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Roma, 27 apr – La scarsa liquidità sta spegnendo le aziende italiane. Questa situazione era inevitabile. Nessuna impresa può sopravvivere se a parità di uscite vengono azzerate le entrate. I contributi dati dal governo tramite il Dl Liquidità rischiano di essere insufficienti. Palazzo Chigi si era affidato alle banche, ma gli istituti di credito procedono in ordine sparso. A questa situazione si aggiunge anche un altro problema: “Una piccola azienda su 2 segnala che i tempi di pagamento dei committenti privati si sono allungati a dismisura”. A lanciare l’allarme è la Cgia di Mestre.



I committenti privati non pagano

Con il lockdown tantissimi autotrasportatori, produttori di imballaggi e di una parte di attività metalmeccaniche sono stati pagati in estremo ritardo. Questo, ovviamente, mette a rischio la tenuta finanziaria di queste pmi. Si tratta di realtà economiche che già prima della crisi del coronavirus erano sottocapitalizzate e soffocate da un mare di gabelle. Per uscire da questo circolo vizioso è necessario invertire completamente la rotta.

Il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo propone di sostituire i prestiti bancari con contributi a fondo perduto. La questione liquidità per le pmi è dirimente: “Se con troppi debiti le piccole imprese sono destinate a saltare, lo Stato, invece, anche con un debito pubblico maggiore, può reggere, grazie anche alle misure che la Bce e l’Unione Europea metteranno in campo nei prossimi mesi”. La tesi degli artigiani mestrini trova riscontri anche nel rapporto presentato nei giorni scorsi dai ricercatori della Banca d’Italia. C’è inoltre un altro aspetto che non possiamo tralasciare: il rapporto tra le aziende e la Pubblica amministrazione.

Lo Stato non paga i creditori

Se i privati pagano in ritardo, lo Stato sa fare anche peggio. Il 28 gennaio scorso la Corte di Giustizia Ue ha sancito che la Repubblica italiana “è venuta meno agli obblighi della direttiva 2011/7 perché non assicura che le sue pubbliche amministrazioni rispettino effettivamente i termini di pagamento stabiliti”. Questa situazione si è incancrenita al tal punto che nessuno sa esattamente a quanto ammontano i debiti dello Stato nei confronti delle imprese. Secondo il ministero dell’Economia, invece, lo stock di debito residuo scaduto e non pagato al netto dell’Iva al 31 dicembre 2018 risulta pari a 16,7 miliardi. Una cifra che non tiene conto delle vecchie fatture non pagate né, in positivo, di quelle che potrebbero essere state saldate senza comunicarlo al Tesoro. Infatti per Banca d’Italia il volume da allora ha continuato a diminuire, attestandosi a 57 miliardi nel 2017 e 53 miliardi nel 2018.

Inoltre, neanche sui tempi di pagamento c’è un accordo tra le parti. I costruttori dell’Ance lamentano che “nonostante qualche miglioramento, dovuto agli effetti della Direttiva del 2011, i ritardi medi nel settore delle costruzioni superano ancora i 4 mesi e mezzo”. Per il ministero dell’Economia le fatture ricevute dalle 22.200 amministrazioni registrate sulla Piattaforma crediti commerciali, nel 2018 la media è scesa a 46 giorni contro i 55 del 2017. Nel dibattito interviene, anche, il buon Carlo Cottarelli: “I tempi di pagamento nel 2018 erano ancora superiori ai 100 giorni e l’anno scorso si sono ridotti a 67 giorni”. Peccato che rimaniamo sempre un passo indietro rispetto ai nostri concorrenti: la Francia paga in 48 giorni, in Germania ne bastano 27.

In Italia, inoltre, nel 2019 i ritardi nei pagamenti dello Stato e delle sue articolazioni a livello locale sono stati molto diffusi. La Cgia segnala qualche caso eclatante: “L’anno scorso, ad esempio, il Comune di Napoli ha liquidato i propri fornitori con 395 giorni medi di ritardo, l’Asl Napoli 1 Centro con 169, il Comune di Reggio Calabria con 146, la Regione Basilicata con 83, l’ASL Roma 1 con 72 e il Comune di Roma Capitale con 63”.

Il costo sociale della crisi di liquidità

La mancanza di liquidità causata dal coronavirus si è abbattuta come un tornado nelle aree più produttive della nazione. Secondo Osservatorio economia e territorio di Cna: “Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna (le tre Regioni che da sole producono il 40 per cento del Pil nazionale) hanno avuto nei primi due mesi di lockdown per il coronavirus hanno già avuto danni stimabili in 114 miliardi. Il danno economico per le 3 Regioni rappresenta da solo la metà di tutte le perdite economiche nazionali dei passati 2 mesi”.

Il danno economico ha avuto un grave impatto occupazionale. Facciamo qualche esempio. In Veneto a due mesi dal 23 febbraio, con l’introduzione delle prime misure restrittive, la perdita dei posti di lavoro dipendente in regione è salita a circa 50 mila, tra mancate assunzioni e diminuzione effettiva delle posizioni lavorative, pari a circa il 3% dell’occupazione dipendente complessiva. Una media di 6 mila posti di lavoro persi ogni settimana. Il calo è completamente imputabile al crollo delle assunzioni (-60% rispetto all’anno precedente) che ha coinvolto tutte le tipologie contrattuali: la differenza con il saldo del corrispondente periodo 2019 è pari a meno 7 mila per i contratti a tempo indeterminato, meno 4.400 per l’apprendistato, meno 39.500 per i contratti a termine. Gli stessi effetti si riscontrano in altre tipologie contrattuali, quali il lavoro intermittente (meno 9.600 posizioni lavorative), i tirocini (meno 4.700) e le collaborazioni (meno 650). I prestiti sicuramente non basteranno per uscire da questo pantano.

Tornando alla proposta di Zabeo, per immettere liquidità nel sistema i soldi devono arrivare nel conto corrente degli imprenditori soprattutto se si tratta di Pmi. Non è utopia. Questo modello è stato adottato a Berlino. Per sostenere le piccole imprese, infatti, il governo e i länder tedeschi hanno erogato, alle realtà con meno di 15 addetti, fino a 15 mila euro a fondo perduto. Se ci riescono i tedeschi, possiamo benissimo farlo anche noi.

Salvatore Recupero

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