Roma, 31 dic – Anno 1992. Il muro di Berlino era caduto da tre anni e all’Unione Sovietica, madrepatria del comunismo di tipo classico, era appena toccata la stessa sorte. L’Occidente, rappresentato dagli Stati Uniti e dai suoi alleati, sembrava non avere più nulla da temere: la guerra fredda era finita e la minaccia rossa non spaventava più nessuno. Come in ogni favola a lieto fine, i “buoni” avevano sopraffatto i “cattivi” e la storia poteva, a quel punto, dirsi conclusa. Ecco che, in quegli anni, iniziava a farsi strada una nuova idea, tradottasi accademicamente nella teoria della “fine della storia”.

Quando fu deciso che la storia era finita

Uno dei suoi maggiori esponenti va riconosciuto in Francis Fukuyama, il politologo statunitense che proprio nel ‘92 pubblicava il noto saggio dal titolo The End of the History and the last man. Stando alla suddetta teoria, il processo di evoluzione politica, economica e sociale dell’umanità avrebbe raggiunto il suo culmine a partire dalla fine del secolo XX, dando così il via a una fase finale di compimento della storia in quanto tale. Fukuyama non fece altro che dar voce a un sentimento condiviso da accademici di più specializzazioni (esemplare, in tal senso, è l’opera dello storico Eric J. Hobsbawm dal titolo Il secolo breve – 1914/1991).

Tale sentimento pare, da allora, essersi impossessato della cultura di massa occidentale perché trasformatosi, ben presto, in chiave unica di lettura della storia tutta, in particolare di quella storia insegnata alla scuola pubblica: basti vedere, da una parte, la cura riservata nei testi scolastici a ciò che è successo fino al 1945 e, dall’altra, le poche pagine dedicate al periodo post-bellico e le poche righe, addirittura, dedicate agli ultimi trent’anni: un accenno alla guerra del golfo, qualcosa sulle torri gemelle, due parole sulle guerre in Afghanistan e in Iraq. Si ha la sensazione, a giudicare da codeste letture, che dal ‘90 a oggi, tutto sommato, non sia successo niente di eccezionale, ragione per cui gli occidentali si sono illusi di vivere in una sorta di epoca a-storica, oltre la storia, in un tempo non-tempo che tiene al riparo dai grandi eventi. In altre parole, si è diffusa l’idea che sia possibile osservare il mondo circostante da uno schermo, comodamente seduti su un divano e con una birra fresca in mano. Questo comune sentire, accompagnato da un esteso benessere materiale, ha portato con sé un universale disinteressamento verso la “storia viva” proprio perché percepita come fuori dalla nostra realtà, lontana dai confini di questo “altrove occidentale”.

Le teorie della sinistra progressista

La generale fiducia nei confronti dei politici, dettata soprattutto dalla martellante narrazione anti-fascista (onnipresente dal secondo dopoguerra) secondo la quale “i tiranni senza scrupoli abitano solo i nostri peggiori ricordi e non potranno mai più esistere”, ha fatto breccia nei cuori e nell’anima dei più e ha contribuito, anch’essa, a formare intere generazioni di irrimediabili creduloni convinti che non ci sia da temere più alcun male, perché il vero male risiede in un passato ormai morto e sepolto. La teoria della fine della storia, naturalmente illusoria, è andata diffondendosi di pari passo con le teorie della neo-sinistra o sinistra progressista: quest’ultima, proprio a partire dagli anni Novanta, si è spogliata dei vecchi abiti rossi, unti e proletari, li ha seppelliti sotto le macerie ancora fumanti del famigerato muro e si è rimessa a nuovo in vista di un futuro post-storico, dell’uomo che dovrà essere. Così come fa il serpente quando fa la muta, anche la sinistra ha svecchiato la sua immagine, l’ha tinta d’arcobaleno e l’ha imborghesita – pur rimanendo, in cuor suo, fedele a se stessa. Un cambio di stile per un target diverso. D’altronde, i proletari da difendere non esistevano più e la lisa ideologia vetero-comunista aveva perso la sua ragion d’essere: (quel)la storia era finita.

La storia non è finita

“Fine della storia” e “progressismo” – che possono rispettivamente tradursi in “definitivo taglio col passato” e “futuro perlopiù sognato” – hanno in comune la negazione del presente e il disprezzo per chi lo popola. Inutile dire che, come addormentati, ci si è lasciati trascinare per troppo tempo lungo il farsi di una corrente incerta, caotica e silenziosa, che ci scuote ora tra le rapide di un fiume il cui percorso si confonde nel grigiore indistinto dei suoi stessi vapori. Un certo Occidente, un po’ stordito, pare essersi svegliato di malumore a marzo 2020, dopo un lungo sonno paralizzante. Il merito non è del principe azzurro, come ben noto. Quel che è sicuro, è che la storia non è finita. Ancor più sicuro, è che il progressismo non ci salverà: la Historia Salutis è un’altra. È tempo, allora, di porsi delle domande coraggiose, di scegliere una direzione, coi piedi per terra e con lo sguardo di Giano.

Melania Acerbi

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