Roma, 9 gen – Uscito recentemente per i tipi di Leone Editore, Il tesoro di Equatoria è il nuovo lavoro di Vittorio Vetrano. Un appassionante romanzo d’avventura che ci porta in un’Africa esotica e meravigliosa, fatta di intrighi, amori, banditi e tesori perduti. Il presupposto è, però, che la storia del novecento sia andata diversamente da come la conosciamo: l’Italia è uscita vincitrice dalla Seconda Guerra Mondiale, che viene infatti chiamata Guerra Mediterranea. Un espediente per fantasticare di un presente alternativo e fuggire i mali dell’oggi. Ne discutiamo con il suo autore, che ringraziamo per la disponibilità e la cortesia.

Si potrebbe definire Il tesoro di Equatoria un romanzo d’altri tempi, sia per la sua vena ucronica sia perché riflette valori e stati d’animo che non sembrano appartenere più alla società di adesso. Se dovessi scegliere una etichetta per questo libro quale sarebbe?

Il romanzo Il tesoro di Equatoria è in tutto e per tutto anticonformista, tanto che potrebbe scandalizzare chi non è abituato ad allontanarsi dal pensiero unico mondiale e dalla storia così come la si racconta a scuola. Esso richiede anzitutto una “tabula rasa” di tutti i pregiudizi ideologici assorbiti nel tempo. Infatti il romanzo veicola e diffonde valori e concetti che oggidì in molti riconoscono a stento, per quanto essi discendano sostanzialmente dalla legge naturale inscritta nel cuore dell’uomo. Tra i valori fondamentali troviamo la fedeltà, l’onore, l’etica, la cortesia, la sensibilità, la giustizia (“unicuique suum”: “a ciascuno il suo”) e il rispetto autentico di sé e dell’altro. Tra i concetti più importanti segnaliamo in particolare quelli di comunità organica (in contrapposizione all’individualismo egoistico della società attuale) e di nazionalismo etico (applicazione alla politica del concetto sociale di rispetto autentico).

La scelta di ambientare il romanzo in un tempo in cui è l’Italia fascista ad aver vinto la Seconda Guerra Mondiale potrebbe sembrare una provocazione per qualcuno. Quali sono stati i motivi che ti hanno spinto verso questa scelta?

Il presente alternativo in cui si svolge il romanzo è il frutto di un’immaginaria Guerra Mediterranea sostitutiva della Seconda Guerra Mondiale, che ha visto inesorabilmente sconfitti tanti principî che il pensiero unico dominante attuale ritiene “dogmi assoluti”, in particolare quelli legati alla democrazia, al materialismo, all’edonismo, al libertarismo, al primato dell’economia sull’etica e sulla politica. L’obiettivo primo del romanzo è sostanzialmente veicolare un messaggio: l’attuale modo di vita non è affatto l’unico possibile, né il migliore, né il preferibile ed anzi presenta lati oscuri come mai si ebbero nella storia dell’umano consorzio. La storia avrebbe potuto prendere un’altra direzione e ciò significa che potrà prenderla in futuro: sostanzialmente il romanzo mostra la possibilità di un modo di vita diverso. Nel mondo alternativo del romanzo esistono invece imperi, nazioni, razze e popoli tra loro giustamente diversissimi, ma capaci di relazionarsi in modo positivo e costruttivo.

Viviamo in un’epoca che parla di “inclusione” ma realizza il “pensiero unico”. Al contrario, potremmo dire che la difesa della pluralità passa proprio da un nazionalismo autentico?

Uno dei messaggi fondamentali che voglio veicolare col romanzo è che non è vero che si rispetta l’altro annullando se stessi, viceversa è valorizzando se stessi che si impara ad apprezzare l’altro, in quanto diverso da sé. Nel romanzo ci sono personaggi di tante razze diverse e sono tutti orgogliosi della propria appartenenza etnica…e proprio per questo vanno tutti d’accordo. Per elaborare questo importante principio mi è stato utilissimo viaggiare per il mondo. Chiunque abbia viaggiato e si sia relazionato con razze e culture diverse sa benissimo che si va più d’accordo tra “nazionalisti” che tra “indifferentisti” o “autorazzisti”. Queste due ultime categorie, tipiche del decadente mondo occidentale odierno, sono solitamente disprezzate da tutte le culture. Peraltro la perniciosa ideologia “autorazzista” si basa proprio su un equivoco di base: si è fatto credere che per poter rispettare l’altro si debba annullare se stessi. Il romanzo afferma a chiare lettere che quest’affermazione è un falso assoluto. Il romanzo si fa così portatore di un nuovo nazionalismo, che io chiamo “nazionalismo etico”: un nazionalismo che non aggredisce gli altri, ma glorificando se stesso è in grado di glorificare anche gli altri. Esso non è altro che l’applicazione alla politica del concetto sociale di rispetto autentico. L’Impero Italiano presentato nel romanzo fa esattamente questo: glorificando la stirpe Italiana, glorifica tutte le innumerevoli genti che ne fanno parte.

Questa posizione si ripercuote anche sul tema del colonialismo, non a caso il romanzo è ambientato in Africa. Qual è la tua posizione su questo argomento?

Un aspetto essenziale del romanzo è la rivalutazione del colonialismo Italiano e più in generale del concetto di colonialismo. Nel presente alternativo raccontato non è infatti esistita la decolonizzazione forzata orchestrata da Stati Uniti e Unione Sovietica, paesi che hanno imposto il pessimo sistema postcoloniale, ben noto a chi, come il sottoscritto, ha girato nel terzo mondo, che si costituisce essenzialmente di un dominio incontrastato di multinazionali economiche e politiche, assolutamente apolidi e delocalizzate. Questo sistema, sempre più prepotente poiché sempre più globalizzato e slegato da entità statali, non ha fatto altro che impoverire e devastare paesi che godevano, al tempo degli imperi coloniali, di ben maggiore benessere: ciò è oggettivamente verificabile, dati statistici alla mano, ed è volutamente nascosto e mistificato dalla storiografia attuale di regime. Il romanzo si svolge prevalentemente in Africa e mostra in particolare lo sviluppo del colonialismo di impronta latina, basato su principî opposti a quelli del postcolonialismo liberalcapitalista e comunista. Per la descrizione di ciò, ho potuto avvalermi delle mie esperienze dirette in quel continente.

La difesa della propria identità passa anche dalla lingua, hai adoperato qualche attenzione particolare per lo stile?

Uno degli obiettivi che mi sono prefisso nella scrittura di questo romanzo è senz’altro il recupero e la valorizzazione della ricchezza, dell’eleganza e della varietà della nostra lingua nazionale. Sono ormai decenni che l’Italiano è attaccato su più fronti e sembra oggidì giacere inerme innanzi all’anglicizzazione globalista. Ho volutamente evitato il più possibile termini estranei alla lingua. Sono inoltre proposti neologismi (ad esempio “radiofonino”), prevedendo una diversa evoluzione della lingua in linea col contesto fantastorico alternativo: infatti valorizzazione della lingua non significa staticità, bensì sviluppo armonioso. Peraltro quasi tutte le lingue riescono ad attuare tale sviluppo: tanto per fare un esempio, in cinese ogni volta che è necessario introdurre un termine nuovo, si combinano i caratteri a disposizione. Quando si introdussero i telefoni, i cinesi presero i due caratteri 电 (diàn, corrente elettrica) e 话 (huà, parola) ed ecco inventato 电 话 = parola elettrica = telefono. Utilizzare invece un termine straniero tal quale non è evoluzione: è come una dichiarazione di impotenza della lingua stessa, di incapacità di relazionarsi col mondo moderno. Perché l’Italiano, una lingua dotata di una storia e di una complessità straordinaria, non dovrebbe esserne capace?

Nel tuo libro c’è una spensieratezza che fa pensare ai grandi romanzi d’avventura d’altri tempi. Uno spirito però che oggi sembra quanto mai inattuale, che valore ha per te questo richiamo?

Il romanzo sviluppa la tematica dell’avventura in modo decisamente controcorrente, in un senso spontaneo, genuino e ottimistico, che richiama in qualche modo i sani libri per ragazzi degli autori classici. Infatti la letteratura contemporanea, avvelenata da tanti controvalori, fatica a ritrovare quella spontaneità, quello stupore e quel gusto nello scrivere d’avventura che sono tipici dei popoli giovani e intraprendenti. A ciò si ricollega l’impostazione filosofica sostanzialmente ottimistica che caratterizza il romanzo. Oggi viviamo in un mondo che spesso sguazza nel fango e nel brutto, dove il giornalismo e la gente si entusiasmano morbosamente per le cose che vanno male, trascurando le cose che vanno bene. Veniamo da decenni in cui scrittori, produttori cinematografici e televisivi si sono divertiti a rovesciare le regole del gioco, scagliandosi contro gli “scontati lieti fini” e i “protagonisti buoni”, presentando modelli costantemente negativi e contribuendo così in modo rilevante alla decadenza sociale. Nel romanzo tutto ciò è spazzato via d’un soffio: il buono, il bello, il giusto appaiono come reinsediati sul loro legittimo trono. Si dirà che la cosa è utopistica. Ebbene perché no? Di fronte ad una realtà ostile, è giusto che il romanzo sia anche utopia, un’utopia a cui la realtà può e deve iniziare a tendere, fino a giungervi, magari, asintoticamente.

Michele Iozzino

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