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Roma, 17 set – Due date cruciali: il 1974 e il 1991. Nel 1974 la caduta di Nixon e la fine del Franchismo in Spagna, l’anno orribile delle stragi in Italia. Nel 1991 la bandiera rossa che viene ammainata sul Cremlino nei giorni di Natale: è l’estinzione dell’utopia comunista in Europa con la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Nell’arco di tempo tra le due date Gennaro Malgieri intrattiene colloqui con personalità del calibro di James Gregor, Ernest Junger, Alain de Benoist. Oggi l’editore Solfanelli raccoglie quei dialoghi tra filosofia e prassi in un volume: “Colloqui (1974-1991). Attraversando il bosco”. Personalità culturali molto diverse, opposte per certi tratti, si confrontavano con Malgieri, all’epoca giovane intellettuale di quella “nuova cultura” che lanciava una sfida romantica alla egemonia tardo-togliattiana imperante nel mondo accademico e giornalistico italiano.

Un “cosmopolitismo di destra”

Dalla vivacità del quadro emergono alcune forti impressioni: innanzitutto la raffinatezza delle conversazioni, si pensi al colloquio con Ettore Paratore che ruotava intorno al tentativo politico compiuto da Senghor in Africa. Basterebbe quel dialogo per dissolvere gli stereotipi su una “sub-cultura di destra” vincolata dalla paura del nuovo, del lontano, del diverso. In realtà le esplorazioni umane di Malgieri procedono con un vasto respiro internazionale, si direbbe quasi all’insegna di un “cosmopolitismo di destra”, che – a voler introdurre una nota di pessimismo – poteva anche significare una implicita sfiducia riguardo alle possibilità di modificare le sorti dell’Italia sia dal punto di vista del pensiero che delle strutture sociali.

La varietà delle idee messe in campo dimostrano da un lato la ricchezza delle “culture della destra”, dall’altro la difficoltà a trovare un comune denominatore rispetto ad altre culture politiche che al di là delle diverse declinazioni hanno saputo sfoggiare una sorta di compattezza militare attorno ad alcuni “fondamentali”. Cosa può esservi in comune tra un De Tejada e un De Benoist? Il “de” onomastico è già troppo. Le inconciliabilità emergono anche tra “vicini”, così quando Gennaro Malgieri interroga il maestro del tradizionalismo carlista riguardo alla figura di Primo de Rivera la sua domanda che sollecitava una sintesi (tra la fede di tipo controriformista e l’ansia sociale del falangismo) trovava come risposta…un garbato diniego.

De Tejada e l’inconciliabilità tra carlismo e falangismo

Che cose ne pensa di José Antonio Primo de Rivera e in che grado il popolo spagnolo lo ammira e lo ricorda? Inoltre, da un punto di vista dottrinario vi sono punti di contratto fra falangismo e carlismo?”

José Antonio Primo de Rivera sentì il fascino di Mussolini e volle trapiantare in Spagna il fascismo italiano. Di lui si può dire quanto scrissi a proposito di Benito Mussolini nel mio libro “La monarchia tradizionale”. Non so cosa ne pensi il popolo spagnolo perché non mi dedico alla statistica politica. Esistono alcuni punti di contatto tra il falangismo e il carlismo, ma ahimè! le premesse fondamentali sono diverse e allora crolla l’edificio!”

E se don Francisco alzava un invalicabile muro teologico-politico per distinguersi dai falangisti che possibilità, realisticamente, c’erano di abbattere i muri tra le culture della destra e la sinistra all’epoca ancora impregnata di marxismo? Quando poi i dogmi del marxismo per una sinistra alchimia si sono metamorfosati nelle censure del politicamente corretto la situazione si è fatta ancora più greve.

James Gregor e uno studio serio del fascismo

A Gennaro Malgieri che gli chiedeva: Perché in Italia c’è una scarsa comprensione storica del fascismo, al contrario, ad esempio, di quanto avviene negli Stati Uniti?” L’eminente storico americano James Gregor rispondeva: In Italia tutti i partiti politici vivono sull’eredità dell’antifascismo. Loro devono giustificare in questo modo il potere conseguito e che sono tesi a conservare, ciò provoca il disinteresse della popolazione che non è stimolata, né sensibilizzata. Solo alcuni intellettuali sono seriamente interessati al problema, come Renzo De Felice. Al contrario, negli Stati Uniti le cose che ora si scrivono sul fascismo sono tutte abbastanza serie, aliene da faziosità. I fatti vengono accettati ed è stata abbandonata la rozzezza che nel passato ha contraddistinto lo studio del fascismo: le opinioni politiche personali, anche in gran parte della gente comune, non incidono molto nello studio del fascismo. Purtroppo gli italiani sono troppo interessati alla politica per comprendere la verità storica”.

Il politicamente corretto che tutto divora

In relazione al contesto culturale americano potrebbero oggi essere confermate queste valutazioni? Non penso. Il politicamente corretto divora gli stessi autori che ieri potevano dirsi al riparo nel recinto del sistema di pensiero dominante; le emozioni spesso isteriche prendono il posto di quella riflessione oggettiva a cui accennava Gregor. Ma se tali sono le oscurità che avvolgono le idee nel nostro tempo, non smettono di brillare le stelle. Stellare e profondamente emozionante è il dialogo di Gennaro con Ernst Jünger: “Amo il Sud perché credo di avere radici mediterranee…Amo tanto il mare Mediterraneo che quando passa un anno senza che possa andare sulle sue spiagge, mi sembra un anno perduto…”.

Alfonso Piscitelli

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