Il Primato Nazionale mensile in edicola

Undicesimo capitolo di Italia Eterna, lo speciale del Primato sulle origini della nostra nazione. Le puntate precedenti: i Longobardi, la Disfida di BarlettaDante e PetrarcaEmanuele Filiberto e Carlo Emanuele di SavoiaGian Galeazzo ViscontiFederico II di SveviaIl Regnum Italiae di BerengarioNiccolò MachiavelliCola di Rienzo, Galeani Napione [IPN]

Roma, 29 mar – In questo mio contributo per la conoscenza della storia e della ricchezza culturale e spirituale del Regno di Napoli nel XV secolo, intendo soffermarmi soprattutto sugli aspetti mitici e simbolici che, secondo l’approccio metodologico che seguo, possono dirci dell’anima di un’epoca e di una cultura molto più di quanto non ci dicano le lotte di potere, gli intrighi di corte, le ramificazioni delle successioni dinastiche, le battaglie e le imprese militari. Tale approccio non esclude l’attenzione per le fonti storiche e per la letteratura in materia, ma inquadra queste fonti in una cornice più vasta e profonda. Il mito ci parla degli archetipi, dei modelli antichi cui un’epoca si è richiamata e il simbolo parla alla nostra sensibilità e alla nostra capacità intuitiva, esprimendo contenuti spirituali ed esperienze dell’anima che il linguaggio logico-discorsivo non può esprimere adeguatamente. L’approccio logico-discorsivo ci consente di analizzare le lotte, le vicende economiche e sociali, ma il mito e il simbolo sollecitano il pensiero sintetico-intuitivo a cogliere le grandi linee e il quadro d’insieme di un’epoca e di un regno, nei suoi aspetti più profondi, nella sua anima.

Questo metodo di lettura nasce con Gianbattista Vico[1] – che a sua volta si richiamava all’influenza del neoplatonismo del ’400 e del ’500 – il quale, nella Scienza Nuova, parlò degli “universali fantastici” come aspetto peculiare dell’“età degli dèi”, unico pensatore moderno ad aver anticipato di due secoli, come ha rilevato lo psicanalista americano James Hilmann[2], la psicologia del profondo del Novecento e l’importanza che essa attribuisce agli archetipi radicati nell’“inconscio collettivo” di cui parla Jung[3]. Il risalto dato al mito e al simbolo caratterizza poi la filosofia di Schelling[4] e la storiografia romantica di Bachofen e di Fustel de Coulanges, venendo poi ripresa e sviluppata nel XX secolo dalla “cultura della Tradizione”[5].

Il monumento a Re Ladislao: culto eroico-guerriero e simbolismo spirituale

Nella chiesa di S. Giovanni a Carbonara in Napoli[6] – che risale al XIV secolo e che offre una splendida stratificazione architettonica e artistica – si ammira il monumento al Re di Napoli Ladislao d’Angiò-Durazzo[7] (1376-1414), fatto costruire, con intento celebrativo del sovrano defunto, dalla regina Giovanna II, fra il secondo e il terzo decennio del ’400 e che è datato 1428 sulla manica della statua della Speranza (al secondo livello) e reca la firma dell’artista – pittore e scultore – Leonardo da Besozzo, originario di Milano e figlio di Michelino da Besozzo, anch’egli artista, pittore, nonché decoratore, presso varie corti europee, delle carte dei Tarocchi delle quali, evidentemente, doveva conoscere il significato simbolico[8]. Il monumento, imponente, è articolato in quattro livelli sovrapposti, carico di sculture simboliche che esprimono significati riconducibili alla filosofia platonica e alla tradizione alchemica, con particolare riguardo alle quattro Virtù – Temperanza, Fortezza, Prudenza e Magnanimità, che indossano lunghe tuniche (annodate all’altezza del plesso solare), al modo delle Vestali dell’antica Roma – le quali costituiscono la base del monumento e che possono leggersi sia da sinistra a destra, nell’ordine in cui le ho citate, sia in ordine inverso. Queste sculture testimoniano il fermento “filosofico” neoplatonico in Napoli anteriormente alla rinascita ufficiale del neoplatonismo nella nostra penisola, che in letteratura si fa coincidere con la venuta in Italia, nel 1439, del dotto bizantino e neoplatonico Giorgio Gemisto Pletone[9], in occasione del Concilio di Ferrara-Firenze fra la Chiesa Cattolica d’occidente e quella Ortodossa d’Oriente.

Nel suo Trattato delle Virtù[10] – che è datato al 1440 – Pletone parla delle quattro Virtù platoniche. Esse, colte nel loro insieme e nella loro interrelazione – così come sono rappresentate nelle quattro sculture della chiesa di S. Giovanni a Carbonara – indicano un cammino di perfezionamento morale, ma anche un più profondo itinerario di liberazione del principio spirituale dell’uomo – e della Forza-Pensiero che ne è veicolo[11] – dalla schiavitù delle passioni e degli istinti, simboleggiato nella statua della Magnanimitas, dal putto alato che con la mano destra regge una spada (mentre il braccio sinistro è monco, probabilmente per un danneggiamento successivo) simbolo della Volontà ardente verso il divino in cui è trasformata l’energia della brama e dell’agitazione della psiche. Il putto è raffigurato in una conchiglia (simbolo collegato a Venere), retta dalla Magnanimitas nella mano sinistra; il principio spirituale dell’uomo si affranca dal “guscio” per spiccare il volo. Colpisce la somiglianza simbolica di questa scultura con quelle antiche di età romana tardo-imperiale, raffiguranti Mithra fanciullo che nasce dalla roccia e che impugna nella mano destra una spada e nella sinistra una fiaccola, simbolo di Luce spirituale. Il dominio delle forze della natura inferiore (la Prudentia che stringe nella mano sinistra un serpente), la riscoperta di una centralità interiore, di un “Asse spirituale” (la Fortitudo che regge una colonna), la ricerca di un equilbrio fra principio “maschile” e principio “femminile” nell’uomo (la Temperantia che miscela il vino con l’acqua) sono le successive fasi di questo iter interiore che poi si sviluppa, sul secondo livello del monumento, nelle sculture solenni di Re Ladislao e della Regina Giovanna assisi in trono e che, al di là della rappresentazione encomiastica e ideale dei due sovrani (che può essere benissimo un livello exoterico, più esteriore di interpretazione), possono intendersi come l’equilibrio e l’integrazione del Principio Maschile e di quello Femminile nell’Uomo.

L’ascesa si sviluppa nella “Morte” (Re Ladislao defunto disteso sulla tomba, al terzo livello del monumento) che è, al tempo stesso, una rinascita, una nuova vita spirituale (Re Ladislao a cavallo, con armatura guerriera, che brandisce una spada verso la Luce e che, nel suo abbigliamento e nella sua postura, ricorda il modello guerriero-cavalleresco degli Ordini cavallereschi medievali). Il monumento è, al tempo stesso, una celebrazione encomiastica di Re Ladislao, la fondazione di un “culto eroico” gentilizio (la chiesa era il Pantheon degli ultimi Angioini che si recavano in essa per le più importanti celebrazioni religiose) e la rappresentazione simbolica di un itinerario di elevazione interiore che andava dalla “piccola opera” alla “Grande Opera”, dal perfezionamento morale alla vera e propria realizzazione spirituale. Un monumento straordinariamente ricco di contenuti simbolici e mistico-filosofici, che può leggersi su più livelli di significato, tutti compresenti e armonicamente coesistenti fra loro.

La «Luce degli Italici»

Sul lato sinistro del monumento, al secondo livello, una scultura dell’Arcangelo Michele sottolinea il significato simbolico-spirituale dell’opera artistica, essendo quest’Arcangelo simbolo della lotta interiore dell’uomo con le forze e gli aspetti inferiori della sua natura e, al tempo stesso, raffigurazione di un’Entità spirituale arcangelica, protettrice e intermediaria fra umano e divino[12]. Sul monumento voluto da Giovanna II, si può leggere, al secondo livello, l’iscrizione apposta da un ignoto umanista (forse Lorenzo Valla.)[13] e che sintetizza la sua grande vita:

QUI POPULOS BELLO TUMIDOS QUI CLADE TYRANNOS
PERCULIT INTREPIDUS VICTOR TERRAQUE MARIQUE
LUX ITALUM REGNI SPLENDOR CLARISSIMUS HIC EST
REX LADISLAUS DECUS ALTUM ET GLORIA REGUM

È significativo che la Regina Giovanna II abbia consentito che Ladislao fosse definito Lux Italum, ossia «Luce degli Italici»; l’aspetto peculiare di questo Re di Napoli fu proprio il tentativo di unificare tutta l’Italia sotto lo scettro del regno di Napoli, processo bruscamente interrotto dalla sua improvvisa morte nel 1414, sulla quale pesano varie congetture perché, forse, non fu una morte naturale.

Tale tendenza egemonica e unificatrice fu tanto più rilevante e significativa in quanto Ladislao, nel 1403, era stato incoronato re d’Ungheria a Zaravecchia, ponendo termine a una complessa e travagliata vicenda di successione dinastica (sul piano strettamente nominale, poiché non riuscì ad esercitare il potere effettivo in Ungheria, impegnato com’era a porre ordine all’interno del regno di Napoli e ad estendere il suo dominio nella penisola italiana) e quindi riuniva in sé due corone. L’eventuale unificazione dell’Italia – che in parte gli riuscì ampliando i confini del regno di Napoli fino alla rocca di Talamone, nella Toscana meridionale e fino a tutta l’Umbria e al Piceno – avrebbe potuto significare quindi, almeno sul piano della titolarità nominale, l’unificazione in un solo scettro di due regni, quello di Napoli – esteso a tutta l’Italia – e quello d’Ungheria.

Napoli, pertanto, nel periodo di questo re, fu la sede non solo del Re di Napoli ma anche – nominalmente – del re d’Ungheria, il che ne ampliava, almeno potenzialmente, il prestigio e il rilievo di capitale europea. Ciò è tanto più vero ove si consideri che Ladislao, per ben due volte durante il suo regno – per motivi che approfondirò in seguito – conquistò Roma e la sede papale, sottomettendo il Papa manu militari e suscitando, con ciò, grande impressione presso tutte le corti reali d’Europa.

Al vertice del monumento, la base della statua equestre di Ladislao (che ricorda anche il modello delle statue equestri degli imperatori romani) reca l’iscrizione Divus Ladislaus replicando un titolo che era tipico degli imperatori romani defunti e divinizzati dopo la loro morte, aspetto tipico della religione romana di età imperiale. L’archetipo imperiale romano domina e segna questo monumento quale motivo ideale ispiratore.

La fama di Ladislao nella cultura italiana

La fama che ebbe in vita perdurò presso gli scrittori umanisti: da Tristano Caracciolo a Jacopo Sannazzaro (che ne celebrò le imprese guerriere in un carme), a Scipione Ammirato che vide in lui “il capitano coraggioso e fortunato, onore delle armi italiane”[14]. Niccolò Machiavelli aveva scritto che la morte di re Ladislao era stata “sempre più amica ai Fiorentini che niuno altro amico e più potente a salvargli che alcuna loro virtù”, implicita conferma del rilievo politico e militare del re di Napoli. Più tardi, Pietro Giannone diede risalto alla forza con cui Ladislao disarmò i Papi. Nell’Ottocento, gli storici della scuola neoghibellina colsero in lui il personaggio storico da contrapporre alla Chiesa ed al Guelfismo. Giuseppe la Farina scrisse di lui “Non dissimulò il suo disegno di dominare l’Italia intiera, usando per divisa il motto “Aut Caesar aut nihil”. Il Solmi vide nelle conquiste di Ladislao una delle vigorose affermazioni del principio unitario all’inizio del XV secolo.

La lettura di Alessandro Cutolo è più minimalista, vedendo in Ladislao un re che, per assicurarsi un dominio incontrastato del suo regno, contro nemici interni ed esterni, offese per difendersi e minacciò il papato, Firenze “e finanche il Re dei Romani” cioè il titolare, quanto meno nominale, del Sacro Romano Impero. A tale lettura minimalista si può obiettare che nella storia, molti disegni egemonici sono nati dalla preoccupazione di essere altrimenti dominati, molte aggressioni a popoli vicini sono state “guerre preventive” e che quindi molte volte, nella storia, un disegno imperiale, pur partendo da istanze e finalità difensive, è stato pur sempre un disegno espansivo ed egemonico. Limitandoci ad alcuni esempi, Roma distrusse Cartagine perché altrimenti ne sarebbe stata gravemente minacciata; Alessandro Magno conquistò i Persiani che in precedenza avevano minacciato la libertà della Grecia.

Il motto “Aut Caesar aut nihil” è emblematico del modello che ispira Ladislao; è l’archetipo imperiale romano, è la volontà di dominare e unificare l’Italia sotto il suo scettro, poiché le vicende turbolente di quel tempo e le sue burrascose vicende personali – di cui parlerò oltre – gli fecero probabilmente maturare la convinzione che la situazione caotica della penisola italiana – frammentata in tante Signorìe e soggetta alle mire espansive di regni stranieri (soprattutto la Francia) – e le insidie cui era esposto il regno di Napoli, potessero essere superati solo attraverso l’affermazione di una volontà egemonica che realizzasse un regno italiano unitario. L’alternativa per lui era notevole: o divento Cesare oppure non sono nulla, o sono dominatore oppure sarò dominato e quindi condannato a essere spazzato via dalla storia.

Il contesto politico

Nel 1386, la situazione del Regno di Napoli, alla morte di Re Carlo III d’Angiò-Durazzo, nipote di Giovanna I d’Angiò, era molto complessa e precaria. Ladislao aveva appena dieci anni ed il regno era retto dalla madre, Margherita di Durazzo, in qualità di reggente. La nobiltà napoletana era divisa fra i sostenitori degli Angiò-Durazzo e i partigiani degli Angioini francesi. I nobili filo-francesi si ribellarono agli Angiò-Durazzo, costituirono un consiglio di magistrati che reggesse la città e costrinsero Margherita di Durazzo e il giovanissimo erede al trono, Ladislao, prima a rinchiudersi in Castel dell’Ovo e, poi, a fuggire a Gaeta, dove si rifugiò anche la corte reale. Gaeta fu quindi la linea di resistenza degli Angiò-Durazzo, lo “zoccolo duro”, per così dire, del regno (vocazione che ha poi mantenuto nella storia del regno fino al 1861).

Intanto Luigi II d’Angiò di Francia, nel 1387 fu proclamato Re di Sicilia e s’impossessò, almeno nominalmente, del regno di Napoli, ma ebbe vita difficile, perché i nobili reclamavano la loro autonomia e, di fatto, non si sottoponevano alla sua autorità. Tutto ciò avveniva inoltre nel quadro internazionale di una divisione all’interno della Chiesa, fra il papa di Roma ed il papa di Avignone, a sua volta sostenuto dalla casa reale di Francia. Peraltro, il Papa di Roma, Urbano VI, non sosteneva gli Angiò-Durazzo, ma manteneva una posizione ambigua, che indeboliva ulteriormente la posizione di Ladislao e della madre reggente. Alla morte del papa Urbano VI, nel 1389, i cardinali, riuniti in conclave, per eleggere un successore, mostrarono di voler seguire una linea politica del tutto diversa dalla sua, che era stata ostile all’autonomia del regno di Napoli.

Occorreva fronteggiare energicamente lo scisma del “papa” di Avignone e, e per fare ciò, seguire ciò che la logica suggeriva, ossia riconoscere Ladislao re di Sicilia, sposarne la causa e far sì che i “durazzeschi” (ossia la casa reale angioina di Napoli e i suoi seguaci e sudditi) sostenessero, in cambio, quella del Papa di Roma, in modo che, unendo le forze, la vittoria dell’uno sarebbe stata anche quella dell’altro. Il 2 novembre 1389 i cardinali scelgono come papa il cardinale Pietro Tomacelli, napoletano di antica famiglia nobile meridionale nonché di antica fede durazzesca che aveva un suo rappresentante, Bartolomeo Tomacelli, tra i fedeli della corte angioino-durazzesca di Gaeta. Il nuovo papa – che prese il nome di Bonifacio IX – sin dal concistoro del 18 novembre 1389 mostrò la sua nuova linea. Egli proclamò Ladislao re di Sicilia e fece votare all’unanimità dai cardinali presenti tale proclamazione. Allo stesso tempo inviò i suoi funzionari pontifici alla corte di Gaeta degli Angiò-Durazzo – dove la madre di Ladislao, Margherita Durazzo era reggente del regno, data la minore età di Ladislao – affinché stabilissero un legame fra le due corti e, soprattutto, un controllo sul nuovo re.

Frattanto, nell’ottobre del 1389, il re di Francia, cedendo alle insistenze di Clemente VII – papa di Avignone – si era recato alla sua corte con tutto il suo seguito. Il giovane Luigi II d’Angiò, pretendente al trono di Napoli, aveva partecipato a una fastosa cerimonia religiosa nella cappella del palazzo di Avignone; vestito di bianco, in segno d’innocenza, si era diretto all’altare, aveva letto la formula di omaggio dovuta al papa dai sovrani del regno di Sicilia, aveva raggiunto lo scanno dei cardinali seguaci dell’antipapa, ricevendone da uno di essi la sacra unzione ed aveva assistito alla Messa celebrata da Clemete VII ricevendo dall’antipapa (che noi oggi chiamiamo tale, ma che per la corte di Avignone era il papa a pieno titolo) le insegne del potere: la spada, il globo, lo scettro e la corona[15]. Le feste che seguirono furono turbate dalla notizia della morte di Urbano VI e, poi, dalla scelta del nuovo papa di Roma, favorevole ai Durazzo della corte di Gaeta.

L’incoronazione di Ladislao

L’alleanza fra Bonifacio IX e Ladislao fu considerata così grave che si tentò di stroncarla con ogni mezzo e un devoto partigiano di Luigi II d’Angiò, il vescovo di Arles, Raimondo, riuscì ad entrare nella rocca di Gaeta e a diventare familiare del giovane Ladislao, avendo conquistato la fiducia generale della corte, grazie alla sua alta carica vescovile. Nel febbraio del 1390 Raimondo avvelenò il vino che fu bevuto da Ladislao e dal suo coppiere; il re corse un grave pericolo di vita e fu salvato a stento, ma rimase balbuziente per il resto dei suoi giorni. Si tratta di episodi fondamentali per comprendere la successiva psicologia e l’azione politico-militare di Ladislao. Il 29 maggio 1390 Ladislao, tredicenne, era stato solennemente incoronato Re dal cardinale legato pontificio Angelo Acciaioli insieme alla sposa Costanza; in quello stesso giorno, erano state celebrate le nozze. L’incoronazione era stata celebrata con feste e cavalcate. I messi di Ladislao, a Roma, avevano prestato giuramento al papa in suo nome.

Nei primi anni dell’ultimo decennio del ‘300, la corte di Gaeta seguìva la seguente linea politica: 1) curava rapporti deferenti con la Chiesa di Roma; 2) continuava la politica di amicizia con Firenze e Venezia; 3) rafforzava l’esercito; 4) si intrattenevano rapporti con quanti, in Napoli, mantenevano segretamente vivo il ricordo degli esuli di Gaeta. Nel luglio del 1393, seguendo il deliberato del suo consiglio, la regina reggente Margherita di Durazzo cedeva a Ladislao, sedicenne, l’effettivo comando e si ritirava dalla sua posizione di reggente che, fino ad allora, aveva esercitato con sano accorgimento e con grande forza d’animo, in una situazione difficile, dovuta ai nemici interni di Napoli (le famiglie nobili favorevoli al ramo francese degli Angioini) ed a quelle esterni (l’antipapa di Avignone, la casa reale di Francia, gli Angioini del ramo francese)[16].

L’opera alla quale si accingeva Ladislao, nel momento in cui, sedicenne, assunse l’effettivo potere regio, era alquanto improba. Sul piano interno, doveva sconfiggere le ribellioni dei nobili e, in particolare, quelle dei nobili favorevoli al ramo francese degli Angiò. Sul piano internazionale, aveva di fronte la minaccia degli Angioini francesi sostenuti dalla casa reale di Francia nonché dal papa di Avignone. Peraltro lo stesso rapporto col papa di Roma era alquanto delicato, perché quest’ultimo, pur sostenendolo, voleva in realtà tenerlo sotto controllo e ubbidiente alle sue direttive, tanto più che il nuovo re era appena un sedicenne. E poi c’era da curare i rapporti diplomatici con Firenze, con Siena, con la Repubblica di Venezia, con i Visconti di Milano; un quadro intricato, in un momento internazionale in cui, peraltro, l’Impero di Bisanzio era in decadenza e i Turchi premevano alle porte dell’antico Impero e costituivano quindi una minaccia per l’Occidente.

Le fonti e la letteratura ci tramandano il profilo di un giovane re deciso, determinato e spregiudicato fino alla ferocia. La rivolta dei nobili ribelli fu repressa nel sangue; in particolare i Sanseverino patirono molte detenzioni e molti lutti. Il re era, però, amato dal popolo napoletano che avvertiva il bisogno di una guida forte e inflessibile che garantisse l’unità e la pace del regno e che fosse un argine contro lo strapotere dei baroni. Fu in questo contesto e nel clima di queste turbolenze (anche personali, coi tentativi di eliminarlo), che maturò l’energica azione politico-militare di Re Ladislao.

Stefano Arcella


[1] Ho approfondito quest’aspetto nella mia relazione L’influenza di G.B. Vico sul pensiero di J. Evola, in Studi Evoliani 2010, (Atti del Convegno di Studi su “Evola e la filosofia”, Alatri, 2010), Ed. Arktos, Torino-Cuneo, 2013, pp. 28-39.

[2] J. Hilmann, L’anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi, Milano, 2011.

[3] C.G. Jung, L’uomo e i suoi simboli, Longanesi, Milano, 1988[ora: TEA, Milano, 2011].

[4] Cfr. W. Heinrich, Sul metodo tradizionale, Fondazione J. Evola, Roma, 1982. Di questo approccio metodologico ho parlato ampiamente nell’introduzione al mio libro I Misteri del Sole, Controcorrente, Napoli, 2002 [vedi ora il mio nuovo testo Il dio splendente. I Misteri romani di Mithra fra Oriente e Occidente, Arkeios, Roma, settembre 2019].

[5] Cfr. J J. Bachofen, Il Matriarcato, Einaudi, Torino, 1988; Fustel de Coulanges, La città antica, Sansoni, Firenze,1972; J. Evola, Rivolta contro il mondo moderno, Mediterranee, Roma, 2006.

[6] Sulla chiesa di S. Giovanni a Carbonara, vedi: A. Filangieri di Candida, La Chiesa e il monastero di S. Giovanni a Carbonara (a cura di R. Filangieri di Candida), Lubrano, Napoli, 1924; A. Delle Foglie, La Cappella Caracciolo del Sole a San Giovanni a Carbonara (saggio introduttivo di Gennaro Toscano), Jaca Book, Napoli, 2011.

[7] Su Ladislao vedi: A. Cutolo, Re Ladislao d’Angiò-Durazzo, Hoepli, Milano, 1936 (in 2a ed.: Berisio, Napoli, 1969).

[8] Cfr. A. Delle Foglie, op.cit. p. 83 e nt. 98.

[9] Su Pletone v. Francois Masai, Pletone e il platonismo di Mistrà, tr.it. Victrix edizioni, Forlì, 2011. Questa pregevole opera, pubblicata a Bruxelles nel 1956, solo nel 2011 è stata tradotta in Italia, grazie alla meritoria opera della editrice Victrix e dell’Associazione Romania Quirites di Forlì.

[10]  G.G. Pletone, Trattato delle Virtù, Raffaelli Editore, Rimini, 1999; ID., Sulle differenze fra Platone e Aristotele, Raffaelli Editore, Rimini, 2001; Trattato delle leggi, Victrix editrice, Forlì, 2012. Su Pletone cfr. AA.VV. Sul ritorno di Pletone. Un filosofo a Rimini, Raffaelli Editore, Rimini, 2003. Da notare che il Trattato delle Virtù di Pletone, fino al 1999, non aveva una traduzione italiana da cinque secoli, ma era disponibile solo nel testo originale.

[11] Sul rapporto fra “Io superiore” e “Forza-pensiero” e sul significato di tali espressioni v. M. Scaligero, Tecniche della concentrazione interiore, Mediterranee, Roma, 2012.

[12] Sul culto di Michele Arcangelo e il suo simbolismo, vedi A. Cattabiani, Santi d’Italia, Rizzoli, Milano, 1993, pp. 721-722 [ora: TEA, Milano, 1999]. Una particolare lettura, in senso esoterico dell’Arcangelo Michele si può leggere in R. Steiner, L’esperienza del corso dell’anno in quattro immaginazioni cosmiche, Antroposofica, Milano, 1983.

[13] L’ipotesi è di Alessandro Cutolo in op. cit., p. 159. L’ipotesi del Cutolo che attribuisce l’iscrizione a Lorenzo Valla è plausibile considerando che dai Dialoghi del Pontano – e soprattutto dall’Aegiduus – si evince che nel ‘400, nel chiostro del monastero solevano intrattenersi a conversare gli umanisti di Napoli e che, peraltro, l’iscrizione dedicatoria a Sergianni Caracciolo, nella Cappella Caracciolo del Sole, è attribuita proprio a Lorenzo Valla. Sul punto cfr. R. Filangieri di Candida, op.cit., p. 22.

[14] Cfr. A. Cutolo, op. cit., p. 492.

[15] A. Cutolo, op. cit., p. 120 ss.

[16] Id., loc. cit.

1 commento

Commenta