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Quell’ossessione per il colore della pelle che tradisce il razzismo della sinistra

by Valerio Benedetti
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razzismo sinistra

Roma, 7 giu – Che cos’è il razzismo? Sembra scontato, ma non lo è affatto. Come definizione minimale, si potrebbe definire come la discriminazione di qualcuno in base al solo colore della pelle. In pratica, si assume il colore della pelle come tratto decisivo nel valutare una persona. Non importa quel che uno fa, dice e pensa. Quello che veramente interessa è, appunto, il livello cromatico della sua epidermide. Proprio perché – suppone il razzista – quel dato è di per sé sufficiente per valutare un individuo e il suo posto nella società. Definito così il razzismo, è chiaro che la sinistra sostiene un’ideologia in tutto e per tutto razzista.

Da Daisy a Seid, passando per Willy

Nel registrare il razzismo di una sinistra che si vorrebbe «antirazzista», basta prendere tre casi di cronaca più o meno recenti. Nell’estate del 2018, tutta la stampa mainstream ha parlato per giorni dell’atleta Daisy Osakue, di origini nigeriane, che si era beccata un uovo in faccia. Prima ancora che partissero le indagini, la sinistra intellettuale aveva già deciso come stavano le cose: è un obbrobrioso caso di razzismo. Peccato solo che poi si venne a scoprire che, tra gli autori della bravata, c’era anche il figlio di un consigliere del Partito democratico: in pratica, un gruppo di ventenni annoiati si era messo a tirar uova a chiunque capitasse a tiro (anche bianchi), per pura «goliardia». Di razzismo, insomma, non c’era alcuna traccia. Invece di chiedere scusa per la diffusione di una bufala e di un allarmismo infondato, Mentana e gazzettieri vari si misero a fischiettare, facendo finta di nulla.

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Stesso discorso per quanto riguarda Willy Monteiro, un povero ventenne di origini capoverdiane ucciso in una rissa a Colleferro. Per giorni e giorni, ovviamente, la solita stampa allineata parlò di un omicidio razzista. Per l’occasione, si scomodarono l’ineffabile Rula Jebreal e addirittura Sua Amenità Chiara Ferragni, che si mise a cianciare di «cultura fascista», pur non sapendo nulla né di fascismo né tantomeno di cultura. L’epilogo della vicenda? Ovviamente, il razzismo non c’entrava nulla, e furono gli stessi genitori di Willy a chiedere alla stampa di smetterla con questa vergognosa strumentalizzazione. Tale dinamica, del resto, è la stessa che ha caratterizzato il recente caso di Seid Visin: i media di sinistra parlano di suicidio scaturito da episodi di razzismo, ma poi – incredibilmente – si scopre che il razzismo non c’entra una mazza.

Il razzismo ipocrita della sinistra

Ora, che cos’hanno in comune queste tre storie? Semplice: le vittime sono state subito elevate a martiri sulla sola base del colore della loro pelle. Punto. Se sei nero, sei a prescindere vittima di una qualche forma di razzismo; se sei bianco, ci sono ottime probabilità che tu sia il carnefice, o comunque il complice di un presunto clima xenofobo. Questa mentalità della sinistra, per cui un uomo viene giudicato in base non alle sue azioni ma al colore della pelle, ha un nome preciso: si chiama razzismo. Né più né meno.

Valerio Benedetti

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