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Roma, 24 mar – E alla fine eccoli lì, quelli che volevano riparare il mondo, che dovevano portare la giustizia sulla terra, che volevano redimere la storia dall’iniquità. Eccoli lì, che ti dicono di arrenderti alla «sfiga» senza stare troppo a rompere le scatole. Di prendere le batoste, andare in rovina senza frignare. È un po’ questo il senso della «amaca» in cui Michele Serra se la prende con ristoratori e commercianti che lamentano l’esiguità degli aiuti avuti dallo Stato: «Ci si domanda chi abbia risarcito i nostri nonni, i nonni dei nostri nonni, e indietro nel tempo fino all’uomo di Cro-Magnon, dei lutti e del rovesci indotti dalla caterva di guerre e pestilenze che affliggono l’umanità da quando esiste. Ve lo dico io: zero risarcimenti, e un sospiro di sollievo se si era ancora vivi e con un po’ di pane in dispensa».

Michele Serra si scopre “stoico”

Per Serra, «pretendere che TUTTO quello che è stato perduto a causa della pandemia ora piova dal cielo, è abbastanza protervo e parimenti sciocco: la sfiga esiste, per dirla in parole povere eppure ricche di significato. Esiste per tutti, esiste da sempre, così come non esiste il diritto alla fortuna, alla ricchezza, al reddito invariato nei secoli». Che bello, Serra ha scoperto il senso tragico della vita, l’amor fati, la fermezza virile di fronte ai colpi bassi del caso. Uno stoicismo che sarebbe persino lodevole, se venisse da chi per primo espone il suo corpo, il suo spirito, la sua posizione ai colpi del destino cinico e baro. Dubitiamo però che sia così.

Non so, né voglio fare congetture in materia, come stia messo il conto in banca di Serra, mi limito solo a fare un ragionamento generale: come sarebbe cambiata la narrazione giornalistica sulla pandemia se i giornali non fossero stati sin da subito considerati come «beni essenziali»? Come avrebbe raccontato Repubblica il coronavirus e le misure messe in campo dai nostri governi per combatterlo se un bel giorno di marzo del 2020 qualcuno avesse detto loro: «Sai che c’è? Chiudete tutto per una quindicina di giorni». E, passati quei quindici giorni: «Sai che c’è? Proroghiamo la chiusura di altre due settimane». E, dopo ancora: «Va bene, riaprite, ma per farlo mettete in regola le vostre redazioni secondo questi parametri». E poi: «Avete modificato gli uffici? Sì? Bene, chiudete di nuovo». E così via, per un anno, dando in cambio pochi spicci, tardivi e mai sicuri.

Quel sentore di “culo al caldo”

Ebbene, dopo questo trattamento riusciamo a immaginare un articolo in cui si dicesse con tanta sicumera che «non esiste il diritto alla fortuna, alla ricchezza, al reddito invariato nei secoli»? Non amo le divisioni indotte dall’emergenza fra pubblico e privato, fra nord e sud, fra giovani e vecchi, il reciproco rinfacciarsi colpe e privilegi, ma nell’articolo di Serra il sentore di «culo al caldo» è davvero troppo forte per non essere notato. Ma c’è di più. La sinistra è solita accusare la destra di «naturalizzare i fenomeni sociali». Di trattare cioè, cose come le diseguaglianze o l’ordine pubblico come se fossero fenomeni naturali, banali, mentre invece la loro origine sarebbe sociale, politica, non innocente.

Ecco, dopo anni di lezioncine sull’argomento, scopriamo che la situazione grottesca che stiamo vivendo va invece derubricata come semplice… sfiga. Insomma, un fatto naturale. Certo, il virus in sé, al netto delle ipotesi più o meno credibili di una origine artificiale, può essere considerato un elemento pre-sociale e pre-politico, una minuscola forma di vita che nulla sa delle nostre vite e delle nostre ideologie, capace di metterci in ginocchio in perfetta innocenza. Tutto quello che è successo a partire da un secondo dopo il contagio del paziente zero, tuttavia, non è più casuale o naturale: il modo in cui la Cina ha gestito l’emergenza, le politiche, o meglio, le non politiche degli enti sovranazionali, gli errori dell’Ue, quelli dell’Italia…

Lo stoicismo del paraculo

Le stesse chiusure, i distanziamenti, i dpcm, i lockdown, le mascherine non sono scesi dal cielo belli e fatti, come meri dati indiscutibili e oggettivi. Sono misure politiche, che altri Stati hanno declinato in maniera differente e che non hanno nulla di neutrale. Per non parlare dei sostegni economici, che non hanno a che fare con la sfiga, ma con l’efficacia o la non efficacia di un sistema sociale, monetario, istituzionale. Ma per Serra tutto questo non conta, se hai una famiglia da mantenere e sei andato a gambe per aria a causa di tutto questo hai poco da lamentarti, devi solo fare buon viso a cattiva sorte, come in fondo facevano i nostri antenati di fronte alla «caterva di guerre e pestilenze che affliggono l’umanità da quando esiste». E pazienza se poi magari ne morivano. Serra ha scoperto lo stoicismo del paraculo e nessuno si permetta di turbarne l’atarassia con sterili lamentele.

Adriano Scianca

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4 Commenti

  1. il virus non sappiamo se sia naturale o no, ma sicuramente sappiamo che la maniera con cui ci obbligano ad affrontarlo non é per niente “naturale”. Viviamo in una società in cui il “diritto” é divenuto l’essenza stessa della vita di ciascuno: diritto ad essere ricco, diritto ad essere bello, diritto ad essere sano. Ecco allora che tutto mira a conservare questo “diritto”. Per quanto riguarda invece la lotta vera contro l’epidemia é divenuta accessoria e tutto é fatto per portarci verso quello che dovrebbe essere il medicamento miracolo, il vaccino,che prima di essere sicuri della sua efficacia avrà riempito la borsa dei soliti, senza contare che nello stessso tempo saremo stati utilizzati come cavie per la loro sperimentazione.

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