Firenze, 9 lug – In questo torrido luglio, arriva in libreria il Piccolo manuale di guerriglia urbana, vergato da Carlos Marighella nell’ormai lontano 1969. Un testo forte, essenziale, deciso, che per decenni ha rappresentato un cult della strategia militare sulla guerra asimmetrica, influenzando l’azione dei “gruppi di fuoco” e delle formazioni paramilitari di mezzo mondo, dalle Brigate Rosse all’ETA e dall’IRA alla RAF. Questo breviario – distribuito ai rivoluzionari comunisti brasiliani che si opponevano al regime militare vicino agli interessi di Washington – rappresenta un viaggio nella pratica rivoluzionaria e strategica del Novecento: dal reperimento delle armi alle tecniche di sabotaggio e dagli attacchi mirati al controllo del territorio, passando per il soccorso dei feriti, l’affinamento della propaganda, l’appoggio popolare e l’addestramento delle reclute. Un contributo storico – dunque – pubblicato da Passaggio al Bosco Edizioni, di cui riportiamo – per gentile concessione – la Premessa a questa nuova Edizione.

Piccolo manuale di guerriglia urbana, la premessa

Perché una casa editrice identitaria dovrebbe ripubblicare il “Manuale di guerriglia urbana” di Carlos Marighella? Per più motivi, indubbiamente. In primis, perché il compito di un progetto culturale è quello di indagare, di studiare, di approfondire, di riflettere e di fornire – ai propri lettori – tutto il materiale necessario per fare altrettanto. In secondo luogo, perché una pubblicazione – è bene ricordarlo, in un momento storico che ha sostituito l’uomo libero con il tifoso da tastiera – non è necessariamente un’apologia incondizionata: semmai, è un’occasione di confronto, che muove a partire da un contenuto, da una suggestione, da un fatto o da una traccia. In terzo luogo, perché queste pagine – piacciano o meno – rappresentano uno dei più controversi contributi all’analisi culturale e militare dei fenomeni rivoluzionari del Novecento: sebbene vergate nel difficile contesto brasiliano, infatti, hanno condizionato in modo diretto le strategie d’azione – tra gli altri – dell’Irish Republican Army, della Rote Armee Fraktion, di Prima Linea, di Euskadi Ta Askatasuna e delle Brigate Rosse, che hanno attinto dalla sua essenziale capacità di organizzare la resistenza armata nel contesto urbano, facendo scuola ed aprendo – con tutte le drammatiche conseguenze del caso – un nuovo fronte di lotta.

Che si tratti di un oggetto di studio e non più di un manuale operativo – è bene ribadirlo, anche alla luce dei tanti detrattori in agguato – lo attestano le indicazioni “militari” presenti nel testo, evidentemente tarate per un’epoca che il mondo digitalizzato ha superato da un trentennio abbondante: i dettagli tecnici, come quelli relativi agli armamenti, appartengono ad un contesto storico-sociale che non esiste più. Nell’epoca dei droni, del riconoscimento facciale, della realtà aumentata, del metaverso, dei robot intelligenti, delle intercettazioni diffuse e della chirurgica precisione di armamenti tecnologici che oltrepassano l’immaginazione e che permettono di sbriciolare un edificio premendo un bottone da migliaia di chilometri di distanza, il concetto della “resistenza armata e diffusa” – soprattutto nel teatro metropolitano – suona come un mito romantico o una triste utopia: basterebbero poche ore, data la sproporzione di forze e di mezzi tra chi “esercita” il potere e chi lo “subisce”, per annientare qualsivoglia insubordinazione. Del resto, spostandosi su un altro piano, è forse ancor più stringente il mutamento antropologico che ci separa da quell’epoca controversa e incandescente: la diffusa apatia di una società liquida dominata dalle pratiche di consumo e dalla passiva accettazione di ogni logica di sfruttamento e di alienazione, prima garanzia di una solidità economico-sociale che trova nei soggetti, ancor prima che negli oggetti, la propria stringente conferma.

Questa incursione – che ben ricalca lo spirito della collana che la ospita – è dunque il tentativo di fotografare lo scorso secolo nella sua dimensione meno patinata: quella – controversa e per nulla tenera – della lotta frontale al sistema e dell’organizzazione armata dal basso, ma anche quella dei regimi criminali e dei governi fantoccio, della repressione feroce e degli squadroni della morte, della gente scomparsa e delle torture di Stato. Il Brasile di Carlos Marighella – come buona parte del Sud America – ebbe la sventura di confrontarsi con quei rivolgimenti, trovando nella suggestione comunista – talvolta più per necessità pragmatica o per impossibilità di scelta, che per fede granitica o per ortodossia manifesta – un vessillo da inalberare contro l’imperialismo yankee e la ferocia padronale: la dura lotta intrapresa dagli operai, dai minatori, dai contadini, dagli studenti e dai subalterni di ogni ordine e grado – va da sé – rappresentò un tornante fondamentale del Novecento. Questo piccolo contributo – lontano dalla mitizzazione marxista e dalla miopia reazionaria – vuole indagare questo controverso fenomeno nella sua totalità, senza sconti, senza timori e senza vergogna.

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