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Roma, 6 set – L’8 settembre 1943, quando fu reso pubblico l’armistizio tra Italia e Alleati, ebbe inizio il fenomeno del resistenzialismo partigiano che, più o meno contestualmente alla fondazione della Repubblica Sociale Italiana (avvenuta il 23 dello stesso mese), aprì un biennio di conflitto tra connazionali il quale, sovrapponendosi alla guerra tra angloamericani e tedeschi sul suolo della penisola, si concluse ufficialmente solo nell’aprile 1945. Che in questo lasso di tempo sia stata combattuta nella nostra nazione una vera e propria guerra civile è ormai un fatto acquisito dalla storiografia, come dimostra, a titolo di esempio, il criterio delle “tre guerre” adottato da Claudio Pavone (N. Bobbio, C. Pavone, “Sulla guerra civile”, Bollati Boringhieri 2015), con la scomposizione della Resistenza in tre conflitti distinti sulla base del nemico affrontato («nella guerra patriottica è il tedesco; nella guerra civile è il fascista; in quella di classe, il padrone»); e questo nonostante l’espressione guerra civile, impiegata per interpretare il biennio 1943-45, sia stata osteggiata da studiosi inclini a vedere in coloro che si schierarono con la RSI i «servi sciocchi e feroci del III Reich» (R. Battaglia, “Risorgimento e resistenza”, Editori Riuniti 1964), convinti com’erano che l’accettazione di tale categoria, legittimando la posizione di storici neofascisti quali Giorgio Pisanò (che ponevano l’accento sul carattere fratricida del conflitto), avrebbe implicato un riconoscimento di pari dignità alle due fazioni in lotta.

Posto che di guerra civile comunque si trattò, non è affatto ozioso porsi la domanda su quale delle due parti ricada la responsabilità di averla scatenata. La tesi di Renzo De Felice, a questo proposito, è nota, nella misura in cui lo storico reatino scrisse che la «costituzione della RSI fu […] all’origine della guerra civile […] che, nel 1943-45, insanguinò le regioni occupate dai tedeschi, divise profondamente gli italiani e scavò solchi d’odio tra loro» (“Mussolini l’alleato. La guerra civile 1943-1945”, Einaudi 1997). Tale teoria, però, appare unilaterale, nella misura in cui attribuirebbe a Mussolini, per il fatto di avere costituito una nuova entità fascista nel territorio occupato dai tedeschi, la consapevolezza a priori che tale gesto avrebbe scatenato il conflitto tra italiani. Altrettanto nota è la tesi espressa da Pisanò (già sintetizzata come «una matrice che ha come simbolo falce e martello»), in “Sangue chiama sangue” (FPE 1972), dove si attribuisce la genesi del conflitto civile alla volontà della componente comunista (ma, si potrebbe aggiungere, anche di quella azionista) della Resistenza di rinfocolare gli odi di parte colpendo gli esponenti più favorevoli alla pacificazione del fascismo repubblicano. Si tratta della teoria dei “quattro federali”, nel senso che per Pisanò gli uomini presi a bersaglio al fine di attuare il disegno comunista furono, tra il novembre del 1943 e il febbraio del 1944, i quattro capi delle federazioni fasciste di Ferrara (Igino Ghisellini), Milano (Aldo Resega), Bologna (Eugenio Facchini) e Forlì (Arturo Capanni). Sono, costoro, figure note agli studiosi della guerra civile, soprattutto Ghisellini, incluso da Silvio Bertoldi (“Salò”, BUR 1976) tra coloro «che puntavano sulla pacificazione» e oggetto, in passato, di una querelle tra chi ne attribuiva l’uccisione ai resistenti e chi invece sospettava un caso di “fuoco amico” (per quanto la responsabilità dei partigiani sembri acclarata, nella misura in cui essi non disconobbero mai la paternità dell’agguato).

L’assassinio del seniore Domenico Giardina

Il nome del federale di Ferrara, al cui omicidio seguì una cruenta ritorsione, compare in una riproduzione fotografica de l’Unità del 15 dicembre 1943, riportante un elenco di fascisti uccisi in quelle che, al di là del gergo retorico impiegato («caduti sotto il piombo giustiziere dei partigiani»), hanno tutto l’aspetto di esecuzioni sommarie. Il dato interessante è che, in questa lista, Ghisellini è preceduto da un certo «console Giardina», del quale chi scrive non ha trovato riscontro negli indici delle opere consultate sull’argomento della guerra civile. Una ricerca in rete ha però consentito di appurare che Domenico Giardina era un seniore (non un console) della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (sebbene l’Albo dei caduti della RSI lo presenti come maggiore della Guardia Nazionale Repubblicana) e che fu ucciso dai gappisti a Torino nell’ottobre del 1943, quindi nel mese precedente quello dell’omicidio di Ghisellini (avvenuto nella notte tra il 13 e il 14 novembre).

L’avvio della “strategia della tensione” partigiana, come la configura Pisanò, andrebbe dunque retrodatato di alcune settimane, come poi ammette lo stesso storico il quale, pur concentrando l’analisi sulle «quattro uccisioni più clamorose» (quelle dei quattro federali), fa risalire alla fine dell’ottobre 1943 la «lunga e spietata serie di fascisti uccisi dalle squadre terroristiche comuniste». L’omicidio di Giardina peraltro, oltre a corroborare la tesi dell’autore di “Sangue chiama sangue”, permette di focalizzare l’attenzione su Torino (una delle città più popolose, industrializzate e a forte componente operaia, già teatro degli scioperi del marzo 1943, di quel Nord dove il conflitto civile fu più duraturo) come “caso di studio” suscettibile di gettare ulteriore luce sugli albori della guerra tra italiani.

Chi, e perché, uccise il seniore e quale ruolo ricopriva Giardina nel fascio repubblicano torinese per meritargli l’attenzione dei resistenti? Dalle fonti disponibili si apprende che Domenico Giardina era nato nel 1898 in provincia di Palermo, era reduce della Grande Guerra, della campagna d’Etiopia e del fronte greco-albanese, svolgeva una mansione burocratica (era a capo dell’Ufficio matricola e arruolamento) e fu assassinato la mattina del 24 o 25 ottobre (il giorno varia a seconda delle fonti) da tre colpi di rivoltella, in via Carlo Alberto, mentre si recava al Comando della Milizia. Gli esecutori dell’agguato risultarono essere due partigiani anarco-comunisti, figure di spicco dei GAP (i Gruppi di Azione Patriottica) del capoluogo piemontese: il torinese Dario Cagno (un ex confinato ed espatriato durante il Ventennio) e il genovese Ateo Tommaso Garemi (già volontario nelle Brigate Internazionali in Spagna e con un passato nelle file del maquis francese), entrambi poi arrestati e condannati a morte dal Tribunale speciale. Sulle ragioni della scelta di Domenico Giardina come obiettivo vi è qualche incertezza, benché una delle ipotesi avanzate, lo scambio di persona tra il seniore e Pietro Brandimarte (esponente di punta dell’antico squadrismo torinese), sia contraddetta dal profilo dedicato a Garemi dal sito dell’Anpi, in cui si legge che il gappista dichiarò ai giudici, nel corso del processo, di essere tornato dalla Francia per combattere tedeschi e fascisti e di avere per questo motivo ucciso il seniore Giardina (senza dunque alludere al citato Brandimarte). Si potrebbe supporre che, avendo Garemi affermato che Giardina, nonostante la mansione d’ufficio che svolgeva, era «uno dei più crudeli tra i venduti all’oppressore [cioè ai tedeschi]», l’azione gappista sia da considerare una ritorsione, di quelle che spesso si verificarono nel sanguinoso prosieguo della guerra civile. Tale congettura è, però, ardua da sostenere sulla base delle fonti consultate circa gli esordi del resistenzialismo a Torino, dalle quali emerge che l’azione gappista contro Giardina sarebbe da attribuire più alla volontà di disarticolare il rinascente fascio locale che a rispondere a presunte violenze compiute da parte fascista.

Tra i partigiani e gli antifascisti caduti in Piemonte durante la guerra civile (i cui profili sono consultabili in rete nella banca dati dell’Istituto piemontese per la storia della resistenza), coloro che persero la vita nel periodo compreso tra l’inizio di settembre e la fine di ottobre del 1943 morirono, infatti, in combattimento contro i tedeschi o, come nel caso dell’eccidio di Boves, in provincia di Cuneo, del 19 settembre, furono vittime dei reparti delle SS che operavano contro il nascente movimento partigiano, formato da elementi a cui non si riconosceva lo status di combattenti regolari. Restringendo poi lo sguardo alla sola Torino, qui non sembrano risultare, dopo la proclamazione dell’armistizio, particolari situazioni di tensione attribuibili a iniziative del fascismo locale, visto che il fatto di sangue più eclatante, avvenuto l’11 settembre presso l’opificio militare di corso Regina Margherita, fu provocato dalle truppe tedesche che spararono su una folla di civili lì confluita alla ricerca di coperte e di vestiario, causando 16 vittime e oltre una decina di feriti. Quanto a colui che, nel sito dell’Anpi, viene definito come «il primo caduto della Resistenza nel capoluogo piemontese», l’astigiano Alessandro Brusasco, l’uomo si tolse la vita il 27 settembre dopo essere stato catturato dai tedeschi con l’accusa di avere lanciato bombe contro soldati germanici di guardia presso la stazione ferroviaria di Porta Nuova.

La strategia gappista e la spirale della violenza

Se si prescinde, dunque, dai fatti di sangue di cui furono responsabili le truppe tedesche che occuparono Torino (fatti, peraltro, piuttosto comuni in Italia nella situazione caotica creatasi dopo l’8 settembre), l’agguato a Domenico Giardina, cioè a un fascista e non a un militare germanico, sembra corrispondere allo schema delineato da Pisanò, il che rende l’episodio torinese, come quelli di Ferrara, Milano, Bologna e Forlì, esemplificativo della situazione descritta da Danilo Veneruso nel suo “L’Italia fascista” (Il Mulino 1990). Quivi lo studioso spezzino, già direttore dell’Istituto ligure per la storia della resistenza, dopo avere ricordato che «per scongiurare la minaccia della guerra civile proclamata dal Comitato di Liberazione Nazionale» i moderati del fascismo repubblicano si attivarono per cercare un accordo con gli antifascisti e che tale iniziativa incontrò l’opposizione, oltre che dei fascisti intransigenti, degli stessi antifascisti verso i quali era diretta, mette in evidenza il ruolo avuto dai comunisti nell’imprimere un “salto di qualità” alla lotta resistenziale, organizzando «squadre di sabotaggio e di terrore» (i GAP) che iniziarono a muoversi già nell’ottobre 1943 con «fulminee azioni contro militari e funzionari [fascisti] isolati», ovvero attuando la stessa tipologia di attacco riscontrabile nell’omicidio di Giardina (oltre che, per esempio, di Ghisellini e di Resega). Veneruso, insomma, sembra convalidare le affermazioni di Pisanò, seguendolo nell’idea che le imboscate gappiste erano finalizzate a provocare l’intransigentismo fascista, precipitando una situazione già di per sé “calda” in un ciclo irreversibile di vendette e controvendette (De Felice stesso parla di «rappresaglie e controrappresaglie scatenate dalle prime azioni partigiane»). Non a caso, aggiunge Veneruso, fu l’inizio della guerriglia partigiana a convincere Alessandro Pavolini (segretario del Partito Fascista Repubblicano) a «entrare in aperta polemica con gli esponenti [fascisti] della conciliazione nazionale», emanando un proclama in cui prometteva sanguinose ritorsioni contro i partigiani (e lo emanò il 5 novembre 1943, al ritorno dal funerale di alcuni fascisti torinesi uccisi dai GAP, nei quali si potrebbero riconoscere i nomi che l’«Unità» faceva seguire a quello di Giardina nel suo cupo elenco di «traditori fascisti giustiziati»).

È difficile dire, in conclusione, se Domenico Giardina fosse o no un “pacificatore” come Ghisellini o Resega, il quale nel novembre 1943, prima di cadere sotto il piombo gappista, si apprestava a destituire il capo della “Legione Muti” Franco Colombo, uno degli esponenti più radicali del fascio milanese (L. Ganapini, “La Repubblica delle camicie nere”, Garzanti 1999). Certo è che l’assassinio del seniore fu un tassello, forse il primo o comunque tra i primi, del più ampio mosaico strategico funzionale a scatenare, nota Veneruso, «ciò che i fascisti moderati avevano sempre temuto: lo scoppio della guerra civile», con la sua spirale di violenza che, commenta De Felice, «si autoalimentava all’infinito e […] seminava morte e distruzione un po’ dappertutto».

Corrado Soldato

1 commento

  1. I primi a sparare furono i partigiani comunisti (che venivano chiamati “ribelli”). Lo ammisero alcuni di loro già durante gli anni ’60, proprio di fronte a Giorgio Pisanò. Riguardo alla definizione di guerra fratricida, se non ricordo male, già durante il periodo della RSI, venivano affissi sui muri dei manifesti che condannavano, tramite suggestive illustrazioni, il “fratricidio”. Quindi, non si tratta di una mistificazione dei neo-fascisti.

    ” […] il fatto di sangue più eclatante, avvenuto l’11 settembre presso l’opificio militare di corso Regina Margherita, fu provocato dalle truppe tedesche che spararono su una folla di civili lì confluita alla ricerca di coperte e di vestiario, causando 16 vittime e oltre una decina di feriti […] ”

    Purtroppo, tragedie simili avvennero, durante quelle giornate, anche in Toscana e ovunque la gente si riversasse all’interno di caserme e magazzini abbandonati, a scopo di vero e proprio saccheggio. Dato che le FF.AA. italiane si erano quasi completamente disintegrate, la immediata e brutale repressione dei tumulti, toccò ai soldati tedeschi, già inferociti dal clamoroso voltafaccia.

    ” […] De Felice stesso parla di «rappresaglie e controrappresaglie scatenate dalle prime azioni partigiane» […] ”

    Questo avvenne quando i fascisti repubblicani si resero conto dell’impossibilità di affrontare i metodi guerrigliero-terroristici con i metodi di guerra convenzionale. Da lì nacque l’idea della “contro-banda”.

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