piemontese abbiano aperto il portafoglio per mancanza di coraggio. Coraggio di dire «no» alla consueta sfilata delle Gruber e dei Formigli di turno. Con la presidenza di Alberto Cirio, il centrodestra aveva promesso discontinuità con le amministrazioni precedenti, ideologizzate e faziose. Ma qui, francamente, non vediamo alcuna differenza. E poi piangono pure per l’«egemonia culturale» degli avversari…

Elena Sempione

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