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Roma, 18 lug – In ogni Stato, nazione, popolo, cultura, esiste una pluralità di memorie, spesso in lotta tra loro, specie se i processi genealogici che hanno dato vita a questi ‘complessi’ storici sono stati particolarmente travagliati e conflittuali. Per cui, pur in presenza, solitamente, di una memoria egemone, non è difficile accorgersi della presenza di altre memorie, minoritarie, carsiche, a volte ostracizzate, e così via. Quello che sta accadendo oggi col Black lives matter è l’ennesimo episodio di questa lotta tra memorie.

Le “memorie” secondo Giorgio Locchi

Proprio l’attuale contesto può rappresentare un’ottima occasione per riscrivere il passato, ma ovviamente in senso completamente differente da quello auspicato dai manifestanti del Black lives matter. Per far questo è però innanzitutto necessario richiamare, seppur in maniera assai schematica, la lezione di quello che resta il più potente e originale studioso dell’ambiente non-conformista europeo del secondo dopoguerra, vale a dire Giorgio Locchi.

Secondo Locchi, il passato non è affatto un mero reperto museale, non è un che di irrimediabilmente trascorso, non giace inerte, per sempre consegnato al già-stato. Tutt’al contrario, il passato è qualcosa di vitale, che di conseguenza può essere in ogni momento trasformato, riattualizzato, fatto nuovamente iniziare. Il passato è ‘materia’ ribollente, è magma pronto a ‘esplodere’, è un’enorme ‘riserva’ cui attingere e non un deposito di cose morte. Questo significa, inoltre, che al passato non si deve tributare alcun culto ‘necrofilo’, né bisogna piegarlo a letture nostalgiche che già in quanto tali ne certificano, se ne sia consapevoli o meno, l’irreparabile esser-stato.

Rivolgere la memoria a proprio favore

Ecco perché, facendo propria la lezione locchiana, ma anche recuperando sull’argomento quel che diceva Carl Schmitt, bisogna, alla lettera, precipitarsi nella lotta ‘memoriale’ scatenata in questi giorni, per volgerla a proprio favore.

Un solo esempio, al riguardo: ritornare sul passato coloniale europeo per liberarlo dai pregiudizi ideologici da cui è gravato dal secondo dopoguerra, in modo da riscriverne la storia da cima a fondo, così da riscattarlo dalle solite condanne aprioristiche e sottrarlo dalla morsa dell’angelismo storico, che vede gli europei inevitabilmente oppressori e sfruttatori e tutti gli altri immancabilmente vittime. Insomma, combattere per nuove genealogie, scardinare vecchi e incrostati luoghi comuni, dire addio a stolide contraddizioni (essere per l’Europa, rinnegandone, al contempo, il passato che l’ha resa grande), in una parola, ritrovare un passato per poter avere un diverso futuro.

Giovanni Damiano

2 Commenti

  1. Viviamo in un’epoca in cui gli occidentali sono fortemente condizionati da un frustrante senso di colpa per la ricchezza di cui dispongono. Vivono il benessere come qualcosa di impunemente sottratto a qualcun altro. Dimenticano, in realtà, che se hanno strade e infrastrutture, ospedali, comodità e diritti civili, è perché chi ha preceduto le nostre ultime generazioni, si è spaccato la schiena, ha combattuto ed è anche morto per lasciarci ciò che abbiamo. Questa eredità va protetta perché non ė frutto di un privilegio, ma nasce dal duro lavoro e dal sacrificio dei nostri nonni e padri. Tutto il nostro retaggio merita rispetto.

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