Nell’ottobre del 1917, nonostante le aspettative di imminenti e radicali cambiamenti, il popolo russo soffre la fame, la guerra e il freddo. I bolscevichi, Lenin su tutti, stanno infiammando il dibattito politico. Ma al potere c’è il titubante Alexandr Kerenskij (primo ministro dell’ultimo governo zarista, formato da poco, nel mese di luglio), intento a saziare la propria vanità personale e a bloccare ogni vero tentativo riformista. Occorre una spallata. Arriverà con l’assalto al Palazzo d’Inverno.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di ottobre 2022

Truffa di celluloide

La mitologia bolscevica immortala l’evento – sicura di renderlo perpetuo – affidandosi al più grande talento visionario della cinematografia sovietica (non russa) del Novecento, Sergej M. Ejzenštejn. Il regista nato a Riga, bolscevico della prima ora, nel monumentale e celebrativo Ottobre – realizzato nel 1927, in occasione del decennale della Rivoluzione d’ottobre – nel visualizzare la presa del Palazzo da parte di un’eroica moltitudine di popolo e soldati, guidata dai bolscevichi, lascia andare la mano, realizzando immagini molto efficaci ma storicamente false.

Nella realtà, come ricorda lo storico americano Richard Pipes, al quale si deve una meticolosa ricostruzione degli avvenimenti, il Palazzo d’Inverno non fu mai assaltato: «L’immagine di una colonna di operai, soldati e marinai all’attacco, descritta nel film di Ejzenštejn, è pura invenzione, un tentativo per dare alla Russia la sua “presa della Bastiglia”».

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In realtà il Palazzo d’Inverno fu invaso dalla folla quando ormai aveva cessato di resistere. Le perdite ammontarono complessivamente a cinque morti e diversi feriti, molti dei quali vittime di proiettili vaganti. Il comunista statunitense John Reed è un testimone oculare degli eventi. Li fissa in un libro sin troppo celebre: I dieci giorni che sconvolsero il mondo (1919). Aggiunge interessanti particolari. La presa del Palazzo sarebbe avvenuta nell’oscurità. Le strade pullulano di uomini in armi, militari e civili, ma anche di eleganti borghesi in pelliccia. Le luci delle sale cinematografiche rischiarano la notte. I militari hanno la baionetta in canna. Conquistato il Palazzo, il battaglione delle donne russe viene risparmiato dai bolscevichi. Arresesi, le soldatesse fedeli allo zar – molte scosse da crisi di pianto – vengono generosamente accompagnate alla stazione Finlandia, rispedite al loro accampamento.

Il Palazzo d’Inverno? Una mitologia di cartone

Dal suo esilio Lev Trockij, tra il 1929 e il 1932, compone la ponderosa storia della rivoluzione, narrando dettagliatamente gli avvenimenti della conquista del potere. Nel capitolo dedicato all’assalto del Palazzo d’Inverno, non distaccandosi dalla ricostruzione di Ejzenštejn e di Reed, descrive operai, marinai e soldati in azione. Spesso la prosa sfiora il lirismo: «Qualcuno si precipita nel cortile nell’oscurità, inciampa, cade nel fango, urla una parolaccia, ma senza rabbia, con gioia, e grida con voce soffocata: “Il palazzo si è arreso e i nostri sono entrati!”».

Come ha osservato Vittorio Strada, anche per Trockij, nonostante sia stato emarginato da Stalin, lo schema interpretativo adottato nella ricostruzione degli eventi storici «è quello di una rivoluzione trionfante condotta, alla testa delle masse, dal partito comunista contro il capitalismo russo e mondiale». Poco importa se i fatti siano veri. Ciò che importa è il pathos. Nella realtà si trovavano nei pressi del Palazzo d’Inverno 25mila uomini, tra guardie rosse, soldati e marinai. La difesa era affidata a tremila soldati zaristi. Questa schiacciante superiorità consentì ai bolscevichi di prendere il Palazzo senza spargimenti di sangue o quasi. Persino l’arrivo di Lenin, guida del partito bolscevico, ha poco di eroico. Per non farsi riconoscere si è rasato e fasciato il capo. Si trova a San Pietroburgo da due settimane, nascosto in un…

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