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Roma, 29 mar – Dal collettivo che ha dato vita al progetto “Eroi” esce “Terra Benedetta”, una nuova antologie di Storie per ricordare che l’Italia è così tanto ricca di Eroi e coraggio da poter ribaltare in positivo la famosa massima di Bertold Brecht “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”. E per questo, soprattuto in un momento di paure e pandemia, è sempre necessario ricordare la grandezza della nostra storia. 15 racconti storici di eroi in guerra, eroi in pace, eroi nello sport, eroi dell’industria, eroi del dovere. Uomini e donne che hanno unito coraggio e amore per l’Italia attraverso i secoli rendendoci la Nazione che ha insegnato al mondo come si possa unire poesia e grandezza. 15 storie vere di Eroi immortali con in più la postfazione di Ermenegildo Rossi Medaglia d’Oro per aver sventato un dirottamento aereo. Ne pubblichiamo la prefazione [IPN]

Nell’estate del 2018 mentre prendeva vita il progetto Eroi, collettaneo di racconti sulla Prima guerra mondiale, il faro che guidava gli autori era quello di ricordare e onorare il centenario della Vittoria italiana nella Grande guerra. Un centenario che sapevamo sarebbe passato sotto silenzio, derubricato. Alla fine, il 4 novembre 2018 una parvenza di celebrazione collettiva c’è stata e il Sacrario di Redipuglia è stato riaperto a malapena per consentire l’omaggio del presidente della Repubblica. Ma poi sono ripresi i lavori di restauro e la sua chiusura al pubblico, come quella di altri sacrari, in pieno anniversario. Sui media lo spazio dedicato al 1918 è stato inferiore a quello di Caporetto nel 2017, ma in fondo in quei giorni di novembre 2018 c’era anche il novantennale di Topolino…

Con il progetto Eroi fummo facili profeti del disinteresse mediatico e della mancanza di iniziative sul centenario della Vittoria. E l’eroismo narrato nei 22 racconti dalla Grande Guerra, con un’operazione esplicitamente tra De Amicis e Salgari, nasceva come chiave per omaggiare un grande momento della Storia patria e onorare i caduti a cento anni dalla Vittoria. Portando, assieme a tutti gli autori, il libro in giro per l’Italia abbiamo iniziato a renderci conto che a essere obliato non era solo il ricordo della Vittoria. Non era solo il sacrificio di quegli eroi (di cui abbiamo raccontata solo una piccola parte), e con loro di tutti i caduti. Non erano solo le implicazioni storiche di chi quella guerra aveva combattuto e vinto, con tutto quello che ne seguirà, da Fiume, all’elemento determinante dei reduci nell’affermazione del Fascismo. Non c’era solo un atteggiamento di chiusura sulla Vittoria nella Prima guerra mondiale per così tacere dell’Italia «forgiata nelle trincee» che ne sarebbe seguita perché, in fondo, i reduci sono solo forieri di guai, e non sempre c’è lo sceriffo Teasle del primo Rambo a difendere, male, la tranquilla vita borghese della propria città.

A essere annullato, prima ancora del concetto stesso di Vittoria, è stato quello di eroismo. L’idea stessa dell’eroe, l’esempio più alto indipendentemente da colori e da sfumature politiche, è negata. Non per nulla la più alta onorificenza della defunta URSS era proprio quella di Eroe dell’Unione Sovietica. Non si celebravano tovarisch o meriti ordinari, si celebrava l’eroismo. E ancora tra ragazzi, anche nei falò estivi sulle spiagge, si cantava fino ai primi anni duemila il classico di Guccini La Locomotiva del 1972. In cui, mettendo in musica il fallito attentato dell’anarchico romagnolo Pietro Rigosi del 1893, tra i primi versi si cantava «ma nella fantasia ho l’immagine sua: gli eroi son tutti giovani e belli, gli eroi son sempre giovani e belli».

Una canzone messa da parte non certo per motivi di opportunità nei confronti di un «terrorista anarchico» ante-litteram (visto gli onori che ancora si tributano a personaggi come il Cesare Battisti dei Proletari Armati per il Comunismo) ma proprio per non tirare in ballo l’idea stessa di eroe.

E se pochi anni fa l’insulto peggiore era vigliacco oggi forse è morto di fame.

Perché ormai la parola eroe è diventata scomoda. Anche per i caduti nella guerra contro le mafie, si parla di vittime, di martiri, mai di eroi. La parola «eroi» è diventata scomoda.

«Sventurata la terra che ha bisogno di eroi!»

La citazione semicolta che compare ogni qualvolta si prova a parlare di eroi. Un elemento virale che vive indipendentemente dal suo creatore e dal suo contesto, che si fa manifesto e giustificazione del disimpegno. L’eroismo come qualcosa da cui guardarsi, qualcosa di cui fare a meno, una specie di retaggio tribale di un mondo brutale di cui fortunatamente ci siamo liberati.

«Sventurata la terra che ha bisogno di eroi!» riferimento jolly ormai ridotto a meme come l’altro grande meme brechtiano, l’apocrifo «Prima vennero a prendere…» declinabile in tutte le situazioni. Ma se nella citazione del pastore luterano Niemöller l’attribuzione è incerta e i contorni si sfumano, in «Sventurata la terra che ha bisogno di eroi!», tratta dalla scena XIII della Vita di Galileo di Bertolt Brecht, la costruzione si manifesta apparentemente netta e ben definita, per la gioia del semicolto che «vive di assoluti». Una citazione buona sia per tramandare un Galileo eroe e martire (mancato) della scienza, sia per affermare apoditticamente la supposta inutilità dell’eroismo. Di fatto un abuso di interpretazione che dimentica sia la genesi del testo teatrale (di cui esistono tre versioni inerenti a tre periodi ben definiti 1938/39, 1943-45 e 1956 con le implicazioni che ne derivano dal punto di vista biografico di Brecht), sia la storia del progresso scientifico. Sia la costruzione stessa del testo teatrale.

Che senso ha parlare di eroi e di eroismo, se la terra che ne ha bisogno è sventurata? Con questa citazione si inverte causa ed effetto. Si vuole deprecare la necessità di farsi Eroi come una sventura nata dalla contingenza, ma de facto si depreca l’eroismo in se.

D’altronde nella scena XIII del dramma brechtiano Galileo arriva ad esclamare «Sventurata la terra che ha bisogno di eroi!» solo dopo che un disperato Andrea Sarti ha puntualizzato «Sventurata la terra che non ha eroi!». Andrea Sarti è il discepolo, lo vediamo bambino nella scena iniziale, un bambino con un eroe, Galileo. E dopo l’abiura dello scienziato si rende conto che «l’eroe» in fondo era solo un uomo a cui «piaceva mangiar bene» come scrive Brecht nell’esergo della seconda scena. E in quella risposta galileiana Brecht attribuisce all’astronomo pisano quasi un atteggiamento da «arcitaliano da commedia»: si abiura in fondo per la vita comoda, per continuare a mangiare bene. O, nella migliore delle ipotesi, si abiura pubblicamente per continuare a far propagare le idee di rivolta in sordina. In un riflesso autobiografico prima come raccomandazione dell’esule a chi è rimasto nella Germania nazionalsocialista. Poi come esperienza diretta della sopravvivenza dell’intellettuale nel clima del maccartismo e infine nella DDR. Estremizzando il testo brechtiano (ma sempre meno di chi cita Vita di Galileo a sproposito) Sventurata la terra che ha bisogno di eroi vale per la Germania nazionalsocialista come per la DDR, come per la commissione del senatore McCarthy o per quella dei suoi recentissimi epigoni…

Ma non sono solo le sfumature biografiche del testo brechtiano a perdersi nella citazione ripetuta di «Sventurata la terra che ha bisogno di eroi!». Si ignora volutamente il dibattito scientifico dell’epoca: con Galileo e i suoi contemporanei che non potevano dimostrare «scientificamente e sperimentalmente» la veridicità del sistema copernicano sul sistema tolemaico. Con Galileo che si affannava a portare a dimostrazione del moto della terra le maree, come se queste fossero lo sciabordio dell’acqua in un secchio. E dimenticando il convitato di pietra del dibattito scientifico dell’epoca (omesso anche da Brecht): l’elegante sistema ticoniano elio-geocentrico a cui pure erano giunti gli astronomi indiani del Kerala, a cui certamente il geocentrismo della Controriforma importava ben poco.

E così la formula «Sventurata la terra che ha bisogno di eroi!» da raccomandazione che si vorrebbe utopica, diventa un’implicazione distopica. Un po’ come quei versi di Imagine di John Lennon letti fuori contesto: «immagina che non ci sia nessun paradiso, immagina tutto il popolo vivere per l’oggi». Frasi buone per una preghiera laica, ma buone anche per l’egualitarismo distopico di un 1984 di Orwell o di un Noi di Zemjatin. E in tema distopico, quel «Sventurata la terra che ha bisogno di eroi!» risuona come le raccomandazioni del Capitano Beatty di Fahrenheit 451 al protagonista Montague: «Dobbiamo essere tutti uguali. Non si nasce liberi e eguali, come dice la Costituzione, ma ciascuno è fatto uguale. Ogni uomo a immagine di ogni altro; dopo tutti saranno felici: perché allora non ci saranno montagne che ti faranno indietreggiare con la loro altezza, montagne che ti costringeranno a farti piccolo e giudicare te stesso».

Tutti gli uomini uguali al ribasso, non al rialzo. Meglio non avere esempi. Sì, se questo è il migliore dei mondi possibili, allora non c’è bisogno di eroi. Ma ormai anche agli araldi della globalizzazione, del postmoderno e del postumano, iniziano ad apparire le contraddizioni di un mondo, che non sarà certamente male per parametri economici o vita media, ma che certamente appare lontano dal migliore dei mondi possibili. Un mondo che si fa ogni giorno più sventurato, in cui la figura dell’eroe pare si dissolva nelle avvisaglie del Kali Yuga, l’era oscura delle sacre scritture induiste che fa da prodromo della fine del mondo. Citando da Wikipedia: «Nel Kali Yuga, le persone non sono più rispettate per la loro intelligenza, conoscenza o saggezza spirituale. Al contrario, la ricchezza materiale e, ad un livello inferiore, la prestanza fisica sono ciò che rendono una persona ammirevole».

All’eroismo si sostituisce quindi il tronismo con sociologia spicciola televisiva. Che si applica anche ai molti esempi di «eroi» ben costruiti dal punto di vista della sceneggiatura come quelli di serie come Gomorra e Suburra. Ma dare tutta la colpa alla televisione è un’altra estremizzazione semplicistica. È un trend che va avanti da decenni, se già in Altri tempi, 1954, il regista Alessandro Blasetti faceva ironizzare al vecchio libraio interpretato da Aldo Fabrizi su come già allora i ragazzini fossero passati dagli esempi degli eroi dei racconti mensili di Cuore ai rotocalchi di cronaca nera.

Estremizzazione, ma come dimostra l’abusato Brecht si può rispondere «Sventurata la terra che ha bisogno di eroi!» solo di fronte a un discepolo che ti abbia ammirato e venerato come un eroe. Per l’Andrea Sarti di Brecht, Galileo Galilei è l’esempio di un’infanzia, come lo sono i racconti mensili di Cuore, gli Eroi di Salgari, i robottoni diseducativi ma pieni di eroismo dei cartoni animati giapponesi degli anni ’70, ’80 e ’90. Come lo stesso commissario Cattani di innumerevoli stagioni de La Piovra. Questa la differenza tra gli sceneggiati di un tempo e le moderne serie in cui prima c’erano antagonisti positivi, ora solo protagonisti negativi.

È quindi necessario ripartire proprio da quel «Sventurata la terra che non ha eroi!» esclamato di fronte al fallimento del proprio eroe. E ribaltare in positivo quell’affermazione. Se la terra che non ha eroi è sventurata, quella che può vantarne tanti, costantemente, nei secoli, non può che essere benedetta.

E soprattutto necessario ribaltare quel pregiudizio arcitaliano, in cui ad essere arcitaliana non c’è solo l’abiura galileiana perché in fondo ci piace di mangiar bene. Il «Francia o Spagna». Di arcitaliano, in positivo, c’è ben altro. Ci sono storie di eroi che si rincorrono lungo la penisola tra i secoli. Ci sono fatti storici che ormai appartengono al mito, quella disfida di Barletta e l’Ettore Fieramosca. Eppure ritornano. Si incarnano secoli dopo nel conte di Torino, Vittorio Emanuele di Savoia-Aosta, che 394 anni dopo si trova ad difendere a «singolar tenzone» l’onore dei soldati italiani come aveva fatto, appunto, secoli prima Ettore Fieramosca da Capua. Due storie lontane nel tempo e nello spazio. Lontane per lo spirito dei protagonisti, un capitano di ventura «al soldo» della Spagna, e un nobile del ramo cadetto della dinastia d’uno Stato unificato da nemmeno quarant’anni. Eppure così simili nello spirito da sembrare uscite da una saga fantastica.

Storie di eroismo italiano, come quelle della Repubblica romana del 1849 dove si intrecciano le vicende di Goffredo Mameli, Colomba Antonietti e Ciceruacchio. L’uno il giovane figlio dell’aristocrazia intellettuale del Regno di Sardegna, che ben ricadrebbe nel cliché dell’«eroe giovane e bello». Lei la patriota forse solo per amore che non esita a combattere in prima linea, infine il popolano «arricchito», padre di famiglia cinquantenne, entrambi protagonisti a loro modo di quella breve stagione.

Esempi di eroi italiani, che è doveroso ricordare non solo nelle contingenze dei loro anniversari, ma tornare a riscoprire come esempio.

Eroi guerrieri, eroi sportivi, eroi del dovere.

Eroi che spargono il proprio sangue in terra così che dalla terra possano nascere altri eroi.

Perché, come un filo d’erba rompe il cemento in una strada di città, così la grandezza saprà sempre trovare il modo di guardare il sole che scalda una terra benedetta dalla storia dei suoi eroi.

Perché quando abbiamo presentato Eroi in giro per l’Italia abbiamo scoperto un sentimento d’amore per l’Italia. In ogni città, paesino, contrada ci hanno raccontato dell’eroe locale spesso dimenticato dal grande pubblico ma sempre con qualcuno che, mentre lo raccontava, si commuoveva e, insieme, si metteva più dritto grazie all’orgoglio dell’appartenenza.

Perché, e ci scuserà per la citazione, grazie ai racconti di Eroi abbiamo conosciuto la storia della Medaglia d’Oro al Merito Civile Ermenegildo Rossi. Decorato per aver sventato un dirottamento aereo ma premiato praticamente di nascosto. L’847a medaglia d’oro dal 1793 a oggi. L’unica ancora in vita.

Al di là delle motivazioni contingenti che hanno limitato la divulgazione della vicenda nell’immediato, la sua storia non può restare conosciuta solo dalle persone a lui vicine ma – beata la terra che ha questi eroi! – dev’essere esempio, com’è, per tutta la Nazione.

E intorno ai racconti, intorno alle storie e alla commozione abbiamo avuto conferma dell’esistenza di un’Italia diversa. Un’Italia orgogliosa e all’altezza di questo orgoglio.

Italiani che si stringono intorno a dei valori. E i primi sono amore, dignità ed eroismo.

E allora questo nostro nuovo libro, in cui tornano alcuni degli autori di Eroi e se ne aggiungono altri, nasce per raccontare che è esistita, ed esiste, una terra benedetta perché piena di eroi e benedetta perché dietro ogni schermo di computer, nella folla che corre a lavoro, nelle persone solo apparentemente massa, fra i ricchi o poveri abitanti d’Italia ci sono persone che non si arrendono. Persone che vivono davvero, costruiscono, o provano a farlo, e che si sperimentano anche con la narrativa perché non accettano di stare a testa bassa qualunque sia la loro trincea del presente.

Perché a testa bassa non si può guardare il tricolore sventolare nel cielo.

Gli ideatori e curatori del libro
Emanuele Mastrangelo
Emanuele Merlino
Enrico Petrucci

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