Milano, 14 apr – In occasione dell’uscita dell’ultimo libro di Altaforte Edizioni, Controstoria della Resistenza. Uomini, fatti e responsabilità della Guerra Civile, abbiamo raggiunto l’autore, Tommaso Indelli, per chiedere a lui di approfondire alcune tematiche riguardanti il suo libro.

Da cosa nasce l’idea di scrivere un libro come Controstoria della Resistenza?

“Ho accettato l’invito in tal senso rivoltomi da Valerio Benedetti – caporedattore de Il Primato Nazionale, rivista con cui, saltuariamente, collaboro, e autore della Prefazione al volume. Sebbene avessi qualche perplessità, legata al fatto che, tecnicamente, sono un medievista, uno ‘storico del Medioevo’ e non un contemporaneista, mi sono reso conto che il mio essere uno ‘storico di professione’ unito al mio interesse personale per la travagliata storia della Guerra Civile, mi permetteva di poter scrivere una monografia su un tema tanto dibattuto e complesso come la Resistenza italiana, con il rigore e l’attenzione necessari. D’altronde, come ha sottolineato Gianluca Veneziani – amico nonché autore della Postfazione del libro – la Storia non è confinabile mai in ‘compartimenti stagni’, cosa confermata dal fatto che professionisti del settore – più bravi, scrupolosi e famosi di me – si cimentano ogni giorno, anche in televisione e sui quotidiani di maggior diffusione nazionale, in dibattiti storici che, molto spesso, oltrepassano il loro specifico ambito di competenza”.

Qual è stato il tuo approccio a questo testo e alle fonti che avevi a disposizione?

“Il libro non nasce come una vera e propria ‘Storia della Resistenza italiana’ o della ‘Guerra Civile’, cioè come una narrazione ordinata degli eventi del 1943-1945, quanto come un approfondimento di alcuni nuclei tematici di quella drammatica stagione. Ciò vuol significare che il lettore si troverà davanti a un libro particolare. D’altronde, di opere sulla Resistenza ce ne sono centinaia, scritte da eccellenti contemporaneisti o da protagonisti diretti di quegli eventi come Claudio Pavone e Giorgio Pisanò. Io, quindi, mi sono cimentato, consultando la sterminata bibliografia sul tema, nel tentativo di offrire una sintesi, più organica possibile, di alcuni aspetti controversi, taciuti o strumentalizzati della ‘Guerra Civile’. Il testo è ‘originale’ nella misura in cui soddisfa l’esigenza di portare all’attenzione, soprattutto delle nuove generazioni, temi controversi della nostra storia recente. È noto a tutti, infatti, che i programmi scolastici, per esigenze di sintesi – ma anche per una naturale predisposizione ‘istituzionale’ e ‘pedagogica’ – tralascino la trattazione di alcuni eventi oppure la filtrino alla luce di criteri interpretativi spesso convenzionali e banali”.

Qual è secondo te il messaggio che questo libro vuole mandare? 

“Il libro cerca di offrire una lettura di alcuni fatti del periodo 1943-1945 alternativa a quella convenzionale e consolidata da settant’anni, partendo dal presupposto che, trascorso tanto tempo da quei drammatici eventi, un’interpretazione meno viziata da rancori e odi di parte possa giovare a una più corretta conoscenza storiografica e, dal punto di vista politico, a una maggiore coesione nazionale. D’altronde, questa lettura un po’ alternativa emerge dal titolo del libro – che è stato voluto dall’Editore – e che, con un po’ di enfasi, sembra fare riferimento a una vera e propria ‘Controstoria’ della Resistenza. Più realisticamente, io non ho stravolto l’interpretazione generale di quel periodo, ma mi sono limitato a fornire una lettura un po’ meno ‘conformista’ di alcuni episodi. Insomma, scrivendo questo libro ho cercato di lavorare sine ira et studio – come diceva il grande Tacito – tenendo ben presente che lo storico è sempre influenzato dal contesto in cui è immerso, dalle proprie esperienze professionali e, persino, familiari e personali. Sono convinto che l’obiettività dei fatti storici sia più una tendenza doverosa dell’indagine storiografica che un dato acquisito, e ciò con buona pace di quelli che pensano che la storiografia possa – come le scienze naturali – enucleare le leggi eterne e immutabili dei fenomeni, analizzandoli con assoluta avalutatività morale”.

Qual è l’episodio che più ti ha colpito, durante la ricerca?

“Non sono state le stragi immotivate dei partigiani a colpirmi, e ciò per due ordini di motivi. Il primo è che ne ero già a conoscenza, il secondo è che, in una guerra civile spietata, episodi del genere furono la norma più che l’eccezione e, in molti casi, anche la controparte agì spietatamente. Mi ha colpito, invece, il valore politico e, in alcuni casi, altamente morale, della Repubblica Sociale Italiana e di molti dei suoi protagonisti. E ciò non tanto per il coraggio di chi, pur sapendo di perdere la guerra, continuò fino alla fine a combattere, quanto per la funzione importantissima che la Repubblica svolse. Alludo al filtro militare e politico che la RSI rappresentò, ponendosi come diaframma tra truppe tedesche e popolazione italiana. Alludo anche alla funzione importantissima che la Repubblica ebbe nel garantire la continuità – in un contesto bellico – di certi servizi essenziali alla persona come la polizia, la scuola, i trasporti, la sanità, l’assistenza sociale. Mi ha colpito il numero straordinariamente alto di intellettuali, giornalisti, giuristi, accademici, attori, artisti e musicisti che si schierò con la Repubblica Sociale, spesso pagando con la vita o, a guerra finita, con l’ostracismo sociale, la loro scelta coraggiosa. Fu grazie a questi uomini – e non solo ai combattenti – se la RSI fu in grado, in quei tragici anni, di approntare la legge sulla socializzazione delle imprese – attualissima, si pensi all’art. 46 della Costituzione! – di consentire la pubblicazione di centinaia di quotidiani, riviste e periodici di ogni tipo, di permettere all’industria cinematografica di produrre, alle trasmissioni radiofoniche di continuare, ai teatri di lavorare! Insomma, è emerso dall’indagine un quadro della RSI ‘vivace’ e fatto di dibattiti, progetti socio-economici, costituzionali e politici che, in teoria, avrebbero dovuto trovare attuazione a guerra finita. Non solo combattimento nel senso più schietto e militare, ma anche pensiero, cultura e arte. A guerra finita, molti dei suddetti meriti furono riconosciuti dagli avversari onesti e, soprattutto, da alcune pronunce dell’autorità giudiziaria militare italiana, che riconobbero alla RSI lo status di ‘governo legittimo de facto’ – rispetto al governo Badoglio e al Regno del Sud – con conseguente diritto di governare la porzione di territorio nazionale che, all’indomani dell’8 settembre, era sotto il suo controllo”.

Dunque, secondo te, come scrisse in un suo famoso libro Ernesto Galli Della Loggia dall’8 settembre del 1943 si può parlare di morte della Patria?

“Certamente sì, perché il trauma collettivo fu enorme e lacerò profondamente la coscienza nazionale di un intero popolo piombato, subito dopo, nella guerra fratricida. Basti pensare alla circospezione con cui, per decenni dopo la guerra, si è fatto uso del termine ‘Patria’, quasi bandito dal dibattito pubblico anche perché, inevitabilmente, sembrava richiamare il nazionalismo fascista. D’altronde, l’egemonia non solo politica, ma intellettuale che il Partito Comunista Italiano acquisì nei gangli culturali della Nazione – scuola, università, accademie – rese certamente non facile lo sviluppo di un costruttivo discorso patriottico. In parte è anche condivisibile l’osservazione con cui alcuni storici hanno risposto alla tesi di Della Loggia e, cioè, che l’8 settembre non morì l’idea di Patria in sé, ma l’idea di ‘Patria fascista’, elaborata dalla propaganda del regime. Tuttavia, sulla base delle mie esperienze personali e delle mie letture, stento molto a capire quale sia stata la nuova idea di Patria nata dopo l’8 settembre dato che, per decenni, dopo la guerra, dal linguaggio pubblico e dalle liturgie della Repubblica, scomparve progressivamente ogni riferimento ai valori nazionali e persino al Risorgimento che, intanto, certa storiografia marxista procedeva a demolire. Ciò ha ostacolato lo sviluppo di un maturo sentimento nazionale e ha dato l’idea che esista una discontinuità assoluta tra monarchia liberale post-unitaria, fascismo e repubblica e che la ‘vera’ storia d’Italia cominci solo nell’aprile del 1945. L’anomalia di una nazione che stenta a sentirsi ‘una’ tranne che in occasione dei Mondiali di Calcio, persiste ancora oggi, com’è dimostrato dalla scarsa conoscenza che degli eventi risorgimentali, da cui è scaturita la Patria, hanno le giovani generazioni e dal fatto che alcuni episodi – la presa di Roma del 1870, ad esempio – siano stati rimossi dalla coscienza collettiva o deformati ad arte, come la celebre ‘Festa delle Forze Armate’ (4 novembre) che, in realtà, meglio si farebbe a denominare – come in origine – festa della Vittoria e del completamento dell’Unità nazionale, in un’ottica continuista rispetto al Risorgimento e all’Italia liberale. In tempi recenti, fu il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi a invertire un po’ la rotta, caratterizzando la sua presidenza per un più intenso richiamo ai valori patriottici, alla memoria del Risorgimento, cercando di spingere le nuove generazioni allo studio di quegli eventi, benché sempre nel quadro di un discorso storico pubblico che mirava a considerare la Resistenza italiana – una guerra civile! – la prosecuzione e l’attuazione degli ideali risorgimentali, secondo la nota tesi crociana che vide nel fascismo una parentesi oscura e anomala nella storia dell’Italia unita”.

Liliana Sommariva

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