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Roma, 6 set – Vicenza, prima del miracolo economico degli anni 60, poteva vantare un unico primato: essere la provincia più democristiana della regione più democristiana di tutta Italia. Una volta in cabina elettorale, la stretta osservanza religiosa si trasformava in veri e propri plebisciti a favore degli esponenti centristi del partito della Balena bianca.

La Vicenza ghibellina

Ma in Italia, si sa, i rivolgimenti politici sono sempre stati all’ordine del giorno. Per cui, andando a ritroso nel tempo, si scopre che ai tempi delle lotte medievali il comune vicentino era di provata fede ghibellina. Perfino lo stemma della città lo dimostra tuttora. La croce argentea in campo rosso, esatto opposto dello scudo della guelfa Padova, testimonia la fedeltà imperiale di Vicenza.

Proprio in virtù di questa lealtà, in una chiesa del centro è sepolto un fiorentino costretto all’esilio sulla fine del 1200. E’ Lapo degli Uberti, figlio del celebre comandante ghibellino Farinata, citato da Dante nel X Canto dell’Inferno. Come il padre, fu travolto dalle dispute politiche che dividevano Firenze e molte altre città dell’epoca. Dopo la definitiva vittoria guelfa, tutta la famiglia fu condannata all’esilio perpetuo. Lapo quindi si rifugiò a nord, dove divenne podestà prima di Mantova e poi di Verona. Dal 1313, le sue spoglie mortali riposano in un sarcofago di pietra posto sulla facciata della chiesa di San Lorenzo, un edificio romanico che si affaccia sulla piazza omonima.

La saga dei degli Uberti, sei secoli dopo

Fu proprio passeggiando per quella piazza, 600 anni dopo, che un uomo in divisa rimase fulminato riconoscendo lo stemma della casata degli Uberti. Era il 1944 e quell’uomo, contrammiraglio della Marina Nazionale Repubblicana, era un diretto discendente di Lapo: era Ubaldo degli Uberti.

Ubaldo aveva servito nella Grande Guerra come comandante di sommergibile, avendo ai suoi ordini Nazario Sauro, insieme al quale fu fatto prigioniero dopo l’affondamento del sottomarino su cui erano imbarcati. Richiamato in servizio nel 1940, venne messo a capo della propaganda di Supermarina e dopo l’8 settembre aderì alla Repubblica Sociale. Per questo motivo si trovava a Vicenza, dove dirigeva l’ufficio stampa della Marina repubblicana che qui aveva sede.

Il contrammiraglio, oltre ad essere un soldato, era anche un letterato. Dagli anni Trenta era il traduttore italiano di Ezra Pound, a cui lo legava una profonda amicizia. Fu proprio in una lettera a Pound che Ubaldo raccontò della stupefacente scoperta riguardante il proprio avo, concludendo la missiva con una frase tanto amara quanto profetica: “Chissà che anch’io un giorno non debba morire qui, esule, portato via da un vento di siepe”.

Ubaldo degli Uberti trovò la morte a Montecchio Maggiore, a guerra terminata, durante un convulso episodio che vide dei volontari russi della Wehrmacht sparare su alcuni marò che cercavano di impedire il saccheggio di un magazzino da parte della popolazione. Spirò all’ospedale di Vicenza proprio mentre lì di fronte alloggiava il figlio, di rientro dalla missione diplomatica a Berlino e ignaro della sorte del padre.

Pound, che aveva pubblicato il canto LXXIII sul quindicinale Marina Repubblicana proprio su insistenza di degli Uberti, si ricordò delle parole premonitrici dell’amico e lo citò, insieme alla città, in un altro dei suoi Cantos:

“And over an arch in Vicenza, the stemma,
the coat of arms stone: Lapo, ghibelline exile.
Who knows but also from some “vento di siepe?”
Six centuries later degli Uberti”

(Ezra Pound, Canto XCV/643-644)

Leonardo Stella

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