ruggeriLucca, 7 mag – Come si saluta un cantante, uno a cui dai del tu nelle canzoni, a cui hai dato molti passaggi in macchina, nell’autoradio, macinando insieme chilometri di vita? Con “Salve”, dice Enrico Ruggeri, fuori dal Teatro del Giglio di Lucca, con il viso magro dell’asceta o di uno a cui hanno tolto venticinque centimetri di intestino per una peritonite. Fra poche ore suonerà e segnerà un’altra tappa del suo tour e della sua carriera.

Pezzi di vita è il titolo del suo trentunesimo lavoro, uscito il 14 aprile scorso. Un doppio cd con cui Ruggeri propone sia inediti che brani dei suoi esordi, a cui dona un altro sorso di eterna giovinezza. Le canzoni si saldano così in una catena, forse la metafora migliore per rappresentare il percorso del Rrouge, che della sua carriera non ha mai buttato via niente, perché c’è ben attaccata la sua vita. Non ci sono maschere da dare via una volta vendute o da nascondere dopo aver truffato il pubblico. Sono io quello per strada è il titolo della canzone che apre il disco e che racconta il dialogo immaginario con un fan che gli chiede conto di quello che dice, che vuole sapere se sia un vero cantautore o un consumato attore. La risposta di Ruggeri non è assoluta, perché sarebbe falsa: “In quello che scrivo c’è molto di vero” e soprattutto non c’è solo la storia del cantante, ma anche del ‘cantato’, di chi ascolta, di quello che Ruggeri vede per un attimo e diventa suo per l’arco di una canzone, di una stagione. Foglie che in autunno potranno cadere, ma l’albero resterà lì a prendersi le sue “responsabilità collettive”.

Enrico Ruggeri gira quindi senza scorta, e senza corte. Gira per strada e non nei salotti, quelli radical chic che da settant’anni a questa parte concedono la patente di ‘artista’. Chi non ha ceduto al compromesso umano e ideologico è atteso da una strada dura e bellissima: la libertà di pensiero, difesa contro i venti e i veti, le omissioni e gli anatemi. Come ricorda lo stesso Ruggeri, mancano come l’aria in Italia quelli che, quando parlano, sei sicuro che non siano l’eco della voce di un padrone. Come Pasolini e Gaber. Quelli fuori dal coro, politicamente scorretti, umanamente liberi. Quelli che si sono salvati dal conformismo, che hanno qualcosa da dire e che vale la pena intervistare. Appunto, cominciamo.

La ‘diversità’ è il tema portante del suo nuovo album. Un tema sia implicito che dichiarato. Ha presentato il concerto di oggi come un “referendum sulla diversità di pensiero”…

La diversità è infatti la mia sfida. Innanzitutto una sfida sonora: questo disco prima di ‘parlare di’ qualcosa, si caratterizza per il suono che ha. Un suono completamente diverso, ‘bellicosamente’ diverso da quello che si ascolta in giro. I dischi che passano in radio infatti si assomigliano tutti, legati da una grande piattume. Viene quasi il sospetto che siano fatti in modo che sia più bella la musica della pubblicità, cioè che sia più allettante la pubblicità.
Un’altra sfida è poi legata ai testi: io uso la lingua italiana, e la cosa non è scontata. Devo dire che questo è un disco molto politico, in senso di polis, in senso di comunità. Parla molto di quello che succede, e quindi di rabbia, aspettative deluse, ragazzi traditi dal sistema.

Campione di diversità è Frankenstein, scelto da lei nel recente passato come escamotage per fare musica e lanciare messaggi. La canzone Diverso dagli altri, dove il protagonista afferma la propria alterità di pensiero e di destino, ricorda nel testo un inciso di Quando è moda è moda di Giorgio Gaber, che lei ha omaggiato in Tre signori, presente nel nuovo album.

Gaber era uno di quelli che parlava e diceva quello che pensava, che dava degli schiaffi, suggeriva riflessioni. Prima di lui mi vengono in mente Flaiano e Pasolini. Gente senza padrone, che non parlava per avere applausi. Gente che manca oggi. Penso a Pasolini quando nel ’68 dopo la battaglia di Valle Giulia difese i poliziotti, perché ‘poveri’ davanti ai ‘figli di papà’ dei movimenti studenteschi. Fu una sassata in faccia che ruppe lo schema della sinistra, a cui lui in teoria apparteneva.

La diversità però spesso si paga: ha parlato più volte della difficoltà incontrata nella sua carriera per non essersi schierato con la vulgata dominante. Ancora recentemente è stato al centro di un caso di ‘invito revocato’ a una trasmissione della Bignardi, a causa della canzone L’onda, manifesto contro il politicamente corretto. Tuttavia lei fa musica, televisione, teatro, libri, radio: quindi in Italia c’è ancora spazio per i ribelli?

Con enormi sacrifici, ti puoi ritagliare il tuo spazio. In Italia se ti attaccano l’etichetta che porti sfiga, o l’etichetta che non sei di sinistra – o anzi magari di destra –  ti possono troncare la carriera. Ho avuto la fortuna di capire presto che non avrei mai riempito San Siro ma non sarei mai sparito, e che c’erano molte cose da dire e non necessariamente con un linguaggio universale, quello addomesticato per le masse. Con grandi difficoltà sono riuscito a non schierarmi e fare il cantante.

Tornando a L’onda, è una canzone scomoda che raramente un cantante di prima fascia regala. Lei invece in questo album ha bissato con Hai ragione!, un inno contro il prêt-à-penser, cantato addirittura sul palco del concerto del primo maggio. Ma l’avranno capito?

Non lo so. Ormai il primo maggio è una kermesse molto festosa, i cantanti o scelgono il disimpegno scrivendosi “ciao Roma” sulle mani, oppure si addentrano in analisi troppo complicate per quella piazza. Io ho parlato con la canzone, e ho voluto dare un messaggio a chi ascoltava: in un mondo di traditori, chi sale su un palco a cantare non ha voltato le spalle alle nuove generazioni.
Hai ragione! è sicuramente una canzone particolare che non tutti hanno compreso. Qualcuno ‘c’è cascato’, o dicendo che il testo sia scontato – ma è proprio questa la figata – oppure dicendo che sia bellissimo, che “è giusto non lasciare gli immigrati sul barcone”. Ovviamente non cogliendone l’ironia e quindi rientrando nell’oggetto polemico della canzone: il pensiero preconfezionato.  

A proposito di immigrazione, ultimamente Gianni Morandi – con cui lei ha vinto un Festival di San Remo – è stato fortemente contestato sui social per aver lanciato il cliché del ‘siamo tutti immigrati’. Anche lui pensava di sentirsi dire hai ragione!”, ma gli è andata male…

Gianni si è addentrato in un terreno complicato, da uomo semplice e buono qual è. Ha seguito il filone ma senza l’adeguata preparazione culturale. Avventurarsi nel paragone fra l’immigrazione di oggi e l’emigrazione italiana in Argentina o negli Stati Uniti è un artifizio molto scenico, molto buonista, ma che culturalmente si muove su un terreno friabile. Sicuramente si aspettava un “hai ragione!”…ma invece è un nervo scoperto, soprattutto per le persone più in difficoltà. E in effetti gli è arrivata addosso anche una bella secchiata di becerismo… In questi casi credo sia meglio tacere, non bisogna dare per forza un parere su tutto. Non per non prendere posizione, ma quando ne prendi una devi essere inattaccabile. Devi sapere quello che dici.

Nell’anno del centenario della Prima guerra mondiale torna a dedicare una canzone al tema: La statua senza nome. Nel 1988 infatti aveva scritto Lettera dal fronte, ambientata in trincea ma in realtà ispirata da un suo zio morto in Grecia nel 1945, in un campo di concentramento americano.

La Statua senza nome è dedicata a chi, magari un secolo fa, magari settant’anni fa, è morto per rispettare la parola data, o per una bandiera o per l’idea che difendeva. Sono quelli che vengono dimenticati, gli eroi di una volta, “gli ultimi eroi”. Quelli di cui magari è rimasta una statua da qualche parte, lasciata in abbandono, ad aspettare l’alba. Alba come momento in cui si genera un’inversione di tendenza, in cui si risale. Oggi viviamo un calo culturale, morale ed etico così palese e rovinoso, che è difficile non immaginare una ripresa. La storia ce l’ha mostrata altre volte.

Chiudiamo con la sua città, Milano, sede dell’Expo. Avrà seguito sicuramente le contestazioni dei centri sociali tracimate in devastazioni. Il suo ‘amico’ J-AX inizialmente li aveva difesi, poi si è accorto della trappola e ha ritrattato. Lei che dice?

Che sicuramente il terreno è minato. Io mi limito a dire che l’Expo è stata una svolta per tutte le città in cui c’è stato. Certo, noi siamo riusciti ad organizzare un Mondiale di calcio e fare disastri: costruire stadi inutili, pagarli il triplo, eccetera. Siamo quindi specialisti nel rovinarci da soli, ma non per questo non dobbiamo riprovare. L’Italia ha un patrimonio immenso, anche se non sappiamo valorizzarlo né difenderlo. Mi piacciono gli inglesi quando usano il detto “nebbia sulla manica, il continente è isolato” o quando i francesi mi chiamano “Ruggerì”, con l’accento sulla i. Gli italiani invece sono di basso profilo, sono umili nel senso brutto della parola, non hanno autostima. Non si rendono conto di quello che hanno e di quello che possono fare. Quindi l’Expo è l’occasione per fare bella figura, e bisogna farla per noi e per gli altri. Mi davano fastidio per esempio le critiche snob fatte a Berlusconi all’estero, perché alla fine criticavano l’Italia. Casomai volevo criticarlo io, ma all’estero bisogna difenderci.

Quindi in semifinale di Champions League, lei interista, ha tifato Juventus contro il Real Madrid?

…diciamo che non c’ero…(ride). Sapete qual è la cosa su cui bisogna essere veramente politicamente corretti in Italia? Il calcio.

Simone Pellico

2 Commenti

  1. Non è raro un uomo. Soli ce ne sono tanti. Ma è raro che due uomini si incontrino. Ed è allora che può nascere un’intervista come questa.
    Portare sfiga o essere di destra nell’ambiente radicale e chic in Italia potrà diventare un titolo.
    E nell’Italia dei titoli è sinonimo di virtù, allora.
    E credo di avere ragione.

  2. Il dramma e’ che Ruggieri scrive delle ovvieta’, ahime’ necessarie. Ovvieta’ che qualsiasi non-affiliato alieno con tentacoli potrebbe osservare dal suo UFO in volo di ricognizione (senza neppure dover atterrare).

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