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Roma, 26 mar – Pubblichiamo un estratto del libro di Francesca Totolo “Coronavirus, tutto ciò che non torna sull’epidemia che ha scosso il mondo” edito da Altaforte Edizioni e già disponibile online
Un’analisi di Altroconsumo Finanza, pubblicata il 6 marzo 2020, ha recentemente chiarito la discussa questione sui Pandemic bond: per l’Organizzazione mondiale della sanità il coronavirus è diventata ufficialmente una “pandemia” solo l’11 marzo. Non è solo questione di parole, ma anche di quattrini: di mezzo c’è il rimborso dei Pandemic bond. Cosa sono? Chi ci guadagna?

Il ruolo della Banca mondiale

L’intenzione dell’Oms poteva essere potenzialmente nobile, ma non immune dalle solite strumentalizzazioni dei potenti speculatori globalisti. Quando scoppia una pandemia, il costo necessario per fare fronte all’emergenza (ospedali, medicinali, personale medico sanitario, strumenti di protezione, etc) può rilevarsi troppo ingente e difficilmente compatibile con i bilanci delle economie nazionali, soprattutto per i Paesi in via di sviluppo. Pertanto, si è reso spesso necessario l’intervento della Banca mondiale per sostenere economicamente i Paesi più indigenti. Per evitare un esborso troppo elevato dalle proprie casse, come successe a causa dell’Ebola nel 2014 e nel 2016, la World Bank ha creato un nuovo meccanismo.
Nel 2017 la Banca mondiale ha emesso due bond, per un totale di 320 milioni di dollari, con scadenza 15 luglio 2020. Questi titoli pagano lauti cedoloni, ma in contropartita hanno delle condizioni: se prima della scadenza di metà 2020 scoppiano delle pandemie, i detentori dei bond (banche e gestori) si vedranno rimborsare solo una parte del capitale, o nemmeno quella. In parole povere, i detentori dei Pandemic bond hanno quindi scommesso sulla salute globale. Il primo Pandemic bond (Isin XS1641101172), del valore di 225 milioni di dollari, è legato solo alle pandemie di influenza o coronavirus, e per far scattare il taglio del rimborso serve, tra le altre cose, che ci
siano almeno 2.500 vittime in un Paese (più almeno venti in un altro). Il secondo bond (Isin XS1641101503), del valore di 95 milioni di euro, è legato a una gamma più ampia di casistiche (comprendenti anche l’Ebola) e il taglio ai rimborsi (almeno di una parte) scatta già quando le vittime accertate sono duecentocinquanta.
Il primo bond, meno «rischioso» per chi ci investe, paga un tasso pari all’US Libor + 6,5%. Il secondo paga interessi pari all’US Libor + 11,1%. Ai tassi attuali del Libor, significa rispettivamente il 7,5% e il 12,1%. In caso di pandemia, la World Bank preleverà i fondi avuti in prestito dai bondisti e li metterà direttamente nel Pandemic Emergency Financing Facility (Pef), ovvero il fondo destinato a finanziare la lotta alle
pandemie, evitando così di dover ricorrere a lunghi e complicati negoziati con i Paesi ricchi. Prima dell’istituzione dei Pandemic bond, il Pef della Banca mondiale era alimentato solo dai contributi di Paesi più ricchi e da organismi sovranazionali, come l’Organizzazione mondiale
della sanità.

Dovevano essere una assicurazione, sono diventati speculazione

In altre parole, i Pandemic bond dovevano essere una specie di «assicurazione» stipulata dalla World Bank. Ogni anno la Banca mondiale paga il costo della polizza (gli interessi sui bond); in cambio, se scoppia un’emergenza, a pagarne il costo non sarà più lei, ma
il «ricco» settore finanziario che ha in mano i titoli. Peccato che, come spesso accade, il diavolo stia nei dettagli. Nel caso dei Pandemic bond, come scrive Altroconsumo Finanza: “I dettagli sono le clausole che fanno scattare il «diritto» della Banca mondiale a non restituire il capitale ai detentori delle obbligazioni. Il primo passo, certo, è l’attestazione della pandemia: per questo, come ti abbiamo detto, non è una mera questione di parole. Ma non basta: se, e quanto, il capitale sarà tagliato, dipende poi da una lunga serie di fattori tra cui, per esempio, il tipo di virus (per il coronavirus ci sono percentuali di rimborso diverse dai casi di filovirus come l’Ebola, o dai casi di febbre di Lassa, e così via). E ancora: il tasso di crescita dei contagi, il numero di Paesi coinvolti, la distribuzione delle vittime nei diversi Paesi… insomma clausole a dir poco bizantine, tanto che ci vuole un apposito ente a certificarle (Air Worldwide Corporation). Morale, fino a oggi banche e gestori hanno tranquillamente incassato i loro cedoloni senza rinunciare a nemmeno un cent del capitale. Ad esempio, nel 2018 una nuova emergenza causata dall’Ebola ha generato più di 2.000 vittime nella Repubblica democratica del Congo, ma siccome non ci sono state almeno venti vittime in un secondo Paese, i detentori
dei Pandemic bond non hanno subito alcuna perdita di capitale: «Certo al Paese africano sono comunque arrivati degli aiuti dal Pef, ma fa impressione pensare che quanto ha ricevuto è meno degli interessi incassati dalle banche sui bond».
Francesca Totolo

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