Il Primato Nazionale mensile in edicola

Milano, 19 gen – Nella storia di Milano, la cui attuale amministrazione, capeggiata dal sindaco Sala, progetta di mettere a punto un regolamento finalizzato a vietare, entro il 2030, il fumo in luoghi aperti al pubblico (a partire dalle pensiline alle fermate degli autobus), esiste un curioso precedente di astensione dal tabagismo, in questo caso volontaria e ispirata da motivazioni patriottiche e non imposta per decreto in nome di (peraltro discutibili) istanze di tutela della qualità dell’aria.

Lo “sciopero del fumo”

Era l’inizio del 1848, l’anno della “primavera dei popoli” e del risveglio delle coscienze nazionali nell’Europa reazionaria e codina uscita dal Congresso di Vienna. L’anno fatale in cui suonerà, anche per l’Italia, la campana della lotta per l’unità e l’indipendenza nazionali. L’anno che, con lo scoppio della prima guerra d’indipendenza, darà il via alla stagione del Risorgimento.

Il 1° gennaio del 1848, appunto, a Milano iniziò quello che passerà alla storia come lo “sciopero del fumo“. Così Lucio Villari, nel suo Bella e perduta. L’Italia del Risorgimento (Laterza, 2009), descrive quella particolare giornata: «Era giorno di festa; al passeggio, eleganti borghesi, noti aristocratici con signore, in carrozza o a piedi, […] operai con l’abito buono. Scene abituali; ma questa volta vi è qualcosa di strano, […] gli uomini non fumavano. […] Si era furtivamente e capillarmente diffusa la parola d’ordine di non fumare».

Cosa era accaduto, dunque, perché, in un’epoca in cui le contemporanee ossessioni salutiste erano ancora di là da venire e tutti gli uomini, incluse molte donne, erano accaniti fumatori (di sigari), in quella che era forse la città più importante del Lombardo-Veneto austriaco si verificasse quella singolare rinuncia al tabacco?

Milano, come l’intera penisola, era allora percorsa da fermenti patriottici resi particolarmente acuti, nel centro padano, dal fatto che i meneghini erano de facto soggetti al rigido controllo diretto dell’Impero asburgico. Fu proprio l’ormai diffusa insofferenza nei confronti del governo austriaco a ispirare quella inedita forma di protesta non violenta, che mirava in primis a provocare un danno (quantificabile, secondo le fonti coeve, in oltre 4 milioni di lire) all’erario imperiale, che deteneva la “regia”, ovvero il monopolio dei tabacchi.

Quella prima giornata di protesta si svolse comunque, tra lo sconcerto dei militari austriaci di ronda, senza incidenti di rilievo, fatta eccezione per «quei pochi cittadini male informati [dello sciopero] che passeggiavano a Capodanno fumando [e] si videro perciò strappare senza complimenti ma patriotticamente il sigaro dalle labbra» (Villari, op. cit.).

Scontri e morti

L’atmosfera iniziò a farsi più tesa il giorno successivo, 2 gennaio, con la prosecuzione dello sciopero del fumo quando, come narra Corrado Colombo nella sua gustosa Storia de Milan, «se trovava minga attorna vun che fumava a pagall on scud» e quei rari incauti sorpresi dalla folla a fumare venivano «compagnaa a fischi e magara on quai scuffiott (scappellotto) l’andava via». Questa volta, però, si registrarono i primi seri diverbi tra cittadini e soldati (non solo austriaci, ma anche ungheresi, sloveni e croati), i quali si erano presentati in strada «fumando anche due sigari contemporaneamente e soffiando poderose boccate in faccia ai milanesi che con aria di sfida esercitavano il boicottaggio».

La situazione precipitò il 3 gennaio, quando le provocazioni degenerarono in aperta violenza. Il governatore militare Radetzky, che il giorno prima aveva ordinato ai militari di rientrare in caserma, permise (contravvenendo a una sua stessa ordinanza che vietava ai soldati asburgici di fumare in pubblico) che lo Stato maggiore distribuisse alla truppa in servizio o in libera uscita diverse migliaia di sigari, oltre a denaro per acquistare bevande alcoliche.

Fu così che nel pomeriggio di quel giorno, come risulta dai resoconti coevi (Villari, nel suo saggio, cita il racconto dello scrittore e patriota milanese Carlo Cattaneo e riporta la testimonianza oculare di un anonimo funzionario del Comune), centinaia di soldati della guarnigione, molti dei quali ubriachi e ben decisi a menare le mani, invasero le vie di Milano. In quelle condizioni, efficacemente descritte da Colombo nel suo colorito dialetto («[…] eren tucc ciocc de fa schivi (ubriachi persi), […] insultaven tucc quei che trovaven [e] aumentand la sborgna […] pensen ben de tirà foeura i sciabol»), non tardarono a verificarsi i primi gravi incidenti che, alla fine, lasciarono sul selciato ben sei cittadini milanesi (tra cui un anziano ultrasettantenne e un bambino di quattro anni), perlopiù deceduti per le conseguenze dei colpi alla testa inferti dalle spade e dalle baionette della soldataglia.

Dallo sciopero alle cinque giornate di Milano

Radetzky, messo sotto accusa come responsabile dell’eccidio, provò a giustificarsi sostenendo che lo “sciopero del fumo” equivaleva ad alto tradimento e che le truppe imperiali si erano limitate a reagire alle provocazioni e agli insulti della folla ed erano intervenute per ristabilire l’ordine pubblico perturbato da quei comportamenti sediziosi. Il governatore militare austriaco, però, era probabilmente consapevole della precarietà di quell’ordine imposto con la repressione se, in una lettera alla figlia del 18 gennaio, poteva scrivere: «Dal giorno 3, quando i nostri soldati […] dettero così opportuna prova di bravura con il tintinnare delle loro sciabole, nell’intera città regna la calma. Almeno apparente…»

Le ultime parole vergate dal maresciallo dovevano, in effetti, rivelarsi quasi profetiche. La rottura tra Milano e l’imperial-regio governo viennese, dopo quel sangue innocente così deliberatamente versato, non poteva essere più sanata.

Due mesi e mezzo più tardi, il 18 marzo, la popolazione meneghina insorse e salì sulle barricate, in quelle che la tradizione ha consacrato come le “Cinque giornate di Milano”, affrontando con armi improvvisate (la «guerra disperada / D’on popol disarmaa contra on’armada: / […] I s’ciopp (schioppi) contra i baston, I sass contra i cannon» ritratta dal poeta Giovanni Rajberti nel suo Marzo 1848) le agguerrite truppe asburgiche e subendo perdite copiose di uomini e donne, che caddero per la libertà senza distinzione di ordine o ceto, offrendo così il primo tributo di sangue lombardo all’imminente epopea risorgimentale. Altri tempi e, soprattutto, altre tempre.

Corrado Soldato      

2 Commenti

  1. Mi era sfuggita la lettura… E’ un bel “piccolo” esempio di ciò che si potrebbe fare grandemente a livello nazionale per ottenere qualcosa… Quando si tocca sui soldi o stupefacenti…, scattano!

Commenta