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Bozzetto di un francobollo ideato ma mai dato alle stampe per celebrare l’annessione della Dalmazia all’Italia, avvenuta il 18 Maggio 1941, raffigurante il Leone della Loggia pubblica della città di Traù, opera di N.Fiorentino e A.Alessi (1471) distrutto nel 1932 dalla furi iconoclasta dei nazionalisti juguslavi per odio anti-italiano. Il bozzetto è conservato presso il Museo Storico della Comunicazione, EUR, Roma.
Bozzetto di un francobollo ideato ma mai dato alle stampe per celebrare l’annessione della Dalmazia all’Italia, avvenuta il 18 Maggio 1941, raffigurante il Leone della Loggia pubblica della città di Traù, opera di N.Fiorentino e A.Alessi (1471) distrutto nel 1932 dalla furia iconoclasta dei nazionalisti juguslavi per odio anti-italiano. Il bozzetto è conservato presso il Museo Storico della Comunicazione, EUR, Roma.

Roma, 30 gen – Fin dal noto trafugamento del corpo dell’evangelista Marco da Alessandria d’Egitto nell’828 ed il suo arrivo a Venezia, lo Stato lagunare costituì uno speciale e particolarissimo rapporto con il proprio patrono. Questo legame, causato dalla particolare importanza della reliquia e soprattutto dal particolare legame esistente tra il Santo e le Chiese dell’Italia nord-orientale che dalla predicazione proprio di San Marco ne facevano risalire l’origine, portò a far considerare il santo patrono come custode della sovranità dello Stato, assurgendone a simbolo.

La Serenissima amava così farsi chiamare Repubblica di san Marco e le sue terre furono di frequente note come Terre di san Marco. Il leone alato, canonica iconografia dell’Evangelista, compariva così nelle sue bandiere, negli stemmi e nei sigilli, mentre gli stessi Dogi erano raffigurati nell’incoronazione inginocchiati, nell’atto di ricevere dal Santo il gonfalone.

La Repubblica veneziana, che si estendeva nel momento di massima espansione – la seconda metà del Quattrocento – da Lodi ad occidente, per tutto il golfo di Venezia, l’Istria, il golfo del Quarnaro, Zara, le isole e tratti di costa dalmate, fino a sud della penisola balcanica, tratti di costa albanese e greca, Creta e Cipro, l’arcipelago dell’Egeo, e poi, tramite il Dardanelli e il Bosforo, fino ai domini orientali di Crimea, dove, nella città di Leopoli – lontana colonia veneziana – è presente un Leone volto a destra (45 x 70 cm) datato 1600.

La fortuna della Serenissima, come è risaputo, è stato il commercio navale, grazie alla capillare rete di traffici con le colonie mercantili e i suoi grandi empori presenti nelle più importanti città del Mediterraneo. Come ogni grande Impero, anche i possedimenti veneti furono conquistati, difesi e mantenuti nei secoli con una potente forza militare: la possente Flotta navale fu infatti particolarmente abile nel combattimento navale, e – con i suoi “Fanti da màr” – nello sbarco e nel conquistare rapidamente tratti di costa. Infatti raramente la potenza veneta si avventurò nell’entroterra delle zone conquistate, bensì rimase usualmente a presidio della zona costiera, fatta ovviamente eccezione per i dominii “de tera”, ovvero l’attuale nord-est italiano, che assieme ai tanti possedimenti “de màr”, concorrevano a costituire il corpo della Repubblica di Venezia.

Il Leone di san Marco, detto quindi marciano, sempre inserito nelle murature delle fortificazioni o scolpito nella facciata del Palazzo pubblico, rappresentava sia per i coloni veneti chi per i locali, le istituzioni dello Stato veneto, il Doge stesso, l’amministrazione della giustizia e la difesa degli interessi di Venezia, che si estendevano in tutto l’Adriatico e per molti chilometri di costa del Mediterraneo orientale.

L’emblema leonino, almeno dall’anno 1000 e fino al maggio 1797 (quando la Repubblica veneta decadde a favore delle truppe napoleoniche), allo stesso tempo rassicurante ed ammonitore, ha accompagnato per secoli la Serenissima nella felice ed infausta sorte. Rispettato, venerato e temuto nel periodo favorevole dell’espansione commerciale e territoriale, venne dileggiato e profanato, come spesso avviene nel cambio dei regimi, nel lungo, inesorabile riflusso durante e dopo il periodo francese.

La dimostrazione dell’importanza di questo simbolo sta nel fatto che i nemici della Repubblica di Venezia in varie epoche cercarono di cancellare la memoria della Serenissima distruggendone i simboli. Le prime distruzioni dei simboli marciani avvennero all’epoca della Lega di Cambrai, 1509-1517. Al grido di: “Mora San Marco con tute le forze, San Marco impicà” vennero abbattuti numerosi leoni ai confini della Repubblica.

La seconda e più grave devastazione avvenne durante la dominazione francese, breve ma capillare. Durante tutto il 1797 l’ordine preciso era di far abbattere in tutte le città di terraferma, con l’esclusione dell’Istria, i leoni di San Marco. Beneto Giraldon era il nome del capo scalpellino incaricato di procedere al disfacimento. Fortunatamente l’Austria non continuò la distruzione dei leoni, ma in qualche caso permise la loro ricollocazione, visto che politicamente l’epopea veneziana era ormai un ricordo.

Ma soprattutto dopo la fine della Prima guerra mondiale e la caduta dell’Austria-Ungheria, centinaia di Leoni marciani stati vittime, come giustamente scrive Dino Saffi (Voce del Popolo di Fiume), di furore iconoclasta, considerati simboli di italianità da cancellare. Abbattere un leone di san Marco avrebbe significato rimuovere la memoria non soltanto della Serenissima, ma soprattutto dei residui della presenza culturale italiana in Dalmazia.

Partendo da queste premesse si deve leggere quindi la vicenda del Leone di Traù: la cittadina dalmata a 30 Km a nord di Spalato, fu teatro nel 1919 di un tentativo di emulazione dell’impresa di Fiume. Ma la scarsa preparazione e l’incoscienza del conte Nino Fanfogna, trentaduenne appartenente ad una delle più importanti ed antiche famiglie di Traù nonché discendente dell’ultimo podestà italiano della città, fecero si che l’impresa fallisse miseramente, causando arresti e sporadici attacchi violenti nei confronti della componente italiana della città e un generale peggioramento delle condizioni di vita degli italiani traurini.

Il clima attorno alla cittadina era dunque molto caldo, fino alla notte tra il 1° e il 2 dicembre 1932, quando un gruppo di nazionalisti jugoslavi distrusse otto Leoni veneti, alcuni esemplari sfregiati a colpi di mazza, altri fatti saltare con la dinamite. Tra questi vi era il celebre leone andante, bassorilievo di Niccolò Fiorentino e Andrea Alessi risalente al 1471, che campeggiava all’interno della Loggia Pubblica.

L’opera era forse la più pregiata ed originale tra i leoni dalmatini, in quanto normalmente la realizzazione era affidata ad artisti locali, che elaborarono particolari iconografici, quasi una “scuola dalmata”, che in parte si discostarono, a seconda del momento storico e della contingenza di luogo e committenza, dall’originale modello classico Leone di piazza san Marco in Venezia. Il Leone di Traù invece venne scolpito da Niccolò Fiorentino (1414 – 1771), artista nato a Firenze e, secondo studi storico artistici, fratello di Dello e Sansone Delli, e con essi operante in Toscana, nel sud Italia, in Spagna e per finire, all’apice della sua maturità, in Dalmazia. Il Leone di Traù sarà probabilmente l’ultima sua importante opera, e venne affiancato in loco da un artista autoctono, l’Alessi (1425 – 1505), originario di Alessio, in Albania, e operante tra Zara e Spalato, Venezia, Ancona e le Tremiti.

L’attentato ebbe un enorme risalto a livello internazionale, e ovviamente in Italia. Il senatore Corrado Ricci, direttore generale delle antichità e delle Belle arti, riferisce dell’accaduto in Parlamento. In risposta interviene a questo proposito anche Mussolini: «A Traù sono stati distrutti i leoni della Serenissima, e il vandalismo ha provocato un moto di sdegno in tutti i Paesi civili. A Veglia sono state consumate violenze, anche mortali, contro Italiani; in altre molte località della Jugoslavia si sono verificate, in questi ultimi tempi, vessazioni deplorevoli contro italiani residenti in Jugoslavia o recantisi oltre i confini per attivare quei traffici con l’Italia, che costituiscono oggi una essenziale risorsa dello Stato vicino. Tutto ciò non accade per impulso irresponsabile di individui o gruppi, ma risponde ad un piano preciso. Ove sono dunque da rintracciare i responsabili organizzatori di questi episodi, gli artefici di questa campagna? Confermo quanto ha detto il senatore Corrado Ricci: che gli intellettuali della Croazia hanno pubblicamente disapprovato le distruzioni di Traù. […] Io voglio supporre che quanti sono in Jugoslavia, i quali hanno assimilato la civiltà dell’Occidente, la civiltà di Roma, debbano avere sofferto per la vandalica rabbia, come di fronte a una mortificazione dello spirito, come di fronte ad un delitto perpetrato contro i monumenti di quella civiltà romana e veneziana che il dalmata Tommasèo, in pagine immortali, esaltò.

Gli autentici responsabili sono da individuare in taluni elementi che guidano la classe politica dominante dello Stato vicino e per i quali la propaganda di odio e di calunnia contro l’Italia costituisce un tentativo per stabilire una qualsiasi coesione all’interno e per agitare un diversivo per l’estero.

Ma non meno gravi responsabilità ricadono sopra altri elementi, che chiamerò europei, i quali, veramente, sperano di turbare il nostro sangue freddo, collaudato ormai da molte e talora durissime prove, scatenando una clamorosa campagna di stampa, in cui il grottesco dell’ipotesi si associa perfettamente alla stupidità delle conclusioni. […]

Tutto questo risponde a torbidi obiettivi; tutto ciò è organizzato sotto la maschera, sotto quei falsi pacifismi, che ho sempre denunciato come i veri pericoli per la pace.

Gli episodi che hanno culminato nelle distruzioni di Traù e nella uccisione di Veglia, sono stati oggetto di proteste diplomatiche del nostro Ministro a Belgrado; ma, accanto alle proteste ufficiali, lo scatto dell’animosa gioventù fascista, l’emozione di tutto il popolo italiano e, infine, la parola che parte da questa alta Assemblea, hanno il loro profondo significato, sul quale è richiamata l’attenzione dell’Europa. I leoni di Traù sono stati distrutti; ma ecco che, distrutti, sono, come non mai, divenuti simbolo vivo e testimonianza certa. Solo uomini arretrati ed incolti possono illudersi che, demolendo le pietre, si cancelli la storia.»

Alessandro Pallini

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