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Roma, 7 ott – Manca meno di un mese al 4 novembre, anniversario della Vittoria nella Prima guerra mondiale. Un giorno molto sentito negli ambienti patriottici, purtroppo minoritari nella Nazione, e costantemente sotto assedio del pensiero dominante, quella cultura dominante che mette sotto scacco l’Italia da decenni e che ha contribuito enormemente a formare gli italiani contemporanei alla peggiore delle attitudini: l’indifferenza.



Altro che “inutile strage”

“Non chiamatela Vittoria, perché fu una Vergogna”. Sul 4 novembre 1918 si sono scritte infinità di pagine, di libri, di articoli. Sulla storiografia per così dire “ufficiale” a dominare è la narrazione ormai iper-inflazionata della “inutile strage”, riferita alla Grande Guerra.

Un concetto che va di pari passo con l’idea di una massa inerme di soldati sostanzialmente condannati a combattere senza nutrire alcun sentimento o volontà di servire la Nazione. Fermo restando quanto sia folle pensare che su oltre 5 milioni di mobilitati, in Italia come in qualsiasi altro Paese al mondo, nessuno fosse impaurito e tutti fossero genuinamente convinti delle ragioni della lotta (considerando anche l’ancora basso livello di istruzione, nonostante i progressi rispetto al 1860), Ernesto Galli della Loggia è uno degli studiosi che, in più occasioni, hanno contestato un ragionamento tanto limitato, osservando che nel qual caso gli esempi di diserzione sarebbero stati ben di più della misera minoranza (certificata da tutti i dati sulle condanne) che coinvolgeva meno di mille soldati.

D’altronde, la tesi della dura repressione per costringere alla guerra uomini passivi – indubbiamente – sarebbe di ostacolo alla stessa sostenibilità dei corpi militari, come ricorda il generale Carlo Jean, che ben sintetizza perché siano controproducenti – per qualsiasi comando militare – le azioni troppo violente contro i fanti: “Storicamente, l’idea delle decimazioni in massa non regge. Infatti, nessun apparato militare può fondarsi sulla sola repressione perché, se essa supera un certo livello – sempre molto basso – i soldati si ribellano e uccidono i loro ufficiali. Forse i fanti uscivano dalle trincee piangendo, come riferisce il col. Gatti, lo storico del Comando Supremo, ma seguivano comunque i loro comandanti in assalti spesso disperati”, afferma Jean in Italiani e Forze Armate (2010).

Nessun esercito potrebbe sopravvivere se si reggesse sulla costrizione. Perché i fucili, in maggioranza, ce li hanno i soldati.

Questo senza contare il numeroso elenco di eroi che ha caratterizzato quella guerra (dagli Ercole Ercole, ai Mario Fiore, per non parlare del mitologico Enrico Toti). Eroi che smentiscono un altro mito negativo su cui si è appoggiata la criminalizzazione della Grande Guerra, quello degli “italiani che non sanno combattere”.

“Un certo” Ernest Hemingway, allora volontario della Croce Rossa, scriveva a proposito: “Sono stato in tutti i luoghi della grande battaglia e ho carabine austriache con relative munizioni, decorazioni tedesche e austriache, pistole automatiche in dotazione agli ufficiali, elmetti di crucchi, una dozzina di baionette, pistole lanciarazzi, coltelli e ogni cosa immagi­nabile. Potevo prendere tutti i cimeli che volevo, purché fossi riuscito a portarli con me, perché c’erano tanti di quei morti austriaci e pri­gionieri che la terra ne era quasi oscurata. È stata una grande vittoria che ha mostrato al mondo quali meravigliosi combattenti siano gli italiani.” E non crediamo vi sia da aggiungere altro.

Perché è importante che nasca il mese della Vittoria

Fatta questa breve (e per necessità, incompleta) sintesi delle contraddizioni delle critiche alla Vittoria, concentriamoci sulla necessità, per la cultura patriottica, di “estendere” in qualche modo le manifestazioni e le celebrazioni ben oltre il semplice 4 novembre, magari cercando di ricordare gli eventi i quali, negli ultimi 30 giorni del conflitto, scandagliarono la travolgente avanzata dell’esercito italiano ormai lanciatissimo verso un esito divenuto paradossalmente scontato proprio dopo il dramma di Caporetto.

Parliamo della svolta di Diaz e dalla preparazione che diede agli uomini in quell’infuocato mese di ottobre. Parliamo di come preparò l’offensiva sul Monte Grappa. Parliamo della conquista del Grappa. Parliamo del Piave. Delle ultime travolgenti settimane. Dei protagonisti di quella epopea. Dell’arrivo a Vittorio Veneto e del Bollettino che consacrò Armando Diaz a leggenda della storia italiana. E sviluppiamo maggiore ritualità, per far conoscere ai tanti italiani che non lo sanno cosa fecero i loro bisnonni nell’anno che costruì l’Italia moderna.

Stelio Fergola



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