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Con il passare degli anni, la bibliografia su Carl Schmitt è diventata sterminata. Ma, in ogni caso, chiunque intenda avventurarsi nelle profondità del pensiero schmittiano, non può non imbattersi nel nome di Günter Maschke. La cui conoscenza del grande giurista e filosofo tedesco è pressoché enciclopedica. Qualità che anche i suoi più accaniti detrattori (e sono molti) sono costretti a riconoscergli. Intelletto brillante e lingua tagliente, Maschke è un polemista nato. E senza di lui, forse, la nostra conoscenza di Schmitt non si sarebbe salvata dalle letture abusive che ne hanno fatto tanti interpreti liberali e marxisti.



Lintellettuale tedesco Günter Maschke

Chi è Günter Maschke

E pensare che Maschke mosse i suoi primi passi in politica proprio nel Partito comunista tedesco, che nella Germania occidentale era stato messo al bando nel 1956. È in quegli ambienti che conobbe la carismatica Gudrun Ensslin, che assieme ad altri fondò la Rote Armee Fraktion (Raf), temuto gruppo terroristico di estrema sinistra. Ma a rapire il cuore di Günter non fu Gudrun, bensì sua sorella Johanna, con cui convolerà a nozze nel 1965. Trasferitosi con la consorte a Tubinga, Maschke ebbe la possibilità di studiare filosofia nella locale università e di seguire le lezioni di Ernst Bloch. Renitente alla leva, riparò in Austria dove entrò nella Comune di Vienna e si fece arrestare per aver partecipato a una manifestazione contro la guerra in Vietnam. Grazie a proteste mediaticamente efficaci, i suoi compagni di lotta riuscirono a impedire la sua estradizione nella Repubblica di Bonn, permettendogli di approdare a Cuba, dove troverà asilo politico.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di aprile 2021

È proprio durante il soggiorno sull’isola caraibica (1968-1969), però, che Maschke consumò la sua rottura con l’ideologia marxista: espresse più volte critiche verso il governo castrista e rifiutò numerosi incarichi offerti dal regime, tanto che alla fine verrà espulso dal Paese per «attività controrivoluzionaria». Tornato in patria, dovette infine scontare un anno di carcere per diserzione. Nel frattempo, i suoi resoconti sulla Cuba castrista riscossero molto successo e gli aprirono le porte sia della prestigiosa casa editrice Suhrkamp sia della Frankfurter Allgemeine Zeitung, il massimo quotidiano tedesco. Ed è proprio sulle colonne della Faz che il suo destino cambiò radicalmente: nel 1985 scrisse un necrologio in ricordo di Carl Schmitt che scatenò un vespaio di polemiche. La lettura delle opere schmittiane, del resto, era stata decisiva per la sua «conversione» politica (quella che per gli antichi compagni resterà un doloroso tradimento), tanto che Maschke instaurerà con Schmitt un solido rapporto di amicizia, andandolo spesso a trovare nel suo «esilio» a Plettenberg. Ad ogni modo, il suo necrologio in onore di Schmitt diede avvio a una dura controversia con Jürgen Habermas, che si concluderà con l’allontanamento di Maschke dalla Faz.

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La scomunica pubblica, che gli causò ovvi problemi, non impedì però a Maschke di continuare i suoi studi e di profilarsi come il maggior esperto di Schmitt e del suo pensiero. E, aggiungiamo, come uno dei più lucidi interpreti delle categorie ideologiche oggi dominanti. Di qui la decisione del Primato Nazionale di conversare con lui su alcune delle questioni decisive del nostro tempo.

Carl Schmitt e il tramonto dell’Occidente

Ancora oggi Carl Schmitt è una delle figure più controverse del pensiero politico europeo. Vuoi per la sua vicinanza al nazionalsocialismo, vuoi per la sua teoria politologica, gli è sempre stata contestata la sua concezione della politica come dimensione del conflitto. Purtuttavia, i teorici liberali non sono mai riusciti veramente a liberarsi di lui. E malgrado tutti gli escamotage irenistici della politologia oggi dominante, il conflitto politico rimane radicato nel qui e ora. Dov’è che secondo lei risiede l’attualità di Carl Schmitt?

«In Germania la Prima guerra mondiale viene spesso definita come Urkatastrophe, come la “catastrofe originaria” del XX secolo. Ma la vera catastrofe furono in realtà i suoi effetti e le sue conseguenze: la dissoluzione della sicurezza borghese, la bancarotta delle idées générales e la concezione discriminatoria della guerra, cha ha finito per trasformare gli sconfitti in criminali. In questo modo la pace è divenuta, per dirla con Julien Freund, “irrintracciabile”. Perché la pace si può stipulare solo con un nemico che viene riconosciuto, e non demonizzato. La dissoluzione della statualità e la “giuridicizzazione” della politica internazionale, che si esprime in una rieducazione pateticamente moralizzante dei vinti e nel loro continuo saccheggio, hanno quindi contraddistinto gli anni 1918-1933 (e qui vi risparmio le varianti di questa pratica, intervenute nel periodo tra le due guerre e dal 1945 fino a oggi). Uno dei più importanti pensatori che hanno saputo comprendere questa epoca – che in fondo è ancora la nostra, e che ha reso la pace “irrintracciabile” – è stato proprio Carl Schmitt. A mio parere, la sua “attualità” è tuttora evidente. Molto spesso l’ostilità nei confronti di Schmitt viene legittimata rievocando il suo rapporto – senz’altro criticabile – con il nazionalsocialismo tra il 1933 e il 1936. Ma la motivazione decisiva, benché sotterranea, di questa ostilità va rintracciata piuttosto nella…

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