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Roma, 21 apr – Chissà cosa scriverebbero certi personaggi del periodo drammatico che stiamo vivendo. Chissà come D’Annunzio, da esteta, avrebbe affrontato la piaga del Covid-19, una situazione “brutta” dovuta ad un nemico invisibile al quale non puoi sparare. Chissà come i poeti maledetti, con le loro allucinazioni, avrebbero vissuto e narrato questi mesi di clausura e di libertà negate, forse scrivendo che la mente è la miglior via per la libertà. Chissà come avrebbe vissuto questi mesi leggendari il Benito Mussolini giornalista che dal suo Popolo d’Italia arringava la Nazione e combatteva la sua battaglia. Il caso vuole, ed un caso del tutto fortuito, che l’1 gennaio 1920 il futuro Duce firmasse un articolo proprio sul quel giornale che sei anni prima egli aveva fondato e che si avvita perfettamente alla situazione italiana ed europea, ma soprattutto italiana. Lui scrisse al termine di un anno e all’inizio di anno nuovo.

Noi oggi scriviamo e viviamo alla fine di un’epoca e agli albori di una nuova fase. Nessuna guerra mondiale è terminata, ma sta volgendo all’epilogo, speriamo, la pandemia più dura degli ultimi cento anni che ha devastato le nostre libertà più di quanto avrebbe fatto un conflitto armato. Mussolini annotò che “Un anno è finito. Un anno incomincia. Un’altra goccia è caduta a perdersi nell’oceano infinito del tempo che non passa perché siamo noi che passiamo”. Il suo 1919 è la nostra epoca precedente, il suo 1920 è la nostra storia futura incerta che ci aspetta. “E i cronisti in quest’ora che richiama echi sentimentali si affrettano a ricapitolare in tutte le manifestazioni salienti della vita individuale e collettiva l’anno che fu”: sembra che stesse descrivendo la lagnosità che riecheggia oggi dalle Alpi alla Sicilia, con cronisti, editorialisti e intellettuali intenti a scrivere il necrologio dell’Italia.

Quale normalità?

“La crisi economica è aggravata da una vera e propria crisi di nervi. Noi non ci facciamo illusioni. Non entriamo nel 1920 con la speranza che le cose ritorneranno nella normalità. Anzitutto: in quale normalità? Nuove e fiere lotte ci attendono poiché molti dei problemi che furono posti devono essere risolti o negati”. Un evento epocale come la guerra mondiale, e come oggi la pandemia, stravolge le vite e le certezze e le fondamenta cosicché ciò che chiamavano normalità appare adesso un ricordo sbiadito. La crisi economica fa capolino, mentre quella dei nervi già imperversa in ogni casa. La svolta può esser data dall’ottimismo, o, meglio, da quella che Mussolini definiva “la nostra incrollabile fede nell’avvenire del popolo italiano”. E questo popolo, oggi rappresentato da una pesante coperta politica polverosa e ingombrante, è composto “da mille forme d’attività che avviano un popolo alla grandezza. Accanto e al di sopra degli Abbo e dei Barberis (due parlamentari socialisti che oggi potrebbero essere rappresentati da burocrati alla Conte o alla Di Maio o alla Lagarde, ndr) ci sono degli uomini che si affaticano, che ricercano, che osano, che trafficano, che navigano, che producono”.

Il mare che circonda l’Italia

È l’Italia che dovrà osare, che dovrà gettare il cuore oltre l’ostacolo, e Mussolini lo afferma utilizzando un motto di Roma imperiale: «navigare necesse». “Che l’Italia di domani debba navigare va diventando verità acquisita alla coscienza italiana: non la croce vorremmo vedere sullo stemma nazionale ma un’ancora o una vela”. E sentite che bella l’immagine che Mussolini proietta, l’invito che Mussolini fa: “E’ assurdo non gettarsi sulle vie del mare il mare ci circonda da tre parti”. Siamo dunque condannati a veleggiare, che la vela sia intatta o momentaneamente stracciata. Si tratta di realismo e di coraggio, e di un pizzico di spavalderia.

La società è fatta di individui che l’ideologia dominante, sebbene minoritaria, vorrebbe appiattire sullo schema politically correct: ad oggi, difatti, è vietato parlare di virus cinese. Mussolini prende a calci questa retorica. “Non crediamo soprattutto alla felicità, alla salvazione, alla terra promessa. Non crediamo a una soluzione unica, a una soluzione lineare dei problemi della vita perché la vita non è lineare”. Andrebbe oggi ripetuto ai chiacchieroni delle soluzioni facili e calate dall’alto su sessanta milioni di individui, ai soloni del bene universale imposto a una miriade di soggetti che vorrebbero scegliersi autonomamente il proprio bene.

Da qui, non si può far altro che sottoscrivere: “Appoggeremo tutto ciò che esalta, amplifica l’individuo, gli dà maggiore libertà, maggiore benessere, maggiore latitudine di vita, combatteremo tutto ciò che deprime, mortifica l’individuo”. L’individuo siamo noi, ingabbiati da una retorica di regime per cui, dopo gli arresti domiciliari, ci aspettano le commissioni di vigilanza sul pensiero, e se non ti uniformi divieni un eretico. Opporsi a questa deriva è una missione. “Ma intanto «navigare necesse». Anche contro corrente. Anche contro il gregge. Anche se il naufragio attende i portatori solitari e orgogliosi della nostra eresia”. Italia, cent’anni dopo.

Lorenzo Zuppini

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