Roma, 6 mar – Dalle piste d’Indocina alla battaglia di Algeri (Passaggio al Bosco edizioni) di Grianfranco Peroncini è il primo di sei volumi dedicati alla storia della guerra d’Algeria (1954-1962), conclusa 60 anni fa con gli accordi di Évian, nel marzo del 1962. È la prima parte di un’analisi complessiva di quelle tormentate vicende intitolata La maledizione dei centurioni. Una ricerca dedicata alla complessità contemporanea che si articola su due cifre espressive, due registri narrativi impiegati per la descrizione dei fatti storici e per l’analisi di quegli avvenimenti.

Per rintracciare le cause di quella maledizione che portò i “centurioni” di Francia a pagare un terribile tributo di sangue e sacrificio agli estremi confini dei possedimenti francesi. Anche se il più amaro e doloroso versante della “maledizione dei centurioni” si cela nella mistificazione sistematica delle motivazioni autentiche alla base della loro lotta.

La maledizione dei centurioni e l’Algeria fraterna

Il merdier della “battaglia di Algeri” sarebbe stato la prima tappa del loro cammino di Croce nordafricano, nato lungo le piste d’Indocina e nei campi di prigionia viet-minh dove gli ufficiali francesi avevano avuto modo di riflettere sulle cause socio-politiche delle guerre “rivoluzionarie”. Dopo Dien Bien Phu – del resto – i militari che si trovarono a combattere in Nordafrica non volevano più essere il braccio armato della repressione coloniale. Volevano “capire”. Nacque allora il “mal jaune” dell’esercito francese, la febbre gialla indocinese, il nazional-comunismo dei colonnelli e dei capitani dell’Armée che metteva i brividi agli stati maggiori. Civili e militari. La diade di opposizione – Algeria francese o Algeria algerina – intendevano riordinarla in un sillogismo dove tesi e antitesi venivano superate da una sintesi ideale: l’Algeria fraterna. Per dilatare gli orizzonti dell’Algeria, della Francia e dell’Europa in una proiezione eurafricana dalle formidabili ripercussioni. Il destino, il generale de Gaulle e i suoi ambienti di riferimento – però – vollero altrimenti…

Un grande affresco di storia contemporanea

La maledizione dei centurioni è un grande affresco di storia contemporanea che, nell’arco di sei volumi, rintraccerà le vicende, i retroscena, il dimenticato e il non detto di uno degli snodi sociali principali dei tempi ultimi.
Una lunga cavalcata che dalle piste e le risaie d’Indocina, passando attraverso il doloroso calvario dei campi di prigionia viet-minh dopo la battaglia di Dien Bien Phu, porterà l’esercito operativo francese alla scoperta definitiva della guerra rivoluzionaria. A contrarre cioè il cosiddetto mal jaune, la “febbre gialla” di un nazional-comunismo che aveva dietro di sé il passo di due divisioni di paracadutisti e che avrebbe forgiato i soldati-politici della guerra d’Algeria.

Una maledizione che portò i “centurioni” di Francia – il più formidabile esercito da campagna del mondo negli anni a cavallo tra la fine della Seconda guerra mondiale e l’inizio degli anni ‘60 – a pagare un terribile tributo di sangue e di sacrificio agli estremi confini dei possedimenti francesi. Ma l’altro versante della “maledizione dei centurioni”, forse il più amaro e doloroso, si cela nella mistificazione delle motivazioni che stavano alla base di quella lotta disperata condotta dall’esercito francese. Posti sempre, a priori, sul banco degli imputati, calunniati, perseguitati, dispersi, i “soldati perduti” di Francia sono uomini – per usare le parole del maggiore Hélie de Saint-Marc – che hanno conosciuto, in un grande disordine, l’amore e l’avventura, la sofferenza e l’umiliazione, la libertà e la prigionia, la guerra e la pace, la rivolta e la tragedia. Una sorta di confesso che ho vissuto…, contro il vento della storia.
Parafrasando Barbey d’Aurevilly potremmo dire che quegli uomini (come gli insorti vandeani e i cristeros messicani) hanno perso la Storia, oltre alla giustizia e alla gloria.

Lunga cavalcata nella storia della guerra d’Algeria

Dalla crisi di Suez alla battaglia di Algeri, con il suo ciclo allucinante di terrorismo e torture, sino al 13 maggio 1958, l’insurrezione militare e civile che dall’Algeria si irradiò sul territorio metropolitano portando al ritorno al potere di de Gaulle e alla nascita della V Repubblica, dalla rivolta militare contro il regime gollista alla disperata battaglia dell’Oas, i combattenti dell’impossibile dell’ultima raffica per un’Algeria integrata, sino al maggio ’68…, il conflitto nordafricano si colloca sempre al centro delle vicende politiche, storiche e sociali più importanti di quel periodo, per la Francia e per l’Europa. Definendo anche le categorie e le radici reali e autentiche della cosiddetta “decolonizzazione” che altro non fu che il nuovo progetto del neo-colonialismo trionfante. O meglio un colonialismo 2.0, distillato nei laboratori economici e psico-sociali delle aristocrazie venali (G. Alvi), dei poteri retroscenici (L. Canfora), del plebiscito dei mercati (H. Tietmeyer), del Quarto partito (A. De Gasperi). Una strategia globale di cui de Gaulle fu il formidabile, spietato e inesorabile esecutore tattico.

La maledizione dei centurioni è una lunga cavalcata nella storia della guerra d’Algeria, e di riflesso nell’attualità contemporanea, una ricerca storica che si legge come un romanzo.

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