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  • Prima puntata di Italia Eterna, lo speciale sulle origini della nostra nazione [IPN]

Roma, 4 mar – Nell’Adelchi Alessandro Manzoni rappresentò i Longobardi come uno dei primi esempi di dominazione straniera dell’Italia, il cui popolo dalla caduta dell’Impero romano fino all’Ottocento appare lì ridotto ad “un volgo disperso che nome non ha” (III, 66) abitante tra le vestigia (gli “atrii muscosi” e “i Fori cadenti” di III, 1) del glorioso passato romano. Tre secoli prima, tuttavia, Machiavelli si era, primo fra tutti, ben accorto, scrivendo le Istorie Fiorentine, che i Longobardi in Italia erano vittima di una leggenda nera, cui non era estranea la Chiesa: una leggenda tanto potente che ad essa credette lo stesso Dante (Par., VI, 94-96). Il giudizio storico del Segretario fiorentino era netto ed inequivocabile nel considerare quello longobardo, al tempo dei fatti poi narrati da Manzoni, un regno ormai pienamente italiano: «Erano stati i Longobardi dugento trentadue anni in Italia, e di già non ritenevano di forestieri altro che il nome» (Ist. Fior. I, 10).

Una faticosa riabilitazione

Contro la tesi di Machiavelli, inscritta nel suo progetto di unificazione nazionale sotto un Principe, e nella sua polemica verso la Chiesa di Roma quale responsabile storica di tale mancata unificazione, si era già pronunciato l’erudito filocuriale Scipione Ammirato nei suoi due opuscoli, editi postumi nel 1637, Se è vero che la sede apostolica tenga l’Italia divisa e Se è vero che l’Italia fusse in miglior condizioni quando fusse governata da un solo principe. Ed il tema del ruolo dei Longobardi in Italia finì per essere nel Settecento un discrimine, se non tra ‘unitaristi’ e ‘antiunitaristi’, almeno tra filocuriali e anticuriali, antigiurisdizionalisti e giurisdizionalisti.  A ridosso della Guerra di successione spagnola, infatti, la lotta giurisdizionalistica tra gli Asburgo e il Papato si era svolta in Italia parallelamente a sud e a nord dello Stato della Chiesa: a Napoli e nel territorio estense, dove si poneva da tempo il problema della sovranità sulle valli di Comacchio.

Il giurisdizionalismo meridionale con Giannone e quello settentrionale con Muratori allora procedettero pure, proprio sulla scia di Machiavelli, ad una significativa rivalutazione storiografica dei Longobardi, i quali, avendo messo in forse il dominio temporale dei papi (pur essendone in qualche modo all’origine con la donazione di Sutri), erano divenuti, a partire dal già citato Ammirato, la ‘bestia nera’ della storiografia filocuriale.

Ma oggi, è possibile dar ragione a Machiavelli, alla sua tesi ‘italiana’ sui Longobardi? È quello che ci si propone di verificare.

Già Luigi Salvatorelli, in una prospettiva di lunga durata, riteneva che la storia risorgimentale avesse i suoi albori con la «divisione dell’Italia in ‘bizantina’ e ‘longobarda’, provocata dall’invasione di Alboino e successori», e che «il problema di una organizzazione politica unitaria, superparticolaristica, è per l’Italia qualcosa di concreto, una idea-forza politica, non già dal 1815, o dal 1796, ma… dal 568; cioè dall’invasione longobarda. Da quella data una linea fondamentale della storia italiana è l’aspirazione, da varie parti nutrita e in vario modo esplicata, verso un’organizzazione del genere. Che poi s’intrecci con essa un’altra linea particolaristica-autonomistica, è anch’essa un fatto; ma è proprio questo intreccio a costituire una trama politica fondamentale della nostra storia»[1].

In anni più recenti, peraltro, la stessa immagine assolutamente violenta della conquista longobarda perdurata ben oltre l’Adelchi manzoniana è stata assai ridimensionata dalla più aggiornata storiografia, a cui nuovi dati, soprattutto di natura archeologica, fanno pensare che lo stesso Paolo Diacono (che visse ai tempi della caduta del regno di Desiderio) abbia calcato la mano nel narrare i fatti dell’epoca di Alboino[2]. Jörg Jarnut – uno studioso a cui qui si darà molto posto, e che oltretutto è tedesco – ci dice che i Longobardi trovarono infatti l’Italia già stremata dalla guerra gotica, afflitta dalle epidemie di peste, dalle carestie e dalla pressione fiscale di Bisanzio[3]; Bruno Luiselli dal canto suo osserva che la loro conquista darà invece «inizio a quel rapido processo di rinascita che qualche decennio prima pareva impossibile»[4]. Ed Attilio Previtali precisa: «Che la conquista sia stata pacifica, è attestato da una necropoli romana dell’epoca, ritrovata nei pressi di Cividale, che non lascia intravedere tracce di una battaglia vera e propria. Anzi la presenza della necropoli romana, praticamente contemporanea alla prima necropoli longobarda in territorio cividalese […] fa pensare a una certa concordata convivenza delle due stirpi, quella germanica e quella latina: fatto significativo perché avvenuto fin dai tempi del primo insediamento»[5].

L’integrazione di Longobardi e Italici

Sotto il profilo della ‘normalizzazione’ e della ‘integrazione’, importante è la figura del re Autari (584-590). È lui che dà avvio alla trasformazione dei Longobardi «in una gens in grado di dar vita a uno stato» e che, primo tra la sua stirpe, si dà il titolo romano di ‘Flavio’ rivendicando «una parentela colla famosa stirpe imperiale dei Flavi, per darsi una legittimità agli occhi dei […] sudditi romanici»[6]. Ed infatti sempre con Autari inizia, pur tra alti e bassi, quell’inarrestabile processo di avvicinamento tra Longobardi e Italoromani per cui si può affermare che fin dal VI secolo «anche i Romanici entravano in competizione per le posizioni al vertice della piramide sociale», e dunque vanno «prese con molte riserve» le passate equazioni «Longobardi=superiori, Romanici=inferiori»[7]. Sotto Liutprando (712-744) si ha nel diritto matrimoniale la completa equiparazione tra le due etnie[8], mentre già Ratchis (744-49) sposa egli stesso una nobile romana, Tassia, legandosi ad essa «non nelle forme prescritte dal diritto longobardo», ed altresì rinunciando all’antiquata designazione di rex gentis Langobardorum per adottare quella di princeps, onde «diventare per gli abitanti romanici dell’Italia una figura di sovrano in grado di favorire l’integrazione tra i due popoli»[9]. E di questa integrazione è altamente significativa la chiamata alle armi degli uomini liberi di entrambe le etnie operata da Astolfo (749-756), il re contro cui il papa chiama in Italia il franco Pipino il Breve.

Il progetto di un’Italia unita

Per capire questo processo di integrazione etnica che vede senz’altro vincente la superiore cultura romanica, la quale così dimostra ancora una notevole vitalità e coscienza di sé, occorre ritornare alla figura di Autari. Scrive Paolo Diacono (H. L., III, 32): «È fama che, attraverso Spoleto, questo re sia giunto a Benevento, si sia impadronito di quella regione, spingendosi fino a Reggio, ultima città d’Italia di fronte alla Sicilia. E poiché si dice che lì fra le onde del mare fosse posta una colonna, egli la raggiunse a cavallo e la toccò con la punta della lancia, pronunciando queste parole: ‘Qui saranno i confini dei Longobardi’». È evidente, come fa notare l’ottima edizione a cura di Luiselli della Historia Langobardorum, che si ha qui «la premessa di un’Italia unita e risorta, come ai tempi dei Romani»[10], trovandosi, come osserva pure Paolo Delogu, «l’estensione tendenziale del regno in un concetto geopolitico costruito sulla cultura classica: l’Italia come unita dalle Alpi allo stretto»[11].

Fu, Autari, il primo sposo della famosa regina Teodolinda, figlia del duca dei Bavari Garibaldo. Quella di Teodolinda è anch’essa una figura-chiave. Con lei si avvia il passaggio dei Longobardi dal credo ariano a quello cattolico, che sarà un altro potente fattore di integrazione tra quel popolo e gli Italoromani. Ma la storia di Teodolinda è avvolta in una nube di mistero in cui il Cristianesimo lascia il passo a prische tradizioni magiche germaniche ed italiche. Sempre Paolo Diacono (H. L., III, 30) racconta che il giorno delle nozze di Autari e Teodolinda, avvenute a Verona il 15 maggio 589, era colà presente il duca di Torino Agilulfo: «In quel luogo, turbatosi il cielo, in un gran fragore di tuoni, la violenza d’un fulmine andò a colpire un legno che si trovava nel recinto della reggia. Tra i suoi Agilulfo allora aveva un servo aruspice [quendam de suis aruspicem puerum], il quale per arte diabolica comprendeva che futuro preannunciassero le percosse dei fulmini. Questi in segreto, quando Agilulfo s’appartò per i suoi bisogni naturali, gli disse: ‘Questa donna, che poco fa è andata sposa al nostro re, fra non molto tempo sarà tua moglie’. Udendo ciò, quegli minacciò di tagliargli il capo se avesse aggiunto un’altra parola su quell’argomento. E il servo: ‘Io posso anche essere ucciso, ma il destino non si può mutare. Questa donna è infatti venuta in questa terra proprio perché deve unirsi in matrimonio con te’. E la cosa in seguito andò proprio così».

Morto Autari nel 590, Teodolinda scelse liberamente, per volere dei duchi longobardi, un nuovo sposo, che fu appunto Agilulfo, il quale divenne re in virtù delle nozze (590-616); nozze il cui aspetto pagano-germanico è insito nel «rito magico del rapporto intimo che trasmette la forza e la dignità regale»[12], ma quello pagano-italico nella presenza alle prime nozze della regina di un aruspex che opera la lettura dell’ictus fulminis[13]. Nessuno dei commenti che ho consultato fa luce sull’enigmatico passo di Paolo Diacono. Ma è un fatto che se tra i Longobardi, specie quelli ariani come era e rimase Agilulfo anche dopo le nozze, perduravano usi e riti pagani, non è comunque ascrivibile al paganesimo nordico alcuna ars simile alla cheraunoscopia (dal gr. keraunós, fulmine) etrusca. Essendo l’aruspice un puer (un servo), è da ritenersi che appartenesse alla stirpe romanica, e quindi saremmo in presenza di una continuità occulta della ‘disciplina etrusca’ due secoli dopo l’ultima testimonianza di sussistenza in età cristiana rinvenibile in Zosimo (V, 41). Il citato passo della Historia ha comunque trovato un sottile esegeta in un poeta assai attento alla facies religiosa della Romanità, Giovanni Pascoli, il quale nel suo Inno a Torino legge quel fulmen come il segno della predestinazione dei futuri duchi di Torino, i Savoia, a cingere la corona ferrea della regalità italica[14], che proprio a Teodolinda, magica dispensatrice della forza regale, forse pervenne da Bisanzio via Roma, restando poi custodita nella Chiesa di San Giovanni in Monza, da lei stessa fatta edificare. E se una pia tradizione vuole che tale corona, in realtà un diadema, sia chiusa circolarmente da un chiodo della croce di Cristo, «una strana e poco nota leggenda vuole che la lamina ferrea all’interno della Corona di Monza sia stata ricavata da un pezzo dell’aratro con cui Romolo tracciò il solco delimitante l’area della futura Roma»[15].

E sarà proprio Agilulfo, sposo mistico di Teodolinda, a designarsi per primo gratia Dei rex totius Italiae, facendo proprio lo «sforzo di estendere il suo dominio a tutta l’Italia»[16]. Lo Statuto Albertino, nel suo Preambolo, farà poi esplicito riferimento alla formula di Agilulfo…[17]

Nella storia italiana di allora l’elemento romano-italico non va però assolutamente ridotto alla dialettica subordinazione-emancipazione-integrazione entro il dominio longobardo. Per tutta la durata di questo una parte cospicua dell’Italia rimane soggetta al legittimo Impero di Bisanzio e al suo interno, specialmente allorché l’imperatore Leone III l’Isaurico (717-741) si rende nemica tutta la Penisola con la sua riforma religiosa ostile alle immagini sacre (iconoclastia), sorgono decisi movimenti autonomistici con una loro sicura capacità militare (basti pensare alla nascita del dogato – doge da dux – nella Venezia), protagonisti di quella che sarà chiamata la «rivoluzione italiana»[18]. E questo avviene proprio mentre il longobardo Liutprando, che fa propria la rivolta religiosa degli Italiani, coglie l’occasione per riprendere il programma di unificazione della Penisola sotto il suo scettro.

I Longobardi contro il papato

Il fatto nuovo che si determina dopo la morte di Liutprando, che così non riesce a portare a compimento la sua impresa «in un momento favorevole, che non tornò più», è, come avverte Salvatorelli, il seguente: «Ora per il papato divenne primario l’interesse alla costituzione di un dominio temporale; e l’aspetto di principe temporale nel pontefice venne ad associarsi strettamente a quello di capo ecclesiastico. Bisanzio appariva per la politica papale un nemico ormai non più temibile, tanto più che l’imperatore Costantino V Copronimo (741-775) – figlio e successore di Leone III, e iconoclasta fanatico – si disinteressò quasi completamente delle cose italiane. I veri pericoli venivano dall’autonomismo italiano, capace di trasformarsi in impero locale, e dal regno longobardo mirante all’assoggettamento di tutta l’Italia. Fra i due elementi non era esclusa la possibilità di una fusione. Il papato, nella giusta intuizione di arte politica che per il suo potere temporale giovasse sostituire a un regno italico radicato nella penisola un potere che avesse sede fuori di essa, si rivolse ai Franchi contro i Longobardi»[19].

E fu così che morì questa sorta di primo ‘risorgimento italiano’, ucciso dalle armi di Pipino il Breve e di Carlo Magno: i primi di una lunga serie di stranieri che, fino a Napoleone III, sostennero il Papato nella volontà di negare all’Italia il diritto di essere una, libera e romana. Oggi, una nuova storiografia, peraltro oggettiva e avulsa da interessi ideologici correlati a un qualunque nazionalismo italiano, ci mostra come sia stata perfino occultata la medievale ‘rinascenza longobarda’, ed in realtà ‘romanico-longobarda’, onde far maggiormente risplendere la ‘rinascenza carolingia’, che a quella doveva moltissimo, tant’è vero che alla corte di Carlo Magno troviamo il dotto longobardo Paolo Diacono.

Paolo Diacono e la «storia d’Italia»

Fa osservare il medievista Luiselli che quando Carlo Magno arriva in Italia i Longobardi hanno già raggiunto il «più alto grado» di «acculturazione in senso romano». È ormai in uso tra di loro il «monolinguismo latino-volgare», e l’influsso degli «Italoromani», già operante nell’architettura sotto Teodolinda, si è esteso «sul piano paideutico e letterario»[20]: segno evidente della permanente vitalità della cultura indigena, di quello che Manzoni, come già detto, credette ormai divenuto «un volgo disperso che nome non ha». Il ‘friulano’ Paolo Diacono parla e scrive in corretto latino, maneggia con sicurezza i classici e non a caso ha avuto a Pavia un maestro romano: Flaviano. Per la duchessa di Benevento Adelperga, figlia del re Desiderio, scrive una Historia Romana di notevole significato per noi, giacché, rifiutata la linea storiografica cristiano-universalistica di Orosio, segue un «indirizzo nazionale romano»[21]. Paolo Diacono, che ha fonti come Virgilio e il commento serviano, Tito Livio, Festo, l’Origo gentis Romanae ed Eutropio, non inizierà il suo racconto storico dalla creazione biblica come d’uso nella storiografia orosiana, né ab Urbe condita come il privilegiato modello eutropiano: la sua storia retrocede al più arcaico passato italico ed inizia col mitico regno di Giano[22].

Rispetto alla stessa storiografia di Quinto Aurelio Simmaco, cristiano ma discendente dall’omonimo avo celebre difensore del paganesimo, in Paolo Diacono vi è la novità che l’Impero romano viene considerato giunto alla sua fine nel 476 d.C.: è un preciso messaggio politico, funzionale al riconoscimento, da parte dello stesso elemento italoromano che fino ad allora si è sentito legato a Bisanzio, del comune interesse italico-longobardo a considerare un nuovo Regnum Italiae la prosecuzione legittima della storia romana. Fa riflettere che la descrizione dell’Italia contenuta nella stessa Historia Langobardorum (II, 14-26), pur così espressiva del mai sopito orgoglio longobardo di Paolo, «non segue l’ordine delle terre secondo la cronologia della conquista, ma considera l’Italia nella sua unità, quale si era andata affermando nella coscienza dei Romani; e così anticipa il significato del gesto di Autari (III, 31), il sogno che dalla sua epoca attraverserà i secoli, fino al nostro Risorgimento»[23]. Non da poco è che pure Sicilia, Sardegna e Corsica siano per Paolo senza dubbio Italia (II, 22). Dell’Italia è detto che prende nome «ab Italo Siculorum duce» ma «Dicitur quoque etiam Latium Italia, pro eo quod Saturnus Iovem, suum filium, fugiens, intra eam invenisset latebram» (II, 24). Il mistero della Saturnia Tellus, dell’Italia intera come Latium (da latuit, dall’avervi trovato Saturno una latebra) è dunque esso stesso colto e trasmesso ai posteri dal dotto longobardo.

Nell’agosto del 1860, sulla costa calabra di quello Stretto su cui secondo la leggenda raccolta da Paolo s’era piantata la lancia di Autari, giungerà dalla già conquistata Sicilia per riunificare l’Italia proprio un condottiero dal cognome d’origine longobarda: Garibaldi. Tale cognome, infatti, deriva dal nome proprio germanico Garibaldo, che si è già visto essere stato il nome del padre bavaro di Teodolinda, moglie di Autari; un nome «formato da due radici longobarde: gaira (‘lancia’) e baltha (‘coraggioso, audace’)»[24]. Il sogno di Autari ripreso da Agilulfo, rex totius Italiae, si sarebbe presto definitivamente, fatalmente compiuto.

Sandro Consolato


[1] L. Salvatorelli, Spiriti e figure del Risorgimento, Firenze 1961, pp. 354-355.

[2] Cfr. Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, introd. di B. Luiselli e trad. e note di A. Zanella, III ed., Milano 1994, p. 228 n. 7).

[3] Cfr. J. Jarnut, Storia dei Longobardi, tr. it., Torino 1995, p. 31.

[4] In Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, ed. cit., Premessa al l. II, p. 228.

[5] A. Previtali, I Longobardi a Vicenza, Vicenza 1983, p. 20

[6] J. Jarnut, op. cit., p. 36..

[7] Ibid., p. 77.

[8] Ibid., p. 103.

[9] Ibid., p. 109.

[10] Paolo Diacono, ed. cit., p. 279.

[11] P. Delogu, Il regno longobardo, in Storia d’Italia dir. da G. Galasso, vol. I, Longobardi e Bizantini, Torino 1980, p. 33.

[12] Cfr. in Paolo Diacono, ed. cit., p. 280, la n. 2.

[13] È evidente che il recinto entro cui si manifesta il presagio è una proiezione terrestre del templum celeste.

[14] Cfr. G. Pascoli, Inno a Torino, in Tutte le opere. Poesie II, Verona 1967, cfr. i vv. alle pp. 1353-1354. Che il riferimento pascoliano ai Savoia non sia peregrino lo suggerisce il fatto che tra i pur effimeri re d’Italia definibili come italiani i quali in età post-carolingia cinsero la corona ferrea, «A parte il successivo Arduino d’Ivrea (incoronato nel 1002), Adalberto [figlio di Berengario II] fu l’ultimo […] ma – mirabile disegno della Provvidenza! – è da Ottone Guglielmo suo figlio che sarebbe nato quell’Umberto Biancamano, progenitore di Casa Savoia…» (R. del Ponte, Cenno sulla Corona Ferrea ossia la corona inaugurale dei sovrani d’Italia, in appendice a J. Evola, Monarchia Aristocrazia Tradizione, cit., pp. 249-253, v. p. 252).

[15] L. Zeppegno, Guida all’Italia leggendaria misteriosa insolita fantastica, Milano 1971, vol. I, p. 182.

[16] J. Jarnut, op. cit., p. 43.

[17] Cfr. C. Ghisalberti, Nazione e costituzione, in Nazione e nazionalità in Italia, a cura di G. Spadolini, Roma-Bari 1994, pp. 163-183, v. p. 163.  A p. 179 n. 1, Ghisalberti fa notare che «Il Preambolo dello statuto, oltre a fare riferimento all’itala nostra corona, richiama per due volte il concetto di ‘nazione’ e non ha riferimento alcuno al Regno di Sardegna».

[18] L. Salvatorelli, Sommario della storia d’Italia, VII ed., Torino 1957, p. 100.

[19] Ibid., pp. 101-102.

[20] Paolo Diacono, ed. cit., Introduzione, pp. 5-6.

[21] Ibid., p. 31 e sgg.

[22] Cfr. ibid., p. 36. Come si legge nei Saturnalia di Macrobio (I, 7, 19): «Regionem istam, quae nunc vocatur Italia, regno Ianus obtinuit».

[23] Ibid., Premessa al l. II, p. 228

[24] V. il box Le lontane origini del cognome Garibaldi, in L’eroe dei due volti, primo piano di “Focus”, n° 12, feb.-mar. 2007, pp. 33-75, v. p. 47. In Italia sono giunti fino ai nostri giorni diversi cognomi di origine longobarda. Ad es. quelli terminanti in -aldi (come appunto Garibaldi) o -oldi (Airoldi) e quelli in -olfi (Adinolfi, Landolfi ecc.)

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