Roma, 30 lug –  “Libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta”. Così Virgilio nel Purgatorio presentava Dante a Catone Uticense, reo di averla rifiutata, la libertà, uccidendosi. Il poeta fiorentino invece la cercava, così come altri illustri amanti della sapienza prima e dopo di lui. Qualcuno ha provato a spiegarla con l’assenza di catene (fisiche o immateriali), quei lacci ferrati che ci imprigionano a una qualche schiavitù e che dobbiamo in ogni modo spezzare. Ma che cos’è realmente questa libertà? Una fuga dal presente, un arrampicarsi rampanti e spensierati sopra un albero oppure la gaberiana partecipazione? Ognuno può interpretare questo agognato e al contempo sfuggente tesoro un po’ come vuole. Resta che i più non lo afferrano, probabilmente perché pretendono che sia un diritto acquisito e non un dovere da conquistare e riconquistare ogni giorno.

Il filosofo italiano Emanuele Franz prova nel suo ultimo libro, “L’inganno della libertà. Discorso sovra la natura dell’arbitrio e della sua unicità (Audax Editrice, 2019, 112 pagine, 13 euro), non tanto a svelarci il mistero quanto a smascherarne le interpretazioni fallaci. E’ un testo raffinato accompagnato dalla prefazione del filosofo russo Alexandr Dugin e dalla post fazione del giornalista Giulietto Chiesa. C’è poi un commento del linguista americano Noam Chomsky, che si dice “molto interessato a conoscere gli sviluppi di questa teoria”. Si tratta dunque di un testo filosofico, in cui Franz indaga la natura ultima della capacità che ha l’uomo di scegliere.

Libertà come vita

Con all’attivo una ventina di libri, nella sua ultima fatica il filosofo italiano avanza una disamina soprattutto sul concetto occidentale di libertà. Quello odierno è inteso quasi unicamente come condizione ludica e ricreativa, di conseguenza livellante e fautrice di omogeneità degli individui, diametralmente opposto dunque al concetto di libertà affermato dagli antichi greci con la parola Eleuteria. Termine che traeva ispirazione da Eleuthia, dea della nascita e della vita, dunque capace di donare nuova linfa a chi la evocava, offrendo così la palingenesi dell’ἀνδρός (andros), ovvero dell’uomo virile (corrispondente al latino vir) da non confondersi col generico ἄνθρωπος (anthropos), e cioè l’uomo inteso come genere umano.

Da qui parte Franz, per dirci che la libertà non va mai intesa in senso deterministico, dunque non come mero libero arbitrio dell’individuo e neppure come servo arbitrio invocato da Lutero. L’uomo se è vir può scegliere, ma la sua sarà sempre una scelta originaria. Perché una monade può farsi cosmo soltanto se non dimentica le proprie radici, unici rami a cui è lecito afferrarsi senza rischiare la caduta nel baratro. Per essere realmente baroni rampanti, senza illudersi, senza barare.

Eugenio Palazzini

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