Nell’era della globalizzazione, ha ancora senso parlare di filosofie nazionali? La risposta è chiaramente sì. Anche perché il globalismo – cioè l’ideologia della globalizzazione neoliberale – non è ancora riuscito a cancellare le nazioni europee e le loro ricche tradizioni culturali. In tutto questo, proprio la filosofia italiana sta riscuotendo negli ultimi anni un notevole successo, tanto che si parla sempre più spesso del cosiddetto Italian Thought. Al di là del valore che si attribuisce a tale filone di pensiero – che, a parere di chi scrive, è piuttosto modesto – questo crescente interesse ha avuto come (benefico) effetto quello di riaprire la discussione sull’esistenza e l’attualità della tradizione filosofica italiana, intesa cioè come una specifica filosofia nazionale.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di dicembre 2021

Miserie postmoderne

I temi cruciali del dibattito sono stati ben riassunti in un volume di recente pubblicazione, ossia La tradizione filosofica italiana: quattro paradigmi interpretativi, di Corrado Claverini. In realtà, prima di stabilire se sia lecito parlare di una filosofia nazionale, sarebbe forse il caso di interrogarsi se oggi sia ancora possibile parlare di filosofia tout court. La domanda non è retorica. Il postmodernismo, infatti, ha lasciato quasi solo macerie: con il suo relativismo nichilistico, con il suo dadaismo linguistico, con il suo spirito salottiero e con le sue interminabili (nonché oziose) disquisizioni epistemologiche, il pensiero postmoderno ha ormai defraudato la filosofia del suo statuto di scienza veritativa, per trasformarla in un alambicco intellettualistico da sfoderare in qualche apericena.

Stesso discorso per la cosiddetta filosofia analitica. Che poi altro non è che l’espressione più «alta» della tradizione anglosassone. Da Wittgenstein a Richard Rorty, questo filone di pensiero vorrebbe farci credere che la realtà si esaurisca davvero nel linguaggio, con la teoria dei giochi e amenità varie. Francamente si fa persino fatica a qualificare tutto ciò come filosofia. In un caso come nell’altro, comunque, lo scopo ultimo di questi sistemi di pensiero è quello di fornire una giustificazione ideologica allo status quo, riducendo così la filosofia al ruolo di cane da guardia del «migliore dei mondi possibili».

La filosofia italiana: un pensiero universale

Di fronte a tanta miseria, era quasi fisiologico che si tornasse alle sorgenti della filosofia italiana. Una tradizione la cui grandezza è stata quasi del tutto rimossa nell’Italia di oggi, patologicamente esterofila, e quindi sommamente provinciale. Contro questa forma di etnomasochismo filosofico si era scagliato, tra gli altri, Antonio Gramsci, che parlò senza mezzi termini di «esteromania» e «posa snobistica» degli intellettuali italiani. Eppure, proprio all’estero, sono stati in tanti a guardare con ammirazione alla nostra tradizione filosofica. E già in tempi non sospetti. Pensiamo solo a Marx ed Engels, che si proclamavano estimatori di quella «sottile genialità italiana rintracciabile in Dante non meno che in Machiavelli», oppure a Friedrich Nietzsche, che nel 1887 ebbe a scrivere: «Il genio italiano ha usato nel modo di gran lunga più libero e fine ciò che ha preso a prestito e ci ha messo dentro molto di più di quello che ne ha ricavato, essendo il genio più ricco, che più poteva donare».

Anche Eugenio Garin, un intellettuale poco incline alle iperboli retoriche, ha dovuto riconoscere: «Ha dato tanto l’Italia all’Europa e al mondo». Questo dato di fatto, del resto, è alla base stessa della prima definizione di una nostra filosofia nazionale. Stiamo parlando della nota teoria della «circolazione europea del pensiero italiano», formulata all’indomani dell’Unità d’Italia da Bertrando Spaventa. Secondo Spaventa, senza il contributo decisivo del Rinascimento italiano, la filosofia moderna che va da Cartesio a Kant e Hegel sarebbe stata, di fatto, impossibile. Di più: il pensiero italiano non sarebbe stato solo il «precursore» della modernità, ma anche il suo «inveramento». In pratica, la filosofia europea avrebbe le sue origini e il suo compimento proprio in Italia, alfa e omega del pensiero moderno. In tal senso, la filosofia italiana sarebbe sì nazionale, perché scaturita da uno specifico «genio» (o Volksgeist), ma sarebbe anche universale, in quanto aperta al mondo.

La vita come milizia

Il modello interpretativo di Spaventa, che risente della filosofia della storia hegeliana, è stato più volte criticato. Questo, però, non ha impedito a Giovanni Gentile di attingervi a piene mani e di conferirgli un’eccezionale profondità speculativa. Stando al filosofo attualista, infatti, è proprio con il Rinascimento e la crisi della scolastica che nascono le varie filosofie nazionali. Tra cui, appunto, quella italiana. Per Gentile, il nucleo del pensiero moderno consiste nella graduale immanentizzazione della filosofia, che demolisce la metafisica per farsi storia. In altri termini, la realtà non è più lo specchio di qualche iperuranio (teologico o secolare che sia), bensì un campo di battaglia in cui l’uomo può far valere la sua libertà e forgiare il suo destino. Questa specifica concezione rivoluzionaria della filosofia, in effetti, si può ritrovare sia in Italia che in Germania. È quindi corretto scrivere, come fa Claverini, che «al centro delle filosofie italiane e tedesche vi è l’homo faber: un uomo convinto che la realtà sia trasformabile e non vada accettata per quella che è».

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In sostanza, sia per Spaventa che per Gentile, «la filosofia italiana è pensiero concreto, cioè un pensiero che ha sempre concepito l’essere umano come artefice della propria fortuna e che si è costantemente interessato al mondo della vita storica e politica». In proposito Romeo Bodei ha giustamente parlato della filosofia italiana come di un pensiero della «ragione impura». Un pensiero, cioè, che non si occupa tanto delle «questioni ultime», quanto della concreta azione dell’uomo, inteso come «animale politico» e forgiatore di storia. E così, nota sempre Claverini, in Gentile lo studio della tradizione nazionale, benché condotto – a differenza di Spaventa – con magistrale competenza filologica, non è affatto «mera analisi erudita del passato, ma presupposto teorico per un rinnovamento del presente». E sarà lo stesso Gentile a rivendicarlo con fierezza: la tradizione italiana, scriveva, «non è un passato ancorché glorioso ma tramontato, bensì un vivo presente, operante nell’attualità dello spirito consapevole di sé, della sua forza, del suo destino. Non musei, ma sentimenti, forze animatrici che premono da dentro sul pensiero e sulla volontà». Con il Risorgimento e poi l’attualismo, insomma, la filosofia italiana acquista una spiccata carica rivoluzionaria: «La vita diventa una milizia».

Ricapitolando, la filosofia italiana si distingue per…

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