Per continuare lo «scavo» genealogico delle origini politico-culturali degli Stati Uniti, esamino in quest’occasione due testi. Il primo, The Ideological Origins of the American Revolution (The Belknap Press of Harvard University Press), di Bernard Bailyn, è un classico della storiografia americana. Uscita per la prima volta nel lontano 1967, l’opera si è andata via via arricchendo di nuovi contenuti fino all’ultima edizione (da cui cito), pubblicata nel 2017, appena tre anni prima della morte dell’autore.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di settembre 2022

Complottisti illuminati

Partendo da quella che, nella prefazione all’ultima edizione, Bailyn chiama «l’ossessione degli americani per il potere», visto nella sua essenza e nelle sue manifestazioni come «un’entità autonoma, una forza oscura, indipendente, primordiale, pervasiva e maligna» (pp. VIII-IX), alla quale va opposta la libertà, lo storico americano ha individuato la principale chiave di lettura del conflitto dal quale nacquero gli Stati Uniti come una lotta proprio tra potere e libertà, una lotta spesso interpretata addirittura come una «cospirazione del potere contro la libertà» (p. 95), che è poi all’origine di una delle più note tradizioni politiche americane, quella cospirazionista, e che si spiega, appunto sin dai tempi della guerra per l’indipendenza, con «la convinzione da parte dei leader rivoluzionari che stessero affrontando una deliberata cospirazione per distruggere l’equilibrio costituzionale e per eliminare la loro libertà», convinzione a sua volta poggiante su «radici profonde e diffuse» e «immerse nella cultura politica anglo-americana» (p. 144).

Ma quel che più importa del testo di Bailyn, ai fini della ricostruzione genealogica che qui interessa, è il secondo capitolo dedicato al retroterra politico-culturale della generazione protagonista della guerra contro l’Inghilterra, e che viene ricavato soprattutto dallo studio dei pamphlet, considerati come la più caratteristica e importante letteratura polemico-militante di quel periodo. Innanzitutto Bailyn ricorda l’onnipervasività dell’eredità classica nella cultura dell’America coloniale, presente in ogni livello d’istruzione, dalle grammar schools al college, passando per i precettori privati e le letture autonome, così da creare una familiarità profonda col mondo greco-romano (pp. 23-24). Nondimeno i classici, pur presenti ovunque nella letteratura «rivoluzionaria», non rappresenterebbero, a parere di Bailyn, il vero riferimento ideologico della lotta contro l’Inghilterra, che andrebbe piuttosto rintracciato in altri filoni culturali, come ad esempio quello dell’Illuminismo, con autori come Locke, per i diritti naturali e il contrattualismo, Montesquieu, per l’equilibrio dei poteri, Voltaire, per la critica al potere ecclesiastico, Beccaria, per la riforma del diritto penale, Burlamaqui e Vattel, per il «diritto delle genti» (pp. 26-27). Anche se, in definitiva, con l’eccezione cruciale di Locke, il pensiero illuministico non occuperebbe comunque un ruolo «né chiaramente dominante né del tutto determinante» (p. 30).

Puritani per la repubblica

Ecco perché, accanto all’eredità dell’Illuminismo, Bailyn individua almeno tre ulteriori tradizioni, altrettanto se non ancor più significative, per comprendere il ricco e complesso mondo culturale delle colonie nordamericane. Innanzitutto, e la cosa non sorprende affatto, c’è la tradizione puritana, con particolare attenzione rivolta alla covenant theology (p. 32), ossia alla «teologia del patto», con le sue fondamentali implicazioni socio-politiche. Altra influenza decisiva è quella esercitata dalla English common law (p. 30), e dai suoi massimi studiosi, come Coke, Bracton e Fortescue. Ragion per cui, secondo Bailyn, proprio il diritto consuetudinario inglese avrebbe contribuito in maniera davvero rilevante alla consapevolezza giuridica della generazione della guerra d’indipendenza (p. 31).

Eppure, la tradizione che avrebbe avuto il peso probabilmente maggiore è, sempre per Bailyn, quella repubblicana. Qui i riferimenti, tutti relativi all’Inghilterra del Sei-Settecento, vanno dal Milton autore di trattati radicali sulla politica, a Harrington, Neville e specialmente ad Algernon Sidney, il cui Discorso concernente il governo sarebbe diventato il «libro di testo della rivoluzione» in America (p. 35), insieme a un’altra opera essenziale del pensiero repubblicano e radicale, quale le Catos’s Letters di John Trenchard e Thomas Gordon (p. 35), a cui giustamente Bailyn accosta, per i toni di denuncia di una possibile deriva autocratica e della corruzione imperante nell’Inghilterra dell’epoca, la rivista The Craftsman, organo dell’opposizione «country» al governo Walpole, il cui principale animatore era il tory Henry St. John, visconte di Bolingbroke (p. 39).

Stati Uniti a lezione dai Greci

Ad insistere, invece, sul peso preponderante avuto dalla tradizione classica nella formazione politica dei cosiddetti padri fondatori degli Stati Uniti (i vari Jefferson, Adams, Franklin, Madison, Washington, Hamilton, Henry, ecc.) è il libro di Carl J. Richard, Greeks and Romans Bearing Gifts: How the Ancients Inspired the Founding Fathers (Rowman & Littlefield, 2009). Rispetto a Bailyn, che in fondo derubricava il lascito dell’antichità a un suo utilizzo superficiale e convenzionale, frutto principalmente dell’educazione ricevuta, Richard ritiene che l’insegnamento dei classici abbia davvero inciso in profondità nei dibattiti, nei problemi affrontati e nelle soluzioni adottate dai padri fondatori, e senza contare il fatto essenziale, trascurato da Bailyn, che lo…

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