Roma, 3 feb – Roma. Firenze. Venezia. E sin qui, nessuna sorpresa se si guarda alla hit parade di quella che Filippo Tommaso Marinetti bollava, con parole di fuoco, “industria del forestiero”. Sorprese che invece non mancano se si dà un occhio al Report dell’Istat sui musei, aree archeologiche e monumenti in Italia. Un’accurata analisi resa pubblica in questi giorni e che prende a riferimento, per il 2017, ben 4889 strutture presenti nel Belpaese, la maggior parte pubbliche: 4026 sono musei o gallerie, 293 aree e parchi archeologici e 570 monumenti.

Complessivamente i visitatori sono stati 119 milioni: 57,8 milioni nei musei, 45,8 milioni per i monumenti,15,5 milioni per le aree archeologiche. Circa metà del totale, 67,1 milioni, hanno pagato un biglietto. In testa ai numeri, Roma (con oltre 27,1 milioni di visitatori nelle proprie strutture museali), poi Firenze (11,3 milioni) e Venezia (4,7 milioni), che precede ormai di poco Milano (4,4 milioni) e Napoli (4,3 milioni). E’ già questa è una prima sorpresa, le prime tre città, comunque, attraggono il 36,2 per cento del totale dei visitatori. Torino, Pisa, Pompei si attestano intorno ai 3,3-3,4 milioni di presenze. Più dietro Siena e Verona, che chiude la classifica delle magnifiche dieci.


Ma va tenuto conto che il patrimonio nazionale è talmente diffuso che sono addirittura 2371 i comuni dotati di una struttura a carattere museale. Di fatto uno su tre. Il modello diffuso, sintomo di ricchezza dell’offerta – che in Italia è trasversale, basti pensare alla piccole imprese che reggono il Paese – è ripetuto anche in questo settore. Tante strutture, tanta offerta, tante identità da preservare, ma anche tanti problemi a doverle gestire. Numeri spesso insufficienti per garantire efficienza.

Un patrimonio enorme, che dà troppo poco lavoro

Solo a Roma e Firenze si contano quasi 200 tra musei, aree e monumenti, nei primi dieci comuni si contano 52 musei in ognuno. E sei guarda alle sole Roma, Firenze, Venezia, Milano, Napoli, Torino e Pisa si raccolgono quasi 59 milioni di visitatori: praticamente la metà o quasi del totale. L’offerta complessiva è enorme, superiore a quella estera: solo la Germania ha un numero di strutture superiori, molto distanti Francia e Spagna. Ma, attenzione, anche nel 2017, nessun museo italiano è presente nei primi venti più visitati nel mondo. A meno che tale non si ritengano i Musei Vaticani – con i suoi 6,4 milioni di visitatori e un quinto posto a livello planetario – patrimonio nazionale. Di sicuro gli introiti non vanno (purtroppo) nella casse dello Stato italiano.

Nonostante la sua vastità, il settore museale italiano dà lavoro a circa 38mila operatori, in decisa contrazione rispetto al 2015 quando erano 45mila. Più della metà degli istituti non ha oltre cinque addetti e in uno su tre prestano la propria opera volontari. Solo un museo su tre ha dato vita a attività di ricerca nel corso dell’anno preso in esame, due su tre ad attività educative e didattiche. E in molte località italiane il numero dei visitatori delle strutture museali è addirittura decisamente inferiore al numero di coloro che hanno soggiornato in alberghi o esercizi extra-alberghieri. Tradotto: le politiche di promozione fanno acqua e non riescono nemmeno a intercettare l’utenza potenziale costituita dai turisti che pernottano in loco. L’altra faccia del più grande patrimonio artistico al mondo, e l’incapacità di riuscirlo a valorizzare adeguatamente.

Fabrizio Vincenti

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