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Roma, 21 mar – Leggendo Medioevo e Risorgimento di Duccio Balestracci, ci si accorge, andando ovviamente al di là dello scontato refrain conformistico (il per nulla insolito sottotitolo del libro è “L’invenzione dell’identità italiana nell’Ottocento”), di come il Medioevo sia stato uno straordinario serbatoio di memorie per gli uomini dell’Ottocento coinvolti nelle dinamiche risorgimentali. Non più la classicità, vero punto di riferimento delle società di antico regime, bensì il revival dell’epoca medievale, grazie anche al Romanticismo, finì per costituire quel fondamentale retroterra di memorie cui attingere i materiali adatti al faticoso processo unitario. Da qui, cito alla rinfusa, Manfredi e Cola di Rienzo, Pier Capponi e Francesco Ferrucci, la disfida di Barletta e i Vespri siciliani, i Comuni e le Signorie, Matilde di Canossa, Dante, Petrarca e l’episodio più famoso di tutti, ovvero la giornata di Legnano (“dovunque è Legnano”); insomma, il Medioevo spopola nell’Italia dell’Ottocento, anche nella prosa e sulla scena, in pittura (Hayez su tutti) e in architettura.

Una «gloriosa impresa nazionale»

La storiografia ottocentesca non fu da meno, contribuendo, anzi, ad allargare ulteriormente il campo ‘memoriale’. Non sarà sfuggito che gli esempi riportati sono per lo più ‘bassomedievali’, mentre altri riguardano un’Italia già pienamente rinascimentale. Ferdinand Gregorovius, in alcune pagine della sua monumentale Storia di Roma nel Medioevo si sofferma invece su un episodio decisivo del X secolo, la battaglia del Garigliano del 915, considerando la vittoria della “lega cristiana” sui musulmani “la più gloriosa impresa nazionale degli Italiani del X secolo”, frutto del risveglio del loro “sentimento nazionale”. E grande impresa lo fu per davvero, visto che bloccò definitivamente non delle semplici scorrerie, bensì un preciso e pianificato piano di conquista da parte musulmana dell’Italia continentale (è la tesi condivisibile di Marco Di Branco).

Ora, se Gregorovius ha parlato di “impresa nazionale” e di “sentimento nazionale” lo ha fatto, a mio parere, per un motivo ben preciso, ossia riferendosi al peculiare momento storico della battaglia del Garigliano, che vide la nostra penisola, ad eccezione della Sicilia occupata dagli Aghlabiti (non casualmente paragonati da Liutprando nella sua opera Antapodosis ai Cartaginesi), libera dal dominio straniero e unita nello sconfiggere l’invasore, anche perché, a parte un trascurabile aiuto bizantino, la vittoria fu appunto tutta da addebitare a un’alleanza di principi e città italiane guidata dal papa Giovanni X. Infatti, dopo la morte dell’ultimo sovrano carolingio (Carlo il Grosso), come scrive Giovanni Isabella nella sua prefazione al testo di Hagen Keller, Gli Ottoni, “fra l’888 e il 962 il regno italico costituì un’entità ‘statale’ a sé stante, condizione che non si verificò più per tutto il medioevo e oltre”. Per circa un secolo, insomma, la penisola italiana non fu sottoposta ad alcun potere straniero, tanto che persino l’elezione del pontefice finì per dipendere dalle grandi famiglie dell’aristocrazia romana e da figure come Teodora, Teofilatto e Marozia.

Il Regnum Italiae di Berengario

Si tratta di un momento del tutto eccezionale della nostra storia medievale, dove spiccano i nomi di Berengario I e Berengario II, quest’ultimo infine costretto alla resa dall’ennesimo invasore (Ottone I di Sassonia, sceso in Italia nel 962 e incoronato imperatore, fondatore della dinastia sassone). Berengario I fu persino nominato imperatore, se pur relativamente (com’è ovvio) al solo contesto italico. Come osserva Andrea Puglia, nel suo Il Regnum Italiae (888-962), “l’8 dicembre 915 Berengario raggiunse il culmine della sua carriera politica, il completamento dell’esercizio del potere regio in Italia: l’incoronazione imperiale. Fu Giovanni X a tributargli questo onore”. Sempre Puglia, riprendendo la descrizione della cerimonia fatta dall’anonimo panegirista delle Gesta Berengarii, ricorda l’ingresso nella Città Eterna di Berengario, acclamato dal popolo e dall’aristocrazia, e lo svolgimento di “tutti i rituali dell’incoronazione, che affondavano le loro radici nell’antico passato di Roma”. Purtroppo, la congiura che portò nel 924 all’assassinio di Berengario I, mise fine a un periodo di pace interna e di forte guida politica, pur se continuamente negoziata con le grandi famiglie aristocratiche e con le gerarchie vescovili, fino a quando con la discesa di Ottone I l’Italia ritornò sotto il dominio dello straniero.

Giovanni Damiano

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