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Italia Eterna: i primi Italoi, i popoli italici e il culto arcaico del Toro

by La Redazione
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I popoli dell'Italia antica

Roma, 8 apr – Diffusa, copiosa ed interessante risulta essere la ricerca storica ed antropologica circa la nascita dell’idea nazionale e del concetto in sé di Italia, ed evidenti e chiare sono spesso le evidenze filologiche, oltre che della letteratura, spaziando le stesse dall’età augustea fino al sommo Dante ed oltre. Ma se l’indagini in tale senso sono oggettivamente abbondanti e spesso chiarificatrici di un archetipo che non può aver avuto semplicemente un’origine illuministica ed ottocentesca, oscure sembrano essere le origini stesse della parola “Italia”, le sue prime manifestazioni e la diffusione di essa nel mondo arcaico. A tal proposito, se genericamente la denominazione di “Italici” e “popolazioni italiche” può essere considerata afferente alle diverse migrazioni indoeuropee, nelle versioni venete, osco-umbre e protolatine, come interazioni con le popolazioni stanziali del Nord, del Centro e del Sud[1], la derivazione del nome specifico ci conduce a considerazioni in prima istanza di natura semantica ed archeologica, per poi proseguire nell’ambito di una specifica cultualità arcaica, che determina in sé ed in nuce i destini arcani che successivamente da Roma in poi caratterizzarono la storia millenaria della Patria.

Gli Italoi e i primi Italici

Il celebre storico delle religioni tedesco Franz Altheim connetteva la creazione del nome “Italia” con la penetrazione della popolazione indoeuropea dei Siculi nell’ambito della penisola appenninica meridionale, «esattamente nel Bruzio, al di là dello stretto tra le insenature di Scilla e di Napo», facendo derivarne il nome dalla terra degli ituli (o italoi), dei vituli, la gioventù magnogreca generata del Dio Toro, quale sintesi etnico, ma anche sacrale dell’eredità indoeuropea e di quella mediterranea, di natura orfico-pitagorica[2]. A supportare l’ipotesi dell’Altheim vi è la già citata ricerca del linguista Giacomo Devoto (3), secondo il quale gli Italoi/Viteloi furono un’antica popolazione protolatina, stanziata nell’attuale Calabria[3]. L’Italia nel IV secolo a.C. comprendeva tutte le popolazioni e le terre di dominazione greca del Meridione dalla citata Calabria, alla Taranto del pitagorico Archita, comprendendo anche la Campania dall’inizio del III secolo. Nel Devoto, però, a differenza dell’Altheim è evidenziata «l’opposizione tra “italico” e “romano”», in riferimento, del «grande tentativo di tutta l’Italia contro Roma», quale comune origine degli insorti.

Le Leghe Italiote o Italiche

Fondamentale risulta essere la comprensione delle prime formazioni comunitarie che si rifecero al nome “Italia”, anche con direzioni d’intenti diversificate ed opposte tra di loro. Primariamente, è doveroso considerare la Lega Italiota, quale alleanza militare del V secolo a.C., in cui si federarono  molte polis della Magna Grecia (Kroton, Thurii, Kaulon, Metaponto, Heraclea, Reghion, Medma e Hipponion) con l’intento difensivo nei confronti dell’espansionismo dei Lucani e di Dionisio I, tiranno di Siracusa. Tale Lega ebbe alterne vicende: sconfitta da Dionisio I nel 389 a. C. durante l’assedio di Reggio, la propria sede da Kroton fu prima trasferita a Thurii e, successivamente alla conquista dei Lucani, collocata ad Heraclea, nel 374 a.C., essendo l’intera alleanza già entrata nell’orbita di influenza della Taranto pitagorica e spartana, la quale vanificò le iniziali istanze bellicose dell’alleanza, stringendo rapporti di buona collaborazione commerciale con il tiranno siracusano.

La lotta contro Cartagine

Brevemente accenneremo alle guerre annibaliche, durante le quali Roma dovette costatare un comportamento ambivalente delle popolazioni italiche: infatti, se un centro importante come Taranto nel 213/212 a.C. si ribellò a Roma, con l’appoggio convinto della popolazione che non gradiva la dominazione romana, per poi essere riconquistato col celebre assedio del 209 a.C. (dinamiche simile accaddero per Capua), diversamente rispetto alla lealtà che protolatini e altre popolazioni italiche dimostrano nelle lotta sanguinose contro Cartagine, rivelandosi spesso essenziale per il conseguimento della vittoria da parte dell’Urbe. Infatti, se il Sud, con Taranto, Capua ed anche Siracusa cercò in Cartagine un motivo di indipendenza da Roma, l’Italia centrale rimase fedele a Roma e permise, con l’instaurazione del sistema federato, cioè un graduale processo di consapevole e libera romanizzazione, iniziato dal III secolo a.C., di ribaltare le sorti belliche, nonostante le numerose sconfitte subite.

Italici contro Roma

Inoltre, si deve rammentare la parentesi storica della Lega Italica diretta da Quinto Poppedio Silone, costituita dai Sanniti e da altri popoli italici contro Roma, nell’ambito della guerra civile sillana, con centro in Corfinium, in cui si riproposero strutture istituzionali e sacrali simili a quelle romane, come la Curia, il Senato Italico ed il Foro, ed in cui veniva coniata una moneta d’argento, in cui campeggiava la testa di una divinità femminile coronata d’alloro, con la scritta “Italia”. Tale esperienza, che nacque nel 91 a.C. e si concluse nel 88 a.C., quando Silla invase la Campania e costrinse alla resa Bovianum, centro che era diventato la capitale della Lega Italica, dopo che nell’89, Corfinium fu occupata dalle legioni di Cneo Pompeo Strabone.

Il culto del Toro

A tal punto, analizzeremo come la denominazione di Viteloi, traslato in greco da Aristotele in Italoi, e tradotto in latino da Varrone col termine generico di boves[4], presenti anche una profonda valenza sacrale e di natura cultuale: «il dio toro in una fase successiva fu per lo più identificato con Marte, il cui culto e mito, che diedero il nome all’Italia, erano diffusi in tutta la penisola»[5]. Tale animale totemico si presenta quale forza interna che spinse le popolazioni indoeuropee nell’ambito del Ver Sacrum, della primavera sacra, che videro i Sanniti, per esempio, invadere il Sannio guidati proprio da un toro e considerare la divinità di Marte forse in posizione di maggiore preminenza rispetto a quella di Padre Giove[6]. Anche a Roma tale tema mantiene un significato, sia nell’ambito del Sulcus Primigenius tracciato dall’aratro trainato da buoi, sia nell’ambito degli Ambarvalia, i riti circumambulatori dei campi, in cui, secondo la testimonianza di Catone[7], che riporta l’antico rituale, il vitello era tra le tre vittime sacrificali dedicate a Marte, per la purificazione e la difesa del podere.

La forza taurina è l’espressione di forza evocata, Marte, che trova la sua fissazione nella Terra, legata non solo empiricamente ma soprattutto allegoricamente al mondo agricolo e con un rapporto duale con il Sole e con la Luna, le cui corna ricordano simbolicamente la falce. La penetrazione, infatti, dell’agente attivo nel recipendiario femminile, può far riflettere il lettore, sia sulla sintesi che l’elemento orfico-pitagorico italico ha potuto realizzare con la dimensione religiosa ed uranica dei Protolatini, sia, in ambito calendariale romano, sulla non casuale successione del mese di Marzo, sacro a Marte, astrologicamente connesso con l’Ariete (animale simile ma non uguale al Toro), con il mese di Aprile, sacro a Venere, astrologicamente connesso al Toro e periodo in cui l’Urbe venne fondata, proprio per quel processo di fissazione alchimica del Fisso nel Volatile, tale per cui l’elemento terra non rimanesse solo allo stato informe. Da ciò, l’espressione virgiliana “Iustissima Tellus” (Georgiche, II 458 ss.), cioè terra giustissima, che, secondo il linguaggio giuridico sacrale romano, esprimeva la terra conforme al Fas, cioè ordinato secondo la volontà dei Numi Vetusti.

Roma e Italia

Il culto del Toro, pertanto, che in Grecia era associato ad Helios e che il mito di Europa associa a Zeus, presente in molte tracce archeologiche della Magna Grecia, è ermeticamente il fattore di fecondazione interiore dell’ovulo tramite lo spermatozoo arietino e capronico di Marte. Comprendere quanto la sfera taurina differisca da quella arietina completerebbe il quadro, non solo esoterico, di come l’idea di Italia non possa essere disgiunta dall’archetipo di Roma e, soprattutto, di come la Patria, italianamente intesa, non sia solo un affare di confini (il limes in realtà esprime uno spazio inaugurato più che una semplice delimitazione territoriale), ma si determini come tale se resa “iustissima” dallo Stato, cioè da una forma e da una forza interna:

Gli Albani, che conobbero i Sabini
Gli Mosser guerra contro. E sono i Troi
Contro gli Achei: O Dardani e Lataini
Di cui da Vati abbiamo e Fasti, e Eroi[8].

Luca Valentini


[1] Giacomo Devoto, Gli antichi Italici, Edizioni di Ar, Avellino 2019, cap. 2: Inquadramento linguistico ed etnico, p. 41 ss.

[2] Franz Altheim, Storia della religione romana, Settimo Sigillo, Roma, 1996, p. 22.

[3] Giacomo Devoto, Gli antichi Italici, cit., p. 102.

[4] Ibid.

[5] Franz Altheim, Storia della religione romana, cit., p. 22.

[6] Giacomo Devoto, Gli antichi Italici, cit., p. 187.

[7] Catone, R. R. CXLI, in Marco Baistrocchi, Il Cerchio Magico, riti circumambulatori in Roma antica, I libri del Graal, Roma 2009, p. 42.

[8] Giustiniano Lebano, Il Cielo Urbico, Edizioni Victrix, Forlì 2004, Il Tauro, canto secondo, p. 65.

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