Roma, 19 mar – Esiste davvero un “razzismo strutturale” che permea le società occidentali? Hanno ragione i paladini dell’ideologia “politicamente corretta” e i sguaiati attivisti di Black Lives Matter? Un nuovo saggio dell’Institut Iliade – punta di lancia della cultura europea – compie un’analisi accurata dei fenomeni ascrivibili alla galassia progressista. Il libro, appena pubblicato da Passaggio al Bosco Edizioni, passa in rassegna il pensiero woke e decostruisce la retorica in atto: oggetto del testo, come sottolinea il titolo, è il fantomatico “privilegio bianco” che le élite culturali dell’antirazzismo innalzano a parametro fondante della società occidentale, giustificando la pazzia iconoclasta della “cancel culture” e imponendo una colpevolizzazione preventiva e postuma il cui unico scopo – come se non bastasse lo spirito di Yalta che ci incatena dal 1945 – è l’annientamento degli elementi verticali, vitali e virili della Civiltà europea.

Il privilegio bianco, altro che indignazione conservatrice

Il contributo di Georges Guiscard – magistralmente introdotto dall’ottima penna di François Bousquet, già autore del bellissimo Coraggio! – rompe con il vittimismo Wasp e con la classica indignazione conservatrice: piuttosto, individua i tantissimi cortocircuiti della “società aperta”, studiandone le tesi, i protagonisti, i metodi e le degenerazioni. Tornato alla ribalta con l’omicidio di George Floyd, il tema condiziona la nostra quotidianità: il mondo accademico è inondato dai black studies, dall’intersezionalità e dallo studio del razzismo inconscio; la pubblicità impone il blackwashing ed è obbligata da apposite “commissioni” ad imporre l’immagine della coppia mista; il campo sociale è dominato dalle micro-aggressioni, dal decolonialismo e dal white guilt, confrontandosi con i rigurgiti iconoclasti di una “cultura della cancellazione” che vorrebbe estirpare il passato in nome di un presente immaginario e puerile.

Il masochismo del pensiero debole

Questo paradigma – prontamente rilanciato dai media mainstream di tutto il pianeta – parte dall’assunto che esista un “razzismo sistemico” insito nell’anima dell’Occidente: una sorta di “bianchitudine” strutturale, oppressiva e talvolta inconscia, che perpetrerebbe i rapporti di dominio a scapito dei neri. Ma sarebbe sbagliato immaginarlo come un fenomeno recente, poiché ha radici lontane e profonde: già dagli anni Settanta, infatti, prende corpo una reinterpretazione del pensiero marxista che sostituisce la lotta del proletariato con l’emancipazione delle presunte minoranze, ponendo le basi per la creazione dell’attuale pensiero globalista. Come spesso accade nell’anglosfera, siamo nel campo della mistica para-religiosa di stampo puritano: il Bianco è colpevole in quanto tale, poiché i suoi privilegi sono invisibili e simbolici. A legittimare questa tendenza – in pieno stile etno-masochista e oicofobico – contribuiscono anche i vertici della politica europea, che ne avallano le cause e ne sposano gli effetti. Del resto, sostengono i promotori di questo “pensiero debole”, il Vecchio Continente ha impressa la lettera scarlatta del colonialismo e dello schiavismo.

Senza dubbio, riprendendo il gioco di parole che crea il sottotitolo del libro, qualcuno “vuol far la pelle agli europei”: la nostra Civiltà, con la sua storia millenaria e con la sua cultura profonda, è la prima della lista. In queste pagine, allora, si trovano gli elementi che ci consentono di inquadrare il fenomeno e di operare una sana azione di Riconquista. Perché, semmai lo avessimo dimenticato, le parole di Dominique Venner suonano ancora come un monito imprescindibile: “Esistere è combattere ciò che mi nega”.

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