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Roma, 23 mar – «Amo la patria mia più che l’anima». Questa non è proprio un’affermazione da «realista». Eppure, è esattamente così che hanno descritto – e continuano a descrivere – Niccolò Machiavelli: come il realista cinico e disincantato che, scindendo etica e politica, ha saputo svelarci come si conquista e si mantiene il potere. Senza remore, senza scrupoli e senza troppi moralismi. Tant’è che ancora oggi si utilizza (abusivamente) l’aggettivo «machiavellico» per connotare un politico freddo, spietato e dissimulatore. C’è anche chi – per rafforzare questa leggenda nera – ha addirittura inventato di sana pianta un aforisma, «il fine giustifica i mezzi», che il segretario fiorentino, però, non pronunciò mai. E, aggiungiamo, mai si sarebbe sognato anche solo di pensare; figuriamoci scriverlo.

Un redentore per l’Italia

Ebbene no, signori, Machiavelli non è mai stato come certi suoi interpreti hanno tentato di dipingerlo. Il pioniere della scienza politica moderna, infatti, non ha avuto che un solo scopo nella sua vita, peraltro ripetutamente dichiarato nei suoi innumerevoli scritti: trovare, anzi formare un grande eroe fondatore in grado di redimere l’Italia e ricomporla a unità, in un unico Stato. Perché è proprio l’Italia, e non solo Firenze, quella patria che Machiavelli dichiarò di amare più della sua stessa anima. È questa la tesi (convincente) sostenuta da Maurizio Viroli, autorevole esperto dell’opera machiavelliana. Sfidando una tradizione accademica che – almeno in Italia – affonda le sue radici in due «mostri sacri» come Benedetto Croce e Federico Chabod, Viroli ha infatti ben dimostrato che Machiavelli non scisse mai etica e politica. Tutt’al contrario, il segretario fiorentino mantenne sempre la virtù come stella polare dell’agire politico. Pur dovendosi muovere in mezzo a intrighi, raggiri e macchinazioni di ogni tipo, il principe deve sempre agire nell’ottica del bene comune, e non del potere fine a sé stesso.

Machiavelli il rivoluzionario

Ne La redenzione dell’Italia: saggio sul «Principe» di Machiavelli (2013), Viroli ha sostenuto una tesi coraggiosa e al tempo stesso plausibile: il Principe non è affatto un’opera di fredda teoria politica, bensì un trattato dall’alto valore attivistico. E il cuore di questo trattato è proprio l’esortazione finale, che peraltro rappresenta un unicum rispetto agli altri specula principis del XV e XVI secolo. Stiamo parlando dell’«Esortazione a pigliar la difesa di Italia e liberarla dalle mani de’ barbari», in cui Machiavelli sprona il destinatario dell’opera, Lorenzo di Piero de’ Medici, a redimere e unire politicamente l’Italia intera. Un’esortazione che si conclude, non a caso, con i famosi versi del Petrarca virtù contro a furore prenderà l’arme, e fia el combatter corto, ché l’antico valore nelli italici cor non è ancor morto. Veramente curioso che un «realista» usi i potenti mezzi della poesia per terminare un trattato di scienza politica, non c’è che dire. Soprattutto se pensiamo al fatto che, all’epoca in cui scriveva Machiavelli, l’unità d’Italia era un’eventualità ben poco… realistica! Ma non importava: per il segretario fiorentino era comunque necessario evocarla, quest’Italia unita, affinché un condottiero degno di questo nome – mosso dalle sue parole cariche di fede e di passione – portasse a termine la nobile impresa.

Roma antica e il ritorno all’origine

Ma c’è di più. Quando Machiavelli si mette alla ricerca del suo principe ideale, non è tanto importante considerare chi furono coloro in cui egli ripose le sue speranze, da Lorenzo di Piero de’ Medici a Cesare Borgia. È molto più rilevante osservare, invece, quali erano i modelli che portava loro ad esempio. In particolare erano quattro, vale a dire Mosè, Ciro, Romolo e Teseo. In pratica, tutti profeti, redentori ed eroi fondatori. «Come possa essere definito manuale per avventurieri politici un testo come Il Principe, dove l’autore addita quali esempi da seguire Mosè, Ciro, Romolo e Teseo, mi riesce arduo intendere», chiosa giustamente Viroli. Questa interpretazione, del resto, metterebbe finalmente termine alla vecchia querelle sulla presunta contraddizione esistente tra il Principe e i Discorsi sulla prima deca di Tito Livio. Machiavelli, infatti, additò sempre la Repubblica romana quale modello di regime politico basato sulla virtù. Solo che in certi momenti – come quello che si trovò a vivere lui – è necessaria la venuta di un redentore, di un principe, di una personalità eccezionale capace di rifondare la comunità politica. Di qui l’opportunità di un «ritiramento verso il principio», di un ritorno all’origine per salvare i principati dalla decadenza. Ed è proprio il paradigma della Roma antica che Machiavelli propone al suo redentore, il quale, come un novello Romolo, deve rifondare l’unità e la potenza d’Italia.

L’«ostinata fede» di Machiavelli

Così dunque Machiavelli concludeva il Principe, opera – a ben vedere – veramente patriottica e idealista: «Non si debba adunque lasciare passare questa occasione, acciò che l’Italia dopo tanto tempo vegga uno suo redentore. Né posso esprimere con quale amore e’ fussi ricevuto in tutte quelle province che hanno patito per queste illuvioni esterne, con che sete di vendetta, con che ostinata fede, con che pietà, con che lacrime: quali porte se li serrerebbano, quali populi gli negherebbano la obedienzia, quale invidia se li opporrebbe, quale italiano li negherebbe l’ossequio? A ognuno puzza questo barbaro dominio. Pigli adunque la illustre casa vostra [i Medici] questo assunto con quello animo e con quella speranza che si pigliano le imprese iuste, acciò che sotto la sua insegna e questa patria ne sia nobilitata e sotto li sua auspizii si verifichi quel detto del Petrarca: virtù contro a furore prenderà l’arme, e fia el combatter corto, ché l’antico valore nelli italici cor non è ancor morto».

Come si può vedere, Machiavelli fa appello al coraggio di un condottiero, allo sdegno per il «barbaro dominio» e all’«ostinata fede» degli italiani. No, signori, il Principe non è un semplice trattato di scienza politica, così come Machiavelli non era affatto un cinico dall’animo di ghiaccio. Dietro la sua prudenza, la sua circospezione e la sua accortezza – qualità apprese dopo lunghi anni di servizio – batteva forte un cuore. Era il cuore di un grande italiano.

Valerio Benedetti

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