Roma, 19 mar — Abbiamo spesso discusso della Cina e delle sue mire in ambito geopolitico, raccontandone i progressi economici e, soprattutto, militari compiuto nell’ultimo decennio. In occasione dello scoppio del conflitto tra Russia ed Ucraina la posizione del Dragone è stata sin dal principio oggetto di analisi ed osservazioni numerose, con chiavi di lettura piuttosto differenti a seconda degli osservatori.

Non possedendo una sfera magica ci è impossibile definire con certezza i comportamenti del prossimo futuro e dei prossimi anni che Pechino avrà nei confronti dell’Occidente, in uno scenario globale sempre più complesso e ricco di continui colpi di scena. Quel che sappiamo con certezza è che già da anni l’Occidente non ha più il monopolio della finanza mondiale, che gli ha permesso in passato di rappresentare l’unico contenitore economico di cui potersi giovare per qualsiasi nazione estranea al continente americano ed europeo.

Alle origini dell’espansione della Cina

La stessa Cina deve la propria espansione principalmente alle aperture commerciali ricevute durante la presidenza USA di Richard Nixon (che la favorì in funzione anti URSS) e poi all’ingresso nel WTO, che le spalancò il mondo del nostro commercio, utilizzato magistralmente per aumentare la propria potenza economica. Tuttavia, Pechino ha da tempo maturato la decisione di “disconnettersi” dal nostro sistema economico e tecnologico, decidendo saggiamente di sviluppare il proprio piano di uscita diluendolo nel tempo, in attesa del momento effettivo di autonomia economica. Infatti, ad oggi la Cina ha ancora una necessità irrinunciabile di esportare in Occidente prodotti commerciali e soprattutto materie prime come il Litio (estratte dai territori del sudamerica contesi con gli USA) che sono fondamentali per favorire la tanto ricercata riconversione verde ed elettrica. Mira che, connessa con la colonizzazione di buona parte dell’Africa e con il piano d’inglobare l’Eurasia le sta lentamente riuscendo.

Il patto con L’Iran

Ne è dimostrazione il patto stipulato nel 2021 con l’Iran, che comprende la creazione di una nuova banca mondiale in Medio Oriente nei prossimi anni. Teheran è infatti un partner fondamentale: contrasta Israele nel territorio e sta riuscendo a stipulare nuovamente un accordo sul nucleare con la presidenza di Joe Biden. Questo scenario comprometterà irrimediabilmente gli Accordi di Abramo stipulati da Donald Trump, dato che la collaborazione tra USA e Teheran di fatto azzera le relazioni statunitensi con l’Arabia Saudita, nemico per definizione dell’Iran, che fino ad oggi si era giovata del supporto militare americano nello Yemen, dove fronteggia la fazione degli Houthi, direttamente collegata a Khamenei ed al governo iraniano.

Tra l’altro, nel trattato tra USA ed Iran sul JPCOA pesa notevolmente la mediazione russa sviluppata fino agli scorsi mesi, motivazione principale per cui Joe Biden, pur sapendo del probabile conflitto in Ucraina non ha applicato deterrenza alcuna verso Mosca. Uno scenario di scontro tra potenze e polveriera mediorientale in cui Pechino si giova ed inserisce come attore protagonista.

Pechino e Mosca

Tuttavia, tra i tasselli necessari per riuscire a creare un continente geopolitico alternativo e capace di competere con il nostro c’è senza dubbio la Russia. Pechino ha da anni supportato Mosca nell’aggirare le nostre sanzioni economiche, pagandone parte del debito e stringendo un rapporto economico che in questa fase va espandendosi. Ad esempio, prima dell’inizio del conflitto Pechino aveva già garantito a Mosca l’acquisto di tutto il gas ed il petrolio che sarebbe stato colpito dalle sanzioni occidentali, con la promessa annessa di pagarlo in Euro. Motivazione che evidenzia come Xi Jinping fosse a conoscenza del piano di Vladimir Putin e probabilmente nel corso della visita dello Zar a Pechino del 4 febbraio scorso avesse richiesto solo l’attesa della fine delle Olimpiadi invernali, momento di propaganda per il regime cinese da non marginalizzare con l’attenzione mediatica rivolta esclusivamente ad un conflitto scoppiato nel cuore d’Europa.

La guerra in Ucraina conviene alla Cina?

Questo porta a compiere un’osservazione necessaria, chiedendoci se alla Cina questa guerra convenga realmente. Sul piano economico imminente assolutamente no. Come ribadito poc’anzi, la Cina ha necessità di esportare in Occidente e non ha al momento la convenienza ad affrontare una disconnessione dal nostro sistema economico, per cui ancora non è pronta. Inoltre, nella contesa nazione Ucraina passa proprio il filo diretto delle “Vie della Seta” che agganciano Pechino alle nostre economie nazionali. Motivazione per cui la guerra le reca un danno economico proficuo nell’immediato e la espone al rischio di ripercussioni finanziarie da parte dell’Occidente, che ritenendola co-belligerante con Mosca potrebbe decidere di sanzionarla, danneggiandola consistentemente.

Ma allora perché la Cina non prova a fermare Putin? Probabilmente per una motivazione più semplice del previsto: pur perdendo nell’immediato dei guadagni finanziari, Pechino sta cogliendo l’opportunità per ripulire la propria reputazione internazionale, provando ad apparire come papabile mediatrice distante dalle logiche imperiali delle altre nazioni. Inoltre, un conflitto in piena Europa ricaccia irrimediabilmente gli USA e la UE nei blocchi della guerra fredda, distraendoli dalle operazioni geopolitiche che Pechino vuol condurre a lungo termine. Infatti, avvicinare una Russia sanzionata pesantemente, sull’orlo del default economico, considerata un paria dalla quasi totalità dell’Occidente è un vantaggio cospicuo per la Cina. Sostenendola economicamente e, se necessario, militarmente potrà inglobarla nel prossimo futuro, o almeno considerarla senza alcun dubbio un partner minore dell’alleanza.

La questione indiana

Inoltre, la Russia è fornitrice della quasi totalità degli armamenti all’India, ex colonia britannica e storico alleato occidentale, membro addirittura di Aukus, l’alleanza militare guidata dal Regno Unito e gli USA con l’Australia ed appunto l’India proprio in chiave anticinese. L’astensione dell’India sul voto alle sanzioni a Mosca rischia di allontanarla dall’Occidente, avvicinandola a Putin e, di conseguenza, conducendola a più miti consigli sulle azioni da compiere contro la Cina negli anni a venire. Inoltre, sommando India, Russia, Cina e Pakistan (le principali nazioni contro le sanzioni) raggiungiamo un numerico di circa 3 miliardi di persone. Quasi mezzo mondo contrario pronto se necessario a creare un contesto alternativo volto  a contrastare la supremazia geopolitica occidentale. Uno scenario che potrebbe delinearsi relativamente presto e che, complice l’attuale debolezza di UE e presidenza di Joe Biden, spingerà sempre più i rivali ad avanzare azioni militari per mettere alla prova le capacità di reazione occidentali. Oggi l’Ucraina è un test per il riassetto degli equilibri geopolitici mondiali, magari domani sarà Taiwan a fungere da prova finale per la Cina per provare lo scacco matto nei confronti degli USA.

Tommaso Alessandro De Filippo 

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