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Roma, 15 giu – In un precedente editoriale, ho cercato di spiegare come l’ondata iconoclasta che attraversa l’Occidente a partire dal movimento di Black lives matter, benché grottesca, ponga comunque delle domande radicali. E le domande radicali sono interessanti perché meritano risposte radicali. Sfortunatamente, l’aria che tira a destra è più improntata all’indignazione borghese e alla rivendicata funzione di gendarmi del decoro urbano. Un atteggiamento doppiamente difensivo: innanzitutto come difesa dei monumenti in quanto tali, poi come identificazione con i simboli presi di mira, quali essi siano. L’attacco, prima verbale e poi materiale, alla statua di Indro Montanelli, a Milano, ha già causato una insopportabile ondata di montanellismo di ritorno. E c’è da giurare che a breve si erigano roccaforti anche a difesa di Winston Churchill (in fatto di anticorpi anti-inglesi la destra, anche estrema, è da tempo immunodepressa). In pieno 2020 dobbiamo quindi riscoprirci difensori dell’ordine pubblico e dell’intera storia dell’Occidente? Not in my name.

“Risignificazione” dello spazio urbano

Sia chiaro, la pretesa di istituire processi di piazza alla storia, decretando cosa è da censurare in quanto razzista e patriarcale (praticamente tutto), è ovviamente animata da un fanatismo che rasenta l’idiozia. Anche perché, come ho cercato di spiegare, la messa in stato d’accusa non ha motivi per fermarsi a qualche generale sudista, ma finirà necessariamente per estendersi a tutto il nostro passato. Finirà necessariamente, cioè, per voler «bruciare il Colosseo», intendendo l’anfiteatro flavio come sineddoche dell’intera storia europea. Sono dei pazzi fanatici, è vero. Anche i bolscevichi lo erano. Ma, una volta lanciata quella sfida, non si poté più rispondere loro con i valori conservatori della borghesia ottocentesca, opponendo le aiuole ben curate alla rivoluzione d’ottobre. Servì una risposta su quello stesso campo e con quegli stessi mezzi.

Ora, l’attacco ai simboli dell’Occidente da parte degli attivisti antifà e antirazzisti pone non tanto il problema della cancellazione di determinati simboli, quanto piuttosto la «risignificazione» dello spazio urbano, per esprimerci nel gergo involuto di quegli stessi ambienti. Ovvero una differente contestualizzazione in grado di cambiare la percezione collettiva di un dato monumento. È un po’ il tentativo già sperimentato a Bolzano con il Bassorilievo di Hans Piffrader, per esempio, cui è stata affiancata una frase «antitotalitaria» di Hannah Arendt. Ma la «risignificazione» ha anche una dimensione meno burocratica e più politica. Nel caso di Monatelli, per esempio, è la stessa campagna contro il giornalista che determina un cambiamento nella sensibilità comune, dato che se domani il comune di Canicattì decidesse di dedicare a lui un giardinetto dovrebbe comunque prendere posizione sulla vicenda della concubina adolescente.

La necessità di nuove forme di riconquista

Nell’immaginario collettivo, Montanelli non è già più solo «il grande giornalista», ma anche l’uomo accusato di determinate nefandezze razziste e sessuali. Che si condivida o meno tale accusa, non la si può comunque già più rimuovere. Ora, come si reagisce a questa operazione, se davvero vogliamo essere, per dirla con Mario Carli, «arditi e non gendarmi»? Ovviamente con una «risignificazione» di tutt’altro senso. La parabola delle occupazioni non conformi è stata esattamente questo: nel centro di Roma è spuntato dal nulla, dove prima c’erano finestre rotte e portoni sbarrati, un palazzo dedicato a Ezra Pound, che ha obbligato l’Italia per più di un decennio a prendere posizione su tutta una serie di cose (dal fascismo alla figura stessa di Ezra Pound), su un terreno per una volta non scelto dagli altri.

Se parliamo al passato di questa operazione non è tanto per le vicende del presunto sgombero imminente del palazzo di via Napoleone III o perché esso abbia dismesso la propria vocazione provocatrice, ma per il fatto che, più in generale, le occupazioni sono uno strumento di lotta che andrà scomparendo, in quanto poco armonico con la società dell’indignato virtuale. La capacità di trovare nuove forme di riconquista (noi che non abbiamo il tabù del gergo marziale e che non ci masturbiamo con la semiotica possiamo anche chiamarla così, anziché «significazione») è però vitale al fine di impostare una vera battaglia politica che non si riduca alla caciara qualunquista. O anche solo per evitare di diventare sentinelle dei giardinetti e ultrà della borghesia conservatrice.

Adriano Scianca

3 Commenti

  1. Il “decoro urbano” è sinonimo di civiltà. Quindi non solo va difeso, ma esteso. Il “decoro urbano” è stato preso di mira in quanto simbolo ed ė l’ultimo in ordine cronologico dopo il crocifisso, il presepe, la famiglia, la lingua Italian* (l’asterisco è un riferimento all’ideologia gender) e gli eroi nazionali (ad esempio, sta partendo un attacco frontale alla figura di Giuseppe Garibaldi). Quindi direi che è venuto il momento della riappropriazione più che della risignificazione. Perché non è che va cercato il modo di far piacere la nostra cultura e la nostra civiltà a chi ne fa spregio, ma vanno ribaditi concetti di democrazia e libertà a chi vuole negarli.

  2. Certo, non bisogna mettersi a fare i “nonni vihili” (con tutto il rispetto per la loro funzione sociale) e non ci si può permettere il lusso di disperdere le energie in mille inani rivoli. Però, quando si legge (cito dal Secolo d’Italia del 5 giugno) della allucinante iniziativa “del sindaco del Pd di Vergato, paesino in provincia di Bologna, di inaugurare in centro, con una cerimonia in pompa magna, una statua di Lucifero con il fallo eretto, lo zoccolo e l’occhio degli illuminati che porta sulle spalle un bambino aggrappato alle sue corna, con la base formata da Nettuno androgino con grandi seni. L’opera, “Inno a Satana“, costata 150 mila euro, un terzo dei quali soldi pubblici, è stata collocata nella locale Piazza Giovanni XXIII ed è stata inaugurata al pubblico, oltre che da una delegazione del Comune guidata dal sindaco Massimo Gnudi del Partito Democratico, anche con la presenza dell’artista che ha realizzato l’opera, Luigi Ontani, originario di Vergato.” Ora, qui si legge l’intento provocatorio, la sfida volgare contro i valori cristiani, un salto di qualità, anche perché operato da una entità istituzionale e con soldi pubblici. Non si può più solo” difendere la torre, che ti difende e ti difenderà”… Bisogna mobilitarsi attivamente!

  3. Complessivamente d’ accordo sul significato dell’ articolo al di là del mero letterale; attenzione però, a non eccedere in antipatia verso il mondo anglosassone ed ai suoi personaggi storici. Definire uno dei più grandi CONDOTTIERI del XIX Secolo (Robert Edward Lee) “un qualche generale sudista” è degno di una sardina ignorante della Storia (e della Vita), NON di Adriano Scianca.

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