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Oscar 1973: il gran rifiuto di Marlon Brando in difesa degli indiani

by Simone Pellico
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PadrinoRoma, 28 mar – La quarantacinquesima notte degli Oscar si tiene il 27 marzo del 1973, naturalmente a Los Angeles, California. La tavola apparecchiata al Dorothy Chandler Pavilion vede due ospiti d’onore che aspettano gli Oscar per cannibalizzarli: Cabaret di Bob Fosse e The Godfather (Il Padrino) di Francis Ford Coppola, una ventina di nominations in due. Fanno fuori tutte le portate principali, fra cui quelle di miglior attore e di miglior attrice, aggiudicate a Marlon Brando e Liza Minnelli.

Marlon Brando è al secondo Oscar. Il primo, per On the Waterfront (Fronte del porto), è di quasi vent’anni prima. Nel mezzo l’ascesa e il declino che si confanno ai veri divi. Dalla palude degli anni Sessanta esce definitivamente proprio con il film di Coppola, che rischia quasi il posto per imporre Brando; il quale a sua volta, a produzione avviata, dovrà difendere il regista da una cospirazione interna, vinta a suon di licenziamenti. Produzione e pellicola si riflettono quindi una nell’altra, all’insegna del regolamento di conti. Non si fa una frittata senza rompere qualche uovo, né si può fare uno dei film più importanti di sempre senza tagliare qualche testa. A maggior ragione un film sulla mafia, anche se la parola non viene mai pronunciata dagli attori, si dice su pressione della famiglia Colombo, gente che le ammazzatine non le faceva con gli abiti di scena.

Marlon Brando è quindi il padrino, Don Vito Corleone, il capostipite. Per interpretarlo si invecchia, si camuffa, s’infila del cotone in bocca per assumere un’espressione da mastino di periferia. Il personaggio che crea diventa un’icona, uno standard, anche una lente deformata attraverso cui verranno visti gli italoamericani da quel momento in poi.

Insieme alla nomination per l’immortalità gli arriva pure quella per l’Oscar, ma sarà il primo caso in cui la statuetta se la porta a casa il presentatore. La notte del 27 marzo 1973 a salmodiare il the winner is per Brando ci sono Roger Moore e Liv Ulmann. Lui con lo smoking di 007 ancora addosso, lei impigliata in una tenda verde. Quando chiamano Don Vito, al suo posto si alza una donna vestita da nativa americana, che arriva al podio sotto lo sguardo di milioni di spettatori. I presentatori escono di scena come in un carillon e la giovane inizia a parlare: “Rappresento Marlon Brando, che mi ha incaricato di dirvi che non può accettare questo generoso premio a causa del trattamento oggi riservato agli indiani d’America nell’industria del cinema”.

oscar1973Il discorso sarebbe molto più lungo, quindici pagine scritte da Brando per spiegare il suo grande rifiuto, dove l’attore delinea il gioco delle tre carte fatto dai conquistatori al popolo nativo: “Per 200 anni abbiamo detto al popolo indiano, che si batteva per la propria terra, la propria vita, le proprie famiglie e il proprio diritto di essere liberi: ‘Deponete le armi, amici, e potremo vivere insieme’. Quando hanno deposto le armi, li abbiamo uccisi. Abbiamo mentito loro. Li abbiamo truffati delle loro terre. Li abbiamo costretti a firmare accordi fraudolenti, che abbiamo chiamato ‘i trattati’, che non abbiamo mai mantenuto. Li abbiamo trasformati in mendicanti in un continente che ha dato loro la vita”.

I trattati, gli accordi, sono quindi truccati. Servono solo a dare una parvenza legale alla legge del più forte. Continuando nella lunga lettera Brando arriva al punto in cui inchioda gli Studios: i film western, dove gli indiani vengono raffigurati come bestie, dove il vinto viene condannato al ruolo del mostro della favola, mentre il vincitore ha rubato l’abito da principe azzurro. Così il furto subito dai nativi diventa ancora più grottesco, la truffa viene mitizzata da Hollywood, condannando le generazioni future a vivere e soffrire nella menzogna: “Quando i bambini indiani guardano la televisione, e guardano i film, e quando vedono la loro razza raffigurata come è nei film, le loro menti si feriscono in modi che non possiamo immaginare”.

Marlon Brando rifiuta così il premio Oscar, segnando la fine delle deleghe di ritiro non previamente filtrate, aggiungendo mito al mito del Padrino e un altro contro-capitolo alla lunga storia fatta dai vincitori. Tutto questo probamente non arrivò a Roger Moore, che se ne uscì con la statuetta in mano, prendendosi i complimenti dei fan appostati fuori che pensavano avesse vinto lui.

Simone Pellico

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Oscar 1973: il gran rifiuto di Marlon Brando in difesa degli indiani | Informare per Resistere 30 Marzo 2015 - 2:19

[…] Fonte: Il Primato Nazionale […]

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abiti cerimonia 2015 17 Giugno 2015 - 4:15

Hop, preferiti, cercherò una volta con i miei genitori! Qui è stato uova sode questo pomeriggio 🙂

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