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Milena CanoneroLos Angeles, 17 gen – Sarà Milena Canonero a colorare di azzurro la prossima notte degli Oscar. È lei infatti l’unica italiana in gara: non nel gioco a squadre dei film, ma come prova individuale per i costumi di The Grand Budapest Hotel, il film di Wes Anderson candidato a nove statuette.

Milena Canonero è una veterana dell’Academy, una delle ambasciatrici della cultura figurativa italiana a Hollywood. In quarant’anni di carriera ha collezionato nove nomination e tre Oscar. La prima statuetta vinta è quella per i costumi di Barry Lindon, il film di Stanley Kubrick del 1976 ambientato nell’Inghilterra del Settecento. Un vero quadro in movimento, un film girato a olio sulla tela più che sulla pellicola, con l’uso della sole luce naturale, dove la costumista italiana ha dato tridimensionalità alle figure dei paesaggisti dell’epoca.

La collaborazione con Kubrick è però nata in A Clockwork Orange (Arancia Meccanica), il vero esordio della Canonero. Un esordio col botto: la costumista riesce a dare immagine all’universo di Burgess (l’autore del libro) filtrato dalla voce ossessiva del cubo di Kubrick. Nasce così il costume dei Drughi – ispirato a una sottocultura skin che sorge, cresce e irrompe dentro all’inglese ‘bombetta e bastone’, trasfigurandolo – e destinato a diventare di culto. Il trittico kubrickiano si chiude poi con The Shining, un altro cult.

L’anno dopo conquista il secondo Oscar con Chariots of Fire (Momenti di Gloria) di Hugh Hudson, prima di dare corpo scenico a un lungo carosello di personaggi diversi, fra cui il padrino (The Godfather – part III), Bukoswki (Barfly), Dick Tracy, Titus e la Marie Antoniette di Sofia Coppola, che le regalerà la terza statuetta. Qui Milena Canonero dipinge un Settecento molto diverso da quello di Barry Lindon. Usa colori forti, rubati dalla tavolozza della colonna sonora rock del film. La tela non è lasciata asciugare alla luce naturale, ma sovraesposta a fari alogeni.

Arancia MeccanicaCon The Grand Budapest Hotel la Canonero ha invece dato vita ai personaggi di una torta. Il film, l’hotel, la figure, si sommano come una pila di macarons dentro una scatola (Mendl’s, ovviamente), sopra un carillon. A contenderle il quarto Oscar ci sono, guarda caso, quattro contendenti. Lo stile anni Sessanta di Inherent Vice (Vizio di forma), l’ultima fatica di Paul Thomas Anderson e del suo pupillo Joaquin Phoenix; le ambientazioni fantastiche di Into the woods e Maleficent; l’affresco ottocentesco di Mr. Turner.

Ma per noi vincerà la Canonero, ce lo dice la sua storia. I costumi degli altri film li ha già fatti o già superati in passato. Inherent Vice regala una fotografia degli anni Sessanta già vista altre volte e rischia di inciampare sullo stesso gradino della Canonero di The Shining e di American Hustle l’anno scorso. Nessuna nomination nel primo caso, nessuna statuetta nel secondo. Panni simili a quelli di Mr. Turner invece la Canonero li ha già affogati con Barry Lindon e seccati in Marie Antoniette. Infine ci sono i due fantasy targati Disney, che dovrebbero annullarsi reciprocamente, non lasciando possibilità di scegliere fra l’uno e l’altro senza rischiare di annodarsi gli occhi fra parrucche, trine e corna.

I costumi degli ‘altri’ sono quindi troppo, o troppo poco, rispetto al perfetto cabaret di Grand Budapest, dove i panni di ogni personaggio sono appropriati, coerenti, legati da quella glassa che dicevamo prima, ma senza stuccare. Il palcoscenico allestito da Wes Anderson è il più popolato e variegato, ma la composizione globale non fa una piega. Se la torta non collassa, Milena Canonero potrà mettere la sua ciliegina. La quarta.

Simone Pellico

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