Roma, 7 mar – Sono trascorsi vent’anni dalla morte del filosofo contadino Gustave Thibon, avvenuta nella casa di campagna in cui era nato. Lo ha ricordato, fra gli altri, lo scrittore Marcello Veneziani sulle colonne del quotidiano La Verità.



Gustave Thibon, dalla terra alla letteratura

Innamorato della terra, ne sentiva la profonda appartenenza tanto da diventare uno dei letterati più conosciuti sul tema. Di sicuro fu uno scrittore che aveva previsto la decadenza della nostra società, i cui frutti amari si vedono nell’epoca attuale. Gustave Thibon nacque il 2 settembre 1903 a Saint-Marcel-d’Ardéche in Francia. La scuola lo impegnò fino all’età di 13 anni, dopo questa data fu costretto a lasciarla per lavorare la terra. Uno dei motivi per cui  abbandonò la scuola fu il fatto che il padre dovette indossare l’uniforme per andare a combattere nella Grande Guerra, rimanendo lontano dalla famiglia fino al termine del conflitto.

Gustave Thibon si trovò davanti a una strada obbligata: legarsi alla vita dei campi, al lavoro umile della terra per aiutare la madre. Un fatto poteva essere considerato in qualche modo miracoloso. Non si dedicò infatti completamente al lavoro duro dei campi: nel cuore gli era nata la voglia di conoscere il mondo attraverso la cultura, e i viaggi. Alla sera, stanco dal lavoro, si metteva a studiare per apprendere con umiltà i veri valori che venivano trasmessi dalla conoscenza di molti scrittori e che lui faceva propri per raggiungere una tranquillità interiore. Alla luce di una candela o, nel caso più fortunato, di una lampada, munito di una tenace volontà, dimenticava tutto ed innalzava lo spirito.

Nelle letture dei suoi libri si evince innanzitutto il rispetto per le tradizioni che un popolo deve avere, perché affondano nella sua storia. I padri hanno lottato per far sì che la Francia diventasse una nazione forte. L’amore per la Patria che in questi anni si è affievolito, lui lo conosceva molto bene. Gustave Thibon fu monarchico e vicino al regime di Vichy che voleva nominarlo filosofo ufficiale del regime. Lui rifiutò.

Mondo contadino, mondo di tradizioni

Pensiamo al suo mondo, quello rurale, fatto di uomini che traevano dal lavoro della terra i frutti per mantenersi. Il mondo contadino era saldamente ancorato alle sue tradizioni, rispettava i ritmi delle stagioni, ne traeva quella forza determinante che non lo faceva mollare mai. Lo spettacolo della terra in questi anni è desolante: Gustave Thibon lo aveva previsto. Nella nostra nazione le case coloniche sono spesso ridotte a cumuli di macerie, mentre un tempo ospitavano famiglie intere. Molti contadini, alla mattina, dopo aver sistemato la stalla se ne andavano per i campi a lavorare la terra. Prima di mettersi in cammino tracciavano con la frusta il segno della croce sul terreno, chiedendo a Dio che li aiutasse in quel duro lavoro.

Gustave Thibon era un appunto un uomo di fede ed a tal proposito Marcello Veneziani scrive un pensiero interessante: “Dovrebbe leggere i suoi scritti Papa Bergoglio, è una lettura semplice che apre il cuore; vedrebbe l’amore per la terra e la fraternità dal punto di vista verticale, cioè in profondità e in altezza. In profondità dove ci sono le radici, in altezza verso Dio. Per unire l’umanità, gli insegnerebbe Thibon, non serve gettare ponti ma innalzare scale; chi non è salito fino a Dio non ha mai incontrato un fratello”.

Le parole di Veneziani sono profonde ed attuali. Lo considera tra i suoi maestri. Lo cita anche nel libro Imperdonabili. Cento ritratti di maestri sconvenienti. Nella quarta di copertina, Veneziani scrive: “Arriva un momento della vita in cui senti il bisogno di riconoscere e ringraziare i maestri che ti insegnarono a loro insaputa, gli autori che hai letto e che hai amato, che ti hanno fatto pensare o che ti hanno fatto trascorrere ore di luce e di gioia”.

Il maestro Gustave Thibon

La figura che andrebbe messa in evidenza nella vita è quella del maestro. Colui che ti conduce lontano e lo fa senza imporsi, perché lo si segue e non lo si dimentica. Gustave Thibon non è molto conosciuto in Italia e, se qualcuno lo ama, lo si deve al prezioso contributo che ne diede la Casa Editrice Volpe, pubblicando due eleganti libri: Ritorno al reale e Diagnosi.

Eravamo negli anni 70, lo scrittore aveva previsto la decadenza della società e la perdita di appartenenza alla terra. Allora Gustave Thibon innalzava il suo pensiero di filosofo contadino e di cattolico fatto di vita semplice e di armonia con la terra e con Dio. Nella prefazione di Ritorno al reale, Thibon dà un suo messaggio al mondo: “A tutti questi giovani, presi dalla realtà e non dalle parole e dai segni , dirò che hanno un grande privilegio sui loro maggiori: quello di poter unire, nello stesso slancio, l’anticonformismo tipico della gioventù alla difesa del buon senso e del buon gusto che sono in genere attribuiti alla maturità. Perché, per una volta, la ribellione contro i pregiudizi ed il rispetto della tradizione e dell’ordine stanno dalla stessa parte. In questo mondo fuori orbita, il vero rivoluzionario è colui che non arrossisce per essere rimasto fedele alle verità eterne, colui che ha il coraggio di contestare la follia contestataria e chi, armato della sua solitudine e della sua fede, osa risalire il pendio viscoso in cui si scavalcano i montoni di Panurgo…”

In un mondo che ha perduto il senso dell’orientamento, dove non si sa più in  cosa credere, uno scrittore come Gustave Thibon non può essere che un maestro: uomo di penna e di cuore. Quando tutto appare così insicuro non bisogna avere paura di ritrovare nel nostro passato la luce che serve a illuminare la notte.

“Chi ha radici non teme il vento”

Lo scorso anno per i tipi di D’Ettoris editori è uscito Il tempo perduto, l’eternità ritrovata, monumentale opera che racchiude il pensiero di Thibon. Un volume di cinquecento pagine che danno la dimensione di quello che voleva dire il pensatore francese. Lo potremmo definire una raccolta di aforismi, da leggersi con tranquillità davanti al fuoco, immaginando d’essere in un bosco. Una serie di pagine che insegnano la grandezza della vita, scritte in tanti anni di riflessioni, meditate e pesate che fanno bene al cuore.

Scorrendo le pagine lo potremmo pensare mentre passeggiava per la campagna, vicino al fiume, con un quaderno in mano e con la matita a descrivere la bellezza della natura e il forte richiamo al Dio che essa ispira. Il contadino ha radici. Poiché ha radici, non teme il vento, non ha bisogno di assicurazioni contro il vento. In ciò sta il senso del rischio. E ancora, poiché ha radici, non diviene mai il trastullo del vento. E in ciò sta il rifiuto dell’avventura”.

Emilio Del Bel Belluz

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