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Roma, 11 feb – “L’acqua bagna, il fuoco brucia: è il dharma, come lo chiamano gli indiani… sarebbe a dire che ognuno fa le cose con i mezzi che ha. C’è gente che striscia nel fango e non può far altro che inzaccherarti”. Con queste parole Pio Filippani Ronconi commenta la sospensione a divinis impartitagli dalla suprema redazione del Corriere della Sera. Proprio come nel diritto canonico, viene punito “medicinalmente” il chierico in fallo che, lesa maestà del politicamente corretto, si trova a non poter più adempiere i suoi ministeri sacri.

In questo caso civili, laici, secolari, ma pur sempre ministeri. In un’informazione all’italiana che somiglia sempre più ad una chiesa, con dei Papa-Re ai vertici, vicari incarnati, portavoce ormai de-ideologizzati di gruppi di potere dominanti, e giu giu nella piramide gerarchica delle grandi firme, fino all’ultimo galoppino di redazione, nessuno può permettersi di sgarrare, pena lo sgretolamento del sistema che deve tenersi in piedi da solo, ogni mattoncino deve insomma dir bene la propria bella messa.

Professore accademico stimato e orientalista internazionalmente riconosciuto come massima autorità nel settore delle lingue, filosofie e antiche tradizioni persiane, indiane, cinesi, dell’Islam, e chissà quanto altro ancora, nel gennaio 2001 Pio Filippani Ronconi, dopo una breve collaborazione con il Corriere della Sera – appena un paio di pezzi in un’apposita rubrica delle pagine culturali – si trova al centro di una bufera che ha del grottesco: un lettore, ma forse più probabilmente un collaboratore del Corriere suo “collega”, in una e-mail al cdr del giornale, svela la sua vera identità: lo studioso, all’epoca ottantenne, altro non è che una pericolosa SS, con tanto di foto, e documentazione allegata comprovante la sua “nazistità”. Una reductio ad hitlerum da manuale che provoca l’effetto desiderato. L’allontanamento fisico, sociale, intellettuale, professionale. Poco, anzi nulla, importa delle indubbie virtù professionali, della competenza e della dedizione di una vita offerta allo studio. Fu SS, tanto basta.

Ma il professore, come lo si capisce dalla risposta data a tutto questo polverone, non si abbassa alle miserie umane, tralascia dietro di sé anche l’opportunità di una seppur minima – ma comunque lecita – “difesa d’ufficio”. Aristocratico distacco, lui che aristocratico lo era davvero. Conte, per l’esattezza, patrizio romano. Ma la sua aristocrazia non era quella degenere della modernità, del decadimento, del tradimento, corrotta da dentro dall’usura restauratrice, del privilegio. La sua aristocrazia era classica, letteraria, “dei migliori”.

Non solo uomo di Sapere, di profonda Cultura, ma prima di tutto uomo d’Arme. Da generazioni. Il padre, ingegnere e possidente nelle lande sconfinate della Patagonia, nel 1915 lasciò tutti i suoi averi in Sudamerica per tornare a difendere l’Italia in guerra. La madre, stava per essere fucilata ma fortunatamente uscí indenne dal conflitto civile spagnolo. Al capo plotone che si apprestava ad ordinare la fucilazione intimò superba di prestargli il giubbotto: “C’è freddo. Non voglio che tu possa pensare che stia tremando dalla paura”.

Solo chi ha spirito temprato in amor di patria e una forte convinzione nei maggiori destini della nazione, può scrutare a fondo nell’abisso senza far prevalere la vertigine. E nell’abisso dell’otto settembre Pio non solo ci scrutò, ma vi si tuffò a capofitto. Voleva seguire l’esempio del padre, anche dei Padri, forse, e riscattare il disonore, così come molti altri del suo tempo fecero. Ma, a differenza degli altri, egli lo fece con una piena consapevolezza del suo ruolo: “Sono un patrizio romano – disse al reclutatore tedesco per farsi mandare al fronte – e come tale mi compete di morire riscattando la vergogna dei più”. Una scelta cavalleresca, di altri tempi, ed in battaglia effettivamente venne coperto della gloria bramata. Partecipò così, al grido gioioso e tetro di “Viva la Muerte!”, alla difesa del fronte di Anzio-Nettuno, dove, tenendo inchiodati gli Alleati, sia pure in un’inferiorità numerica schiacciante, si ritardò di ben cinque mesi la presa di Roma. In un certo senso si combatteva per Roma stessa, spiritualmente oltre che materialmente.

Nel conflitto seppe mantenere la pietas del soldato. Specialista del corpo a corpo e innamorato dell’arma bianca, dirigendo un reparto di incursori oltre le linee nemiche: “Avevo imparato dal nemico, dagli australiani per precisione, in Africa dove avevo combattuto, che non si lascia nulla nelle mani del nemico. Tanto meno il corpo di un giovane eroe diciottenne.” Al termine di un’azione notturna, con il sole già alto passò a pochi metri dalla linea americana con il corpo del commilitone in spalla. Nessuno osò sparare contro di loro.

Uomo di Azione e Cultura, quindi, ma con una radicata Spiritualità, seppe elaborare la personale Via al Sacro, in un percorso lungo tutta l’esistenza. Uomo completo, quindi, Integrale. “Gli dèi di Roma si sono rifugiati in India” ripeteva frequentemente. Nella ricerca costante del mos maiorum, si segnava devotamente passando davanti all’effige di Maria col Bambino, riconoscendone l’archetipo della Maternità, quell’eterna Incarnazione che è motore dell’umanità.

Non devono quindi stupire i suoi funerali in rito russo ortodosso celebrati il giorno odierno di cinque anni fa, salutati da un’improvvisa candida nevicata che coprì l’Urbe. Il legame con quell’Oriente durato e coltivato tutta la sua esistenza terrena, la splengleriana adesione all’aurora della Terza Roma come premessa ad una Nuova civiltà rigeneratrice del decadente Occidente, fanno semplicemente da premessa all’opera gigantesca che l’Uomo, Pio Filippani Ronconi, ci ha lasciato in eredità. Opera di Studio, di Azione, di Spirito. Con il presente contributo vogliamo rendere omaggio a questa splendida figura di altri tempi, sconosciuta ai più, che ha saputo essere Esempio, “un relitto che non è potuto affondare per mancanza di acqua”. Timone ed àncora per un tipo umano che si sta estinguendo.

Alessandro Pallini

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