In occasione della triste morte dello storico e politologo americano A. James Gregor, riproponiamo l’intervista che gli facemmo sul Primato Nazionale di marzo 2019.

Professore emerito di scienza politica a Berkeley, Università della California, A. James Gregor è uno dei più grandi esperti di dottrina fascista a livello mondiale. Tra i primi a ricostruire in maniera rigorosa la teoria politica fascista, in tempi in cui il pontifex maximus della cultura italiana, Norberto Bobbio, sosteneva che il fascismo non avesse mai avuto un’ideologia, Gregor ha dedicato quasi tutta la sua produzione scientifica a smontare questa leggenda metropolitana (e accademica). E lo ha fatto soprattutto in ambito anglosassone, dove molti, forse troppi studiosi hanno preteso di ergersi a brillanti interpreti del fascismo pur senza aver letto quasi nulla della nutrita letteratura teorica fascista, che invece Gregor conosce a menadito, con pochi eguali anche in Italia. Lo abbiamo quindi contattato per tracciare un bilancio di questo dibattito scientifico, in occasione del centenario della celebre riunione milanese in piazza San Sepolcro.      

Intervista ad A. James Gregor


Il prossimo 23 marzo il fascismo compirà cent’anni. Nonostante una letteratura scientifica che nel frattempo è diventata sconfinata, nel linguaggio politico quotidiano la parola «fascismo» viene spesso usata a sproposito. Lei come se lo spiega?

«Fin dal 1919, anno in cui Benito Mussolini chiamò a raccolta il movimento politico degli interventisti rivoluzionari, il fascismo ha avuto una storia straordinaria. La prima assemblea fascista era composta da sindacalisti nazionali, nazionalisti modernisti e radicali generici. Tra questi vi erano intellettuali colti e combattivi, che offrirono al movimento idee in grande abbondanza. Tutta questa mole di idee sopravvive ancora oggi negli archivi e nelle biblioteche europee e nordamericane.

Durante il decennio seguente alla fondazione del movimento e alla sua ascesa al potere, sono stati espressi vari giudizi di merito da parte della comunità anglofona. Mentre molti accademici indipendenti riconobbero i meriti del sistema rivoluzionario fascista, gli studiosi marxisti vi videro solo della reazione. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, l’atmosfera intellettuale invece mutò sensibilmente. Il fascismo venne inestricabilmente associato al nazionalsocialismo di Hitler. Tutte le nazioni che avevano aderito all’Asse furono dunque identificate con l’aggettivo “fascista”. Ciò ebbe come conseguenza che ogni nefandezza morale commessa da questi Paesi fu catalogata come “fascista”.

«Fin dal 1919 intellettuali
colti e combattivi
offrirono al movimento
una gran messe di idee»

Questo tipo di etichetta fu di grande convenienza strategica per le forze alleate. Le violazioni morali di una delle nazioni dell’Asse potevano così essere attribuite a tutte le altre – e la guerra contro di esse poteva essere caratterizzata come una guerra contro il male assoluto. Per cui, l’attacco dei giapponesi a Pearl Harbor, avvenuta prima di una dichiarazione formale di guerra, diventò un’infrazione “fascista”. Lo sterminio nazionalsocialista degli Ebrei divenne un’oscenità “fascista”. L’antisemitismo della legione romena di San Michele fu una depravazione “fascista”. Fu così per tutto il secondo conflitto mondiale. Entro la fine della guerra, il “fascismo” era quindi diventato il ricettacolo di ogni empietà immaginabile. Il fascismo scomparve dietro una narrazione studiata a tavolino – e così è tuttora.

Oggigiorno, quando gli accademici parlano di pregiudizio razziale, omofobia, sterminio del popolo ebraico o di «pulizia etnica», si riferiscono ai responsabili qualificandoli come “fascisti” – quando invece, chiaramente, si intende “nazionalsocialisti”. Eppure, esistono ricerche accademiche molto approfondite sul razzismo fascista. Renzo De Felice, ad esempio, ha scritto una Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo che tratteggia uno scenario decisamente diverso dalle credenze comuni. Siamo in possesso di molte informazioni sulle relazioni dell’Italia fascista con gli ebrei – e mentre ci sono molti esempi di atti odiosi e criminali (in particolar modo quando la Repubblica sociale italiana venne occupata dalle forze tedesche), tuttavia questi misfatti sono in generale moralmente meno gravi rispetto al trattamento riservato agli ebrei da parte dei sovietici. Infatti, fino all’occupazione tedesca, il trattamento degli ebrei da parte dei fascisti italiani era molto simile a quello riservato ai neri e agli americani giapponesi negli Stati Uniti in tempo di guerra.

«Entro la fine della guerra
il “fascismo” era diventato
il ricettacolo di ogni
empietà immaginabile»

Durante gli anni del secondo conflitto mondiale, gli Usa e il Regno Unito furono alleati dell’Unione Sovietica, la quale fu responsabile del genocidio di milioni di suoi cittadini e dell’esodo di ulteriori milioni di persone nell’ambito delle pulizie etniche. Tuttavia, nessuna persona ragionevole si sognerebbe di addossare la colpa di questi crimini a Washington o a Londra. Ciò nondimeno, gli accademici anglosassoni non hanno esitato a ritenere il fascismo colpevole dei crimini nazionalsocialisti. E tutto fa pensare che le cose non cambieranno in tempi brevi.

Gli accademici anglofoni, molti dei quali sono di sinistra, traggono infatti vantaggio dal bollare il “fascismo” come il depositario di tutto il male. In questa cornice, i regimi marxisti sono invece sottoposti a critiche molto più blande: né lo stalinismo né il maoismo, infatti, sono stati marchiati della stessa ignominia. Il “fascismo” rimane pertanto il nemico universale, mentre il cosiddetto “antifascismo” può essere effettivamente usato come arma contro tutti gli oppositori politici. In questo contesto desolante, gli storici delle idee, contando sulle proprie forze, possono solo continuare – contro ogni difficoltà – nei loro sforzi di fornire resoconti storici obiettivi».

Il Suo celebre studio The ideology of fascism, risalente ormai al 1969, è stato tra i primissimi ad analizzare il fascismo da una prospettiva rigorosamente dottrinaria. A 50 anni esatti dalla sua pubblicazione, ritiene quell’opera ancora attuale, oppure alcuni giudizi sono da rivedere?

«Credo che il mio volume L’ideologia del fascismo abbia resistito bene all’usura del tempo. Il suo maggior limite è che non prendeva in considerazione tutti i testi di Mussolini scritti durante la seconda guerra mondiale. Ma forse il suo più grave difetto è che non analizzava l’opera e il ruolo di Julius Evola, che ancora oggi viene presentato come “il maggior pensatore fascista”. Come egli stesso ebbe a ripetere per tutta la sua vita, Evola non fu mai un “pensatore fascista”. La sua influenza è stata quasi interamente negativa e, per circostanze del tutto particolari, Mussolini gli permise di presentarsi come un portavoce del fascismo, non rendendo in questo modo un buon servizio alla sua ideologia.

Ho tentato di rimediare a questa mancanza in un’opera successiva, Gli intellettuali di Mussolini, in cui ho provveduto ad analizzare in maniera sufficientemente dettagliata l’infelice influenza esercitata da Evola sull’ideologia fascista. In questa stessa opera ho tentato inoltre di illustrare in modo più completo il lavoro di alcuni degli intellettuali più importanti del fascismo. Le mie pubblicazioni successive hanno poi tentato di inserire il pensiero fascista italiano in un contesto appropriato, illustrando cioè la sua relazione con il marxismo classico e applicato, con le religioni politiche e con il totalitarismo. Sono persuaso che l’intera raccolta dei miei lavori fornisca un resoconto storico credibile del pensiero fascista originale».

Il contenuto forse più dirompente della Sua opera fu l’aver evidenziato – in opposizione alla storiografia ancora fortemente ideologizzata di quegli anni – che la dottrina fascista non era meno razionale di quella liberale. Lei ha individuato in particolar modo in Giovanni Gentile il più importante teorico del fascismo. Eppure, non sempre la letteratura scientifica sembra ricordarselo. A che cosa è dovuto, secondo Lei, questo fatto?

«La mia valutazione del fondamento razionale della dottrina fascista italiana è basata sull’intero corpo delle opere intellettuali che sono risultate decisive in questa impresa rivoluzionaria del fascismo. Anche senza il contributo di Giovanni Gentile, l’opera di Sergio Panunzio e Ugo Spirito qualificherebbe comunque il pensiero fascista come razionale esattamente come lo era ogni altra dottrina rivoluzionaria del XX secolo. Se poi prendiamo in considerazione i lavori di Roberto Michels, Corrado Gini e Alfredo Rocco, si ha un’abbondanza di produzione intellettuale che salta inevitabilmente all’occhio.

Il fatto che così pochi studiosi anglofoni citino questa fondamentale letteratura nei loro lavori sul pensiero “fascista”, pertanto, significa che o non hanno letto nulla di tutto ciò, oppure che non sono neppure a conoscenza della sua esistenza. Ci sono pochissimi studiosi anglofoni, ad esempio, che sanno che Michels e Gini erano membri del Pnf e che contribuirono direttamente alle componenti teoriche e dottrinali della sua ideologia. L’attualismo di Giovanni Gentile forniva in questo senso la matrice in cui tutta questa produzione teorica venne incorporata. Mussolini, del resto, commissionò a Gentile – con crisma ufficiale – di redigere i fondamenti filosofici della Dottrina del fascismo e, poco prima del suo assassinio, Gentile scrisse Genesi e la struttura della società, che era una rappresentazione ideale dello Stato fascista.

«I regimi marxisti sono
criticati molto meno:
né stalinismo né maoismo
sono tacciati di tale ignominia»

Quasi tutto ciò è però andato perduto per gli ambienti scientifici. Per anni gli studiosi italiani hanno infatti scelto di non occuparsene per paura di essere accusati di “apologia di fascismo”. Inoltre, la comunità accademica italiana del dopoguerra era in gran parte orientata verso sinistra; pertanto qualsiasi studio obiettivo del pensiero fascista risultava quanto mai sgradito. A mero titolo esemplificativo, le principali case editrici italiane non hanno tradotto nessuno dei miei lavori, anche se erano stati pubblicati dai maggiori editori di letteratura accademica degli Stati Uniti (Princeton University Press, Stanford University Press, Yale University Press e California University Press). In Italia esisteva un pregiudizio – del resto ben documentato – a favore delle interpretazioni di sinistra per ciò che riguardava la produzione intellettuale del fascismo italiano, e regnava un totale ostracismo nei confronti della pubblicazione di studi che offrissero una versione alternativa a quella dominante. Solo negli ultimi anni alcuni piccoli editori si sono impegnati a pubblicare alcuni dei miei lavori più importanti – mentre altri, altrettanto importanti, non sono stati ancora tradotti.

Per anni, dunque, questo pregiudizio dominante ha fatto in modo che si tacesse del contributo di Gentile al fascismo – apparentemente per timore che questo rapporto avrebbe fornito al regime un eccessivo prestigio intellettuale. Eppure, Mussolini aveva dichiarato pubblicamente che Gentile era il suo “maestro”. Gli affidò la responsabilità di plasmare secondo i suoi dettami l’ambiente intellettuale italiano durante gli “anni del consenso”, e lo incaricò di scrivere la sezione filosofica della Dottrina del fascismo ufficiale. Negli ultimi 600 giorni della Repubblica di Salò, inoltre, Mussolini chiese a Gentile di assumersi la responsabilità di animare e supervisionare la vita intellettuale della Rsi – e fu per quel motivo che Gentile fu assassinato.

La questione, però, non è tanto se Gentile fosse o meno il “filosofo del fascismo”. Il vero problema è piuttosto se l’attualismo abbia effettivamente fornito al fascismo un fondamento razionale convincente. È la stessa domanda che può essere sollevata riguardo al marxismo formulato da Karl Marx e Friedrich Engels e al suo rapporto con lo stalinismo e il maoismo».

Lei ha interpretato il fascismo italiano come una developmental dictatorship, ossia una dittatura che potremmo definire «fisiologica» per un’Italia sulla via dell’industrializzazione e dell’ascesa a potenza mondiale, in ritardo rispetto a nazioni come la Francia e la Gran Bretagna. Per l’Italia il fascismo fu dunque, in qualche modo, «necessario»?

«L’Italia fascista fu tra le prime nazioni del XX secolo a intraprendere una spinta sistematica verso la maturità industriale. È chiaro che l’industrializzazione era diventata essenziale per una comunità politica che intendesse sopravvivere nel mondo del XX secolo. La cosa è indiscutibile. La Russia di V. I. Lenin e Josef Stalin era stata pensata per essere il modello del socialismo rivoluzionario; eppure, al tempo del dominio di Stalin, aveva dato vita a un sistema di sviluppo a partito unico. La sua trasformazione era così evidente che Lev Trotskij lamentò che l’Unione Sovietica di Stalin era diventata un’imitazione del fascismo di Mussolini. E così doveva essere ovunque un regime rivoluzionario avesse assunto il potere.

In Cina, ad esempio, il governo nazionalista di Sun Yat-sen (1866-1925) rappresentava una dittatura di sviluppo monopartitica, che mobilitava in massa i suoi cittadini per industrializzare una nazione agricola. Nel secondo dopoguerra, tutti i regimi del “socialismo arabo” e “africano” tentarono di intraprendere una rapida industrializzazione sotto auspici monopartitici e autoritari. Stesso discorso in Asia, da Taiwan alla Corea del Sud fino a Singapore. Il genio di Mussolini stava nell’aver anticipato le esigenze esistenziali del XX secolo. Nel suo discorso in occasione della fondazione del suo movimento rivoluzionario, Mussolini parlò dei “miti” che lo animavano: il mito della nazione e il mito della produzione. In seguito affermò che la Russia di Stalin stava assumendo alcune caratteristiche del fascismo, giacché l’Unione Sovietica stava diventando sempre più nazionalista e si stava impegnando in un programma di rapida industrializzazione.

«Negli anni ’30, l’Italia fascista
era una nazione industriale
con tasso di crescita superiore
a tutti gli altri Stati europei»

Mussolini aveva capito che si trattava di un processo inevitabile, come fece intendere in un discorso ad alcuni studenti asiatici negli anni Trenta. Egli sostenne, cioè, che la rivoluzione in Asia era la conseguenza dell’arroganza delle economie avanzate e dell’incapacità delle nazioni arretrate di rispondere in maniera efficace. Per il fascismo l’industrializzazione era di importanza capitale. Se una nazione intendeva sopravvivere e godere dello status di Stato moderno, allora aveva l’urgente necessità di completare la sua fase di industrializzazione.

In questo senso, il fascismo italiano aveva risposto a un ineludibile imperativo internazionale. Altre nazioni – indipendentemente dalle loro pretese rivoluzionarie di “destra” o di “sinistra” – sono dunque state costrette a seguire il suo esempio. Il fascismo, spinto dalle analisi dei sindacalisti nazionali e incalzato dalla dura realtà, intraprese così un rapido sviluppo industriale. Negli anni Trenta, l’Italia fascista divenne una moderna nazione industriale, con un tasso di crescita superiore a quello di quasi ogni altra nazione europea. In questo modo il fascismo fornì all’Italia le basi per il “miracolo economico” del dopoguerra».

Al contrario di Renzo De Felice, che reputava il fascismo defunto nel 1945, Lei ha sostenuto che il fascismo come ideologia e prassi di governo è invece sopravvissuto alla caduta del regime mussoliniano. Dove si manifesterebbe dunque, secondo Lei, il fascismo ai nostri giorni?

«Se l’analisi precedente è corretta, ci si aspetterebbe che molti regimi rivoluzionari del XX secolo condividano almeno alcuni dei tratti essenziali del fascismo di Mussolini. Ovviamente questo non vuol dire che la letteratura dottrinale del fascismo storico sia stata letta e studiata dai rappresentanti di quei regimi rivoluzionari, spingendoli all’emulazione dell’Italia mussoliniana. Ma il fascismo aveva risposto a condizioni reali che caratterizzavano anche altri contesti. I fascisti si erano resi acutamente conto degli imperativi che dominavano la storia e avevano risposto. Quando il fascismo italiano cadde nel 1945, quegli imperativi rimasero gli stessi. E molti altri rivoluzionari apparvero sulla scena della politica internazionale, i quali tentarono di affrontare gli stessi problemi che avevano impegnato i primi fascisti. Le loro risposte, di conseguenza, hanno condiviso alcune delle stesse caratteristiche politiche.

Così, dopo la fine della seconda guerra mondiale, alcuni dei rivoluzionari del “socialismo africano” cercarono di intraprendere gli stessi sforzi di Mussolini – il che comportò la ricomparsa di alcuni tratti tipici del fascismo italiano. Come il Ghana di Kwame Nkrumah, si trattava di dittature di sviluppo. Questi regimi erano guidati da capi carismatici che hanno mantenuto il loro mandato per tutta la vita. E tali leader rifiutavano la guerra di classe, mobilitavano le masse, guidavano regimi monopartitici e dirigevano economie di sviluppo aperte al mercato. Molti di loro erano stati ispirati da Marcus Garvey, il rivoluzionario africano che, negli anni Venti, si era identificato come “il primo fascista”.

«Dopo la guerra, rivoluzionari
del “socialismo africano”
cercarono di intraprendere
gli stessi sforzi
di sviluppo di Mussolini»

Ebbene, è possibile riconoscere tutte queste caratteristiche presso molti dei movimenti rivoluzionari emersi dopo la fine delle ostilità in Europa. In Africa, in Medio Oriente e in Asia, fecero la loro apparizione regimi rivoluzioni che comprendevano almeno alcuni dei tratti principali del fascismo. Il “socialismo arabo” rivoluzionario, ad esempio, ha manifestato alcune di queste caratteristiche. In questo senso, Gamal Abdel Nasser ha rappresentato il tipo di leader che ha dominato gli Stati arabi monopartitici sorti nel secondo dopoguerra. Nasser, infatti, introdusse un programma di sviluppo che non era né socialista né marxista. Governato in gran parte dalle tendenze del mercato, il suo programma autoritario e monopartitico ha generato per anni tassi di crescita produttiva oltre il 9%. Non ha offerto una risposta di classe: ha mobilitato le masse. Era risoluto nella sua difesa delle prerogative nazionali – e sistematicamente resisteva alle ingerenze delle “potenze coloniali”. Come i fascisti italiani, anch’egli era un difensore delle “nazioni proletarie” contro le “nazioni plutocratiche” già industrializzate. Per una varietà di fattori, sia interni che esterni, il socialismo africano e quello arabo hanno fallito; ma, in ogni caso, condividevano chiaramente alcune caratteristiche del fascismo di Mussolini. In questo, però, non erano soli.

«Esempi ancora più chiari
di ispirazione al Ventennio
sono quelli della Cina
e di Paesi del Sudest asiatico»

Ancor più chiari sono gli esempi che ci giungono dall’Asia. Taiwan, Singapore e la Corea del Sud conobbero una rapida industrializzazione sotto l’egida di un regime autoritario, monopartitico e guidato da un capo carismatico. Tutti avevano rifiutato la lotta di classe e, in tutti i casi, l’economia si era adeguata al mercato: le loro prestazioni, individuali e collettive, erano impressionanti. È in questo contesto che la Cina di Mao Zedong diventa particolarmente istruttiva. Dopo il fallimento della sue politiche “socialiste”, Deng intraprese quella che è stata identificata come la “seconda rivoluzione cinese”: rinunciò alla lotta di classe, impose la disciplina nel Partito e nella popolazione in generale, controllò l’organizzazione del lavoro, riformò l’istruzione pubblica e supervisionò l’Assemblea e l’opinione pubblica. Nel giro di pochi anni l’economia cinese prosperò, crescendo a tassi a due cifre fin nel XXI secolo. In tempi più recenti, Xi Jinping ha dichiarato che la Cina è pronta per il suo “ringiovanimento”, per la sua “palingenesi”, ossia per tornare alle sua antica gloria. Il presidente cinese ha sistematicamente potenziato l’esercito, fornendo la tecnologia più moderna per assicurare la sua capacità di combattimento. La Cina ha inoltre affermato il suo irredentismo, rivendicando i territori “perduti” nelle isole del Mar Cinese orientale e meridionale, entrando in contrasto con Giappone, Indonesia, Filippine e Vietnam. Pechino, del resto, non ha mai fatto mistero della sua intenzione di diventare la potenza egemone nella regione. Non c’è nulla di “marxista” in tutto ciò. Ma ci appare familiare perché riflette alcune caratteristiche della storia rivoluzionaria dell’Europa. Xi Jinping governa, come leader carismatico a vita, su una dittatura di sviluppo palingenetica, nazionalistica, centrata sullo Stato, monopartitica, militarmente aggressiva, irredentista e che chiama alla mobilitazione di massa: si tratta una sintesi politica che a noi storici dovrebbe apparire familiare. Abbiamo visto il suo antecedente cominciare a prendere forma esattamente cento anni fa».

Valerio Benedetti

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  1. Questo articolo è semplicemente magnifico, anche perchè in molti punti offre letture (prima di tutto quella su Evola) che meriterebbero severi e rigorosi approfondimenti. in quanto il Fascismo non fu assolutamente una struttura opinionale monolitica… C’erano, eccome, varie “correnti” unite da un’obiettivo comune, ma a volte anche sensibilmente differenziate fra loro. Complimenti !

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