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Roma, 26 apr – L’indipendenza e l’unità della Grecia in uno Stato formalmente sovrano sono fatti relativamente recenti se vogliamo collocarli temporalmente. La Grecia infatti si libera completamente dalla dominazione ottomana solo il 21 luglio del 1832 tramite una pace concordata dalle grandi potenze europee (Inghilterra e Russia in primis) con l’Impero turco. Tuttavia un forte sentimento di unità e fratellanza è presente nello spirito dei greci da ben prima che i turchi posino il piede nei Balcani, addirittura secoli prima della nascita di Cristo. Un personaggio in particolare, Isocrate di Erchia, è fondamentale per comprendere quella forte appartenenza all’ethnos ellenico già presente nei greci dell’antichità.



Isocrate di Erchia e il panellenismo

Isocrate nasce nel 436 a.C. ad Erchia, in Attica, in una famiglia abbastanza agiata da permettergli una buona educazione. Per compensare i problemi finanziari procurati dalla guerra del Peloponneso, il giovane è costretto a diventare un logografo, ossia uno scrittore a pagamento di orazioni giudiziarie. Nonostante questa professione lo tenga impegnato per dieci anni, Isocrate si considera (e vuole essere considerato) soprattutto un pedagogo e un filosofo, e pertanto fonda nel 390 a.C. una scuola ad Atene, che raggiunge una fama pari a quella dell’Accademia di Platone, dove tra le altre cose era insegnata appunto anche la filosofia.

Al tempo di Isocrate, complice la guerra del Peloponneso, le anime dei greci sono divise in quello che potremmo oggi chiamare un ferocissimo ‘campanilismo’. Nonostante tutti riconoscano già l’appartenenza ad una stirpe comune da considerarsi superiore alle altre, quelle dei ‘barbari’, le guerre tra le poleis sono costanti tanto da influenzare per tutta la vita il pensiero politico del filosofo di Erchia. Isocrate è infatti uno dei più dediti teorici del panellenismo e si fa promotore ed ideologo di una unione politica e definitiva tra le città-stato greche.

Nel Panegirico, una delle sue opere fondamentali risalente al 380 a.C., Isocrate spiega come, a sua opinione, i conflitti tra i greci derivino dall’estrema povertà della loro terra e dalla conseguente lotta per la sopravvivenza che inevitabilmente si è scatenata. Nella stessa opera lo vediamo esortare Atene e Sparta, le due poleis egemoni, a mettere in disparte i dissapori lasciati dalla guerra del Peloponneso e ad imporre una pace totale all’ethnos greco per condurlo in una spedizione di conquista delle terre asiatiche oltre l’Egeo, al fine di acquisire nuove terre e risorse da dividere tra tutti i greci.

La missione di un popolo

Con questo pensiero, estremamente rivoluzionario per il tempo, Isocrate ci appare quasi come un moderno Corradini, la guida dei nazionalisti italiani che agli inizi del ‘900, in un tempo completamente differente da quello del filosofo attico, in relazione alla campagna di Libia identifica l’Italia come una nazione proletaria che deve correre alla conquista del proprio meritato spazio vitale per porre un termine ai conflitti interni. I due pensieri racchiudono praticamente lo stesso concetto: la missione di un popolo, aristocratico nello spirito ma povero nella materia, di restare unito da una parte, e di elevarsi sui popoli ‘barbari’ dall’altra.

Nel 346 a.C., nel quadro di una Grecia devastata dai conflitti fratricidi, è in piena crescita invece la potenza macedone, emersa in quel periodo grazie all’immensa abilità politica e militare di Filippo II, il padre di Alessandro Magno. È proprio in Filippo che Isocrate trova l’incarnazione vivente di tutte le proprie convinzioni politiche, l’Heghemon a cui trasmettere la propria missione. In più di uno scritto (per l’esattezza tre lettere rispettivamente del 346, del 342 e del 338 a.C.) egli si rivolge al sovrano di Macedonia esortandolo ad unire i Greci tramite diplomazia e concordia per poi scatenarne le forze contro i nemici di sempre: gli odiati e barbari persiani. Il filosofo dimostra di preoccuparsi della salute di Filippo rimproverandolo per l’abitudine di combattere nelle prime file coi propri uomini mettendo a rischio la propria vita. Nel 338 a.C. la battaglia di Cheronea vede trionfare i macedoni di Filippo II contro una coalizione di città-stato greche guidate da Atene e Tebe affermando di fatto la propria egemonia su quasi tutto il mondo ellenico. Isocrate invia l’ultima lettera al sovrano macedone quello stesso anno, ricordandogli la missione quasi ‘profetica’ di imporre una concordia ai greci per poi condurli verso la grandezza e si spegne in serenità poco tempo dopo aver lasciato questo ultimo scritto all’età di 98 anni, quasi a voler sottolineare un suo aggrapparsi alla vita fino al compimento del proprio scopo. Un paio di anni più tardi infatti Filippo il macedone viene assassinato poco prima della tanto attesa spedizione in Asia che invece verrà compiuta dal figlio ed erede Alessandro il Grande.

Non possiamo sapere quanto gli scritti di Isocrate abbiano effettivamente influenzato le politiche di Filippo II o di Alessandro, ma rimane il fatto che ancora una volta il mondo antico lascia una traccia ben precisa, una traccia che parla di stirpe, tradizioni ed identità, che forse mai come oggi è stata tanto confusa ma che rimane scolpita nella storia d’Europa.

Marco Scarsini

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