Pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore, la prefazione al fumetto Moses. Un altro giorno in paradiso, appena pubblicato per i tipi di Ferrogallico (autore Mauro Canavese, disegni di Zoran Jovicic, 128 p, 18€) [IPN]

Oggi è molto difficile scrivere una distopia. Il mondo in cui viviamo va a una velocità tale che chiunque volesse denunciarne le storture tramite una narrazione distopica incorrerebbe in due grossi problemi. Il primo è l’accelerazione repentina a cui abbiamo assistito nell’era Covid. L’essenza della distopia sta infatti nel prendere i difetti, le aberrazioni e soprattutto le derive oscure di un’era, di un’idea, di una società e portarle al limite, anche esasperato, per mostrare come certe strade, se non controllate o addirittura se non bloccate, rischino di portare verso un baratro. Il problema è che non si fa in tempo a pensare una “esagerazione” o a un possibile evoluzione distopica di un qualunque tema, che questo si realizza diventando realtà in poche settimane se non in pochi giorni. Qualcuno allora direbbe che scrivere un racconto distopico in realtà è fin troppo facile: basta descrivere ciò che si vede. Ma qui, oltre al fatto che non si tratterebbe più di fantascienza distopica ma di semplice satira, ecco che si incorre nell’altro problema. Perché se c’è una accelerazione è anche perché l’umanità attuale accetta sempre più volentieri cambiamenti che portano verso scenari d’incubo. La famosa “finestra di Overton” attraverso cui ciò che prima era inaccettabile diventa prima accettabile, poi diffuso e quindi legalizzato, se prima impiegava decenni per compiere tutto il percorso, ora impiega mesi o al massimo qualche anno. Se non credete sia vero, pensate a pochi semplici esempi di questo mondo pazzo uscito dalla pandemia del 2020: se pochissimi anni fa il delatore era considerato la feccia del genere umano e se si considerava aberrante la pratica in voga in Germania Est e in Unione Sovietica di incentivazione alla delazione da parte dei vertici statali, in questi tempi assistiamo ad attori e influencer che raccontano orgogliosi, come fosse una nota di merito, di come hanno denunciato il perfido vicino di casa colpevole di aver organizzato una festa durante il lockdown e soprattutto a servizi online messi in piedi da giunte comunali per permettere la denuncia del vicino che non rispetta il coprifuoco, con tanto di promessa di premio; se fino all’estate 2021 la sospensione di ogni diritto del lavoro in assenza di lasciapassare ministeriale era qualcosa di credibile solo in un film di fantascienza, nell’autunno dello stesso anno questo viene non solo legalizzato ma addirittura avallato come normale e giusto dai sindacati mentre il governo criminalizza chiunque protesti in piazza; se fino al 2020 entrare nei locali con la scansione di un codice a barre che autorizza o non autorizza l’ingresso era qualcosa che si vedeva solo in vignette satiriche, improvvisamente nel 2021 diventa la normalità che solo a un pazzo non andrebbe bene; se fino al 2019 il chip di tracciamento sotto pelle era considerato l’incubo finale del cosiddetto capitalismo di controllo, improvvisamente l’idea di implementarlo entro il 2022 è diventata auspicabile dai principali media e opinionisti. E così via. Proprio per questo le ipotetiche derive oscure di una società narrate in una distopia potrebbero essere viste come neanche troppo oscure, ma anzi come sviluppi auspicabili, andando così a togliere ogni efficacia alla denuncia distopica.

E poi ci sono i fanatici. Coloro che sponsorizzano le derive più oscure come una sorta di Gerusalemme Celeste, come una escatologia messianica che porterà il mondo verso un’utopia folle che loro vedono come unico bene a cui si contrappone tutto il resto – spesso anche la realtà stessa – ovvero il male assoluto. Sono quelle persone che, se provi a denunciare una deriva pericolosa di una loro battaglia o peggio se arrivi a sostenere che è la loro stessa battaglia ad essere pericolosa in sé, ti additano come mostro portatore di odio, magari chiedendo il tuo licenziamento o la tua morte civile. Ovviamente in nome dell’amore e della libertà. Questi pazzi sono una minoranza molto piccola a livello numerico, ma sono molto strutturati e dominano i media, i social e l’informazione tanto da far sì che le loro idee, anche se rigettate dalla stragrande maggioranza delle persone, vengano costantemente presentate come le uniche possibili e accettabili. Sono i veri realizzatori di quello spostamento della finestra di Overton di cui si parlava poco prima.

Mauro Canavese aveva sicuramente ben chiari tutti questi meccanismi quando ha scritto Moses. Un altro giorno in Paradiso. E ha fatto una scelta insieme coraggiosa e pericolosa. Quella di sconvolgere il lettore, senza cercare di mascherare nulla o di edulcorare i temi scomodi, come quelli legati ai cosiddetti diritti civili o quelli più protetti dal politically correct come la pandemia o l’ecologismo, senza cercare di convincere il lettore per vie traverse che questi temi in realtà nascondono il peggior inferno. Canavese decide invece la via più diretta possibile, come un destro in faccia. Ovviamente chi lo subisce o resta scioccato, ma in modo tale che il cervello è costretto a rielaborare in modo diverso e quindi nuovo quello che fino a poco prima gli sembrava naturale, oppure si incazza perché colpito nel vivo, perché fa parte di quella categoria di fanatici per cui esiste unicamente la loro utopia come Bene Assoulto. Ma nell’incazzarsi automaticamente si trasforma nei personaggi più fanatici da Canavese, facendo in modo che il lettore scioccato che inizia pian piano a farsi domande capisca che quello che legge non è parodia, non è caricatura, ma è la descrizione esatta di chi sta provando a convincerti che la merda è oro e che se non la mangi sei un animale.

La scelta di Canavese si vive fin dalle primissime pagine, da quando viene assassinato brutalmente un personaggio che rimanda chiaramente a uno degli idoli indiscussi dei giorni d’oggi, una di quelle persone assurde e quasi caricaturali che purtuttavia viene santificata e il cui solo metterla in discussione vuol dire andare incontro all’ostracismo globale. Che qui viene trasformato – o forse meglio dire smascherato – in una pazza debole di mente vittima delle sue stesse manie oltre che dei suoi manovratori. E ancor di più lo shock da “diretto in faccia” arriva quando viene presentata la squadra dei Beautiful People, il gruppo dei supereroi “inclusivisti” che affronterà il protagonista Moses. Una descrizione così brutale e diretta delle storpiature BLM e LGBT (scusate se manca qualche lettera, da quando scrivo a quando verrà pubblicato il volume ne saranno state sicuramente aggiunte altre) difficilmente la troverete.

Ma il merito maggiore di Canavese sta in una grande intuizione, non solo narrativa, che svela una grande verità antropologica. In una delle migliori scene della graphic novel, il protagonista Moses vede ciò che sognano i grandi burattinai, i fanatici dell’utopia, gli araldi del Bene. I loro sogni più nascosti, più intimi, non sono altro che i desideri archetipali di ogni essere umano: l’amore, la famiglia, una comunità con cui condividere il destino. Ovvero tutto ciò che hanno contributo a distruggere in nome del loro paradiso. “Immerso in questa realtà così perfetta, vedo il paradiso sognare la terra”. La grande realtà che si cela dietro questa intuizione è che le grandi utopie di oggi, quelle che sostengono di far evolvere l’uomo, non fanno che disumanizzarlo togliendogli quanto ha di più profondo, proprio quello che lo rende uomo. La grande realtà che svela Moses è che ciò che viene combattuto come qualcosa che frena verso il paradiso, ciò che viene indicato come qualcosa di mostruoso che esiste solo perché imposto da “canoni sociali” è in realtà qualcosa di archetipico, eterno, connaturato nell’uomo stesso. Ma soprattutto la grande verità è che sono gli stessi araldi del paradiso i primi a percepire la stortura del loro mondo castrante e disumanizzante, una percezione che crea una lotta tra la realtà e la loro idea che non può avere tregua né sintesi, una lotta che li divora da dentro e che li rende mostri, non solo fisicamente, pieni di un odio inestinguibile verso se stessi che riversano automaticamente verso il resto del mondo.

Non si può poi non spendere parole sull’artista – chiamiamolo tale perché “disegnatore” sembra riduttivo e offensivo per chi è capace di tali meraviglie – che ha dato vita al testo trasformandolo in immagini. Zoran Jovicic è un vero mostro il cui tratto sembra generare qualcosa di reale, di vivo, qualcosa che fa immergere il lettore in un’esperienza sensoriale che va oltre il solo senso visivo. Un’esperienza che inizierete a vivere voi stessi non appena girerete questa pagina per tuffarvi in Moses. Un altro giorno in Paradiso.

Buona lettura, dunque.

Carlomanno Adinolfi

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