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Roma, 5 set – La piccola caserma di Selva dei Molini, in cui erano di stanza quattro carabinieri: tre militari e un brigadiere comandante, era situata a un paio di chilometri dal centro del paese ed era collocata all’interno di un vetusto edificio del quale occupava il primo piano. Per accedervi bisognava salire una rampa di scale esterne che finivano su di un ballatoio, sul quale si affacciava la porta d’ingresso. Il resto dello stabile era abitato dalla famiglia del proprietario, composta da ben sedici persone.

Il carabiniere Vittorio Tiralongo

Vittorio Tiralongo nacque a Noto, in provincia di Siracusa, l’8 ottobre del 1940 e si arruolò nell’Arma nel 1961. Dopo aver prestato servizio in vari reparti della Toscana, fu trasferito a Trento e poi a Cavalese. Arrivò in Alto Adige nel 1964, appena un paio di mesi prima del suo omicidio.

La sera del 3 settembre 1964, subito dopo cena, il brigadiere Giuseppe Carpinelli e il carabiniere Filippo Sottimano uscirono per recarsi in paese. Nell’alloggiamento rimasero Francesco Paglianiti e Vittorio Tiralongo, che quel giorno non si sentiva troppo bene. Per tale motivo pregò il collega di andargli a prendere qualcosa di forte al bar del villaggio.

L’agguato mortale

Intorno alle 21, qualche minuto dopo essere rimasto solo, uscì per prendere una boccata d’aria fresca e si fermò sul ballatoio che era illuminato dalla luce di una lampada posta sopra la porta. Nello stesso momento, l’assassino, appostato dietro la finestra di un vecchio maso disabitato situato di fronte alla caserma, stava prendendo la mira pronto per colpire il carabiniere che, rischiarato dal bagliore della lanterna, si era trasformato in un ottimo bersaglio. Il bandito premette il grilletto della sua carabina Mauser calibro 7,62 e colpì in pieno petto Vittorio Tiralongo che, stramazzato a terra, morì quasi subito, senza lanciare un grido, senza emettere un lamento . Il militare fu ucciso da una pallottola calibro 7,62 × 51 mm Nato (308 Winchester). La secca detonazione fu udita distintamente in tutta la vallata. Soprattutto nell’appartamento del fabbricato che ospitava la caserma e in un maso che si trovava accanto alla casa abbandonata, da cui fu sparato il colpo mortale. Nessuno, però, si affacciò a una finestra, nessuno uscì per guardare. Forse, intervenendo in tempo, il giovane si sarebbe potuto salvare. Vittorio Tiralongo morì solo in quel borgo sperduto dove aveva intenzione di stabilirsi con la figlia Dina di appena un anno e la fidanzata Franca, che avrebbe sposato non appena la ragazza avesse raggiunto l’età consentita per il matrimonio.

A scoprire il cadavere fu, intorno alle 22.30, Filippo Sottimano appena rientrato in caserma. Poco dopo, fu raggiunto dal brigadiere Carpinelli e più tardi da Francesco Paglianiti che stringeva in mano una bottiglietta di grappa acquistata proprio per il commilitone.

Un assassinio senza colpevoli

Immediatamente affluirono in Valle dei Molini oltre 500 uomini, tra Carabinieri e Guardie di Pubblica sicurezza, che iniziarono a rastrellare la zona alla ricerca dei responsabili. Decine di abitazioni furono perquisite e circa 300 persone furono fermate e sistemate alla bell’e meglio presso l’albergo “Lepre” di Molini di Tures, in attesa d’essere interrogate.

Nel corso del sopralluogo effettuato nella casa abbandonata nella quale si era appostato il terrorista, gli inquirenti scoprirono che il bandito aveva forzato la porta d’ingresso con un pezzo di ferro poi ritrovato sugli scalini della gradinata esterna. Inoltre, il malvivente, probabilmente, si era ferito ad una mano mentre armeggiava intorno alla serratura, poiché fu rinvenuto un fazzoletto sporco di sangue. I primi a essere sospettati del vile omicidio furono i “quattro bravi ragazzi della Valle Aurina”, però per questo delitto non fu mai condannato né processato nessuno.

Eriprando della Torre di Valsassina

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